Manon Lescaut. I cattivi esempi secondo Graham Vick

Manon Lescaut. Locandina
Manon Lescaut (photo: Michele Crosera - teatrolafenice.it)

Manon Lescaut (photo: Michele Crosera – teatrolafenice.it)

“BOC is not what you expect from opera” è il monito della Birmingham Opera Company, la compagnia d’opera nata nel 2001 come costola della precedente City of Birmingham Touring Opera, fondata da Graham Vick e Simon Halsey.
Ed è proprio il direttore artistico della compagnia che ha portato per le strade di Birmingham opere come “Wozzeck”, “Fidelio” o “Candide”, ospitate in fatiscenti magazzini e fabbriche, in tendoni piantati nel mezzo di Aston Park o nella Old Birmingham Municipal Bank, il regista di questa “Manon Lescaut”.
A distanza di un anno dal debutto a Venezia, l’opera di Puccini, frutto della coproduzione tra la Fondazione Arena di Verona e La Fenice, torna al Teatro Filarmonico ripresa da Marina Bianchi.

In uno spazio tra il candido ed il torbido, il regista inglese adagia la sua esile Manon. In un attimo, da giovane studentessa modello di purezza e virtù, la ragazza diventa uno di quei ‘cattivi esempi’ che finiscono per essere guardati crollare miseramente e lasciati soli a morire nel baratro.
Graham Vick, ampliando una strada suggerita da Puccini stesso nel primo atto, decide di porre le vicende della protagonista sotto gli occhi attenti degli altri giovani suoi coetanei in modo che, per tutti e quattro gli atti, possano assistere alla triste sorte di Manon, al fine di imparare come certi errori siano fatali.

Emerge così uno strano gioco di esaminatori ed osservati che, se non avesse per protagonisti dei presunti innocenti, rasenterebbe probabilmente il sadico. Tutti guardano Manon. Uno dei ragazzi, prima di uscire, si toglie una scarpa e la svuota in quella sorta di discarica sottostante in cui si trovano Manon e Des Grieux, con un gesto di tale sprezzo da rimanere davvero attoniti. Lescaut, nell’osservare la sorella, sfiora l’incesto, un atto che qui viene solo accennato, mentre nella messa in scena classica e tradizionale del 1997 veniva invece quasi sottolineato. E ancora Geronte e i suoi amici, un cocainomane insieme a un gruppo di politici e prelati. Tutti guardano e giudicano, fino ad osservare con lucido distacco la morte finale della protagonista.
Nessuno scende in suo aiuto, perché il cattivo esempio non si ripeta. Nel finale Graham Vick chiude i due innamorati in uno spazio senza via di scampo, sprofondati in un terreno/discarica da cui non si può uscire, in modo che Des Grieux, l’unico che tenta disperatamente di salvare Manon, sia fisicamente impossibilitato a farlo.

photo: arena.it

photo: arena.it

Funzionale a tutto ciò è uno spazio di per sé affascinante, grazie al contrasto tra le bianche pareti di un palazzo estremamente pulito e semplice, che delimita la scena e il terreno franoso e torbido su cui poggia. Lungo il confine tra il candore, la forza dell’architettura e la fragilità fangosa, si muovono i personaggi dell’opera, oscillando tra l’uno e l’altro, tra il sopra e il sotto, e per lo più sostando su una pedana centrale di assi di legno grigiastre che pare sospesa e in procinto di crollare. Il senso di precarietà è infatti una delle sensazioni più forti.

A questo suggestivo spazio assolutamente senza tempo, vengono aggiunti in progressione elementi dichiaratamente contemporanei, tra cui i costumi, che aggiungono un ulteriore registro espressivo, forse a tratti un tantino in eccesso: una grande lavagna che, unita a divise, calzoncini e gonnellina a pieghe, racconta l’ambiente scolastico di un college odierno; una sfilata di colorati cigni volanti che, insieme al grande pupazzo rosa, raccontano un’ambientazione da lunapark. O ancora, per il secondo atto, il (volutamente kitsch) teatrino settecentesco, ‘attualizzato’ dalla gigantografia di Manon seminuda riprodotta su ogni quinta. Un impatto con la regia forte che rimane tale da inizio a fine.

Lode al teatro veronese per il famoso cambio scena del terzo atto, in cui l’intero palazzo viene innalzato per lasciare maggiore spazio al terreno sottostante. A Venezia arrivò ai sessanta minuti, qui è stato sensibilmente ridotto a quasi quaranta, e colmato dalla piacevole conversazione su Puccini offerta al pubblico durante l’intervallo.
La stagione proseguirà, dopo un omaggio a Stravinskij su coreografie di Renato Zanella questo mese, con il “Peer Gynt” di Edvard Hagerup Grieg per la regia di Pier Paolo Pacini, dal 4 al 12 marzo.

MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti di Giacomo Puccini

Visto a Verona, Teatro Filarmonico, martedì 1 febbraio 2011

Manon Lescaut. Locandina

Libretto di Domenico Oliva e Luigi Illica

Direttore    Riccardo Frizza
Scene    Andrew Hays
Regista    Graham Vick
Regia ripresa da    Marina Bianchi
Costumi    Kimm Kovac
Assistente costumista    Monique Bertrand
Maestro del coro    Giovanni Andreoli
Lighting designer    Giuseppe Di Iorio
Direttore allestimenti scenici    Giuseppe De Filippi Venezia
Movimenti mimici    Ron  Howell

Interpreti
Manon Lescaut    Amarilli Nizza
Renato Des Grieux    Lorenzo Decaro
Lescaut    Fabio Previati
Geronte De Ravoir    Matteo Peirone
Edmondo    Saverio Fiore
L’oste    Victor Garcia  Sierra
Un musico    Elena Traversi
Il maestro di ballo    Stefano Consolini
Un Lampionaio    Saverio Fiore
Un Sergente degli Arcieri    Victor Garcia  Sierra
Il Comandante della Marina    Gianluca Margheri

Applausi del pubblico: 6′ 42″