Il Realismo magico di Manuela Infante alla Biennale Teatro

Estado vegetal
Estado vegetal

Nel respiro internazionale della Biennale Teatro 2019 è presente anche Manuela Infante, attrice, autrice, regista e direttrice del Teatro de Chile. Tra le voci più acclamate del Sudamerica, dopo aver debuttato negli Stati Uniti e nel resto d’Europa, Infante arriva a Venezia con due pièce: “Estato vegetal” e “Realismo”. L’autrice cilena mostra al pubblico italiano una scrittura visionaria, che affida alla parola poetica sottili significati, misteri lontani, rivoluzioni segrete.

“Estado vegetal” vede in scena la stessa autrice. Avanzando con movimenti scattanti da mimo, Infante inizia un lungo monologo che varia e si trasforma, impersonando lei stessa tutte le voci della storia, col solo ausilio di una loop station.
Si viene subito immersi in una foresta di parole e di linguaggi e si scopre con lentezza la vicenda, di per sé molto semplice. In un paesino vive un albero millenario, che il Comune ha tardato a potare, così che, crescendo, ha toccato i cavi elettrici e ha preso fuoco. In quell’istante di blackout un giovane ragazzo si è schiantato con la moto e le sue condizioni critiche lo condurranno ad uno stato vegetativo.

Tutto il lavoro è pensato per parlare del mondo vegetale e le piante stesse conquistano la scena, andando a riempirla progressivamente, fino a saturarla con una fittissima selva.
Il riferimento alla condizione climatica è inevitabile, ma Infante pone l’accento su un altro aspetto interessante: l’intelligenza delle piante, qualcosa di “prevedibile che non si vede”, e ipotizza una loro imminente riconquista del pianeta.

L’insolito tema è trattato in maniera particolarmente originale, sostenuto da una parola poetica toccante e da una accurata sapienza compositiva. Collabora alla creazione di un’atmosfera da realismo magico alla Marquez anche l’uso sensazionale delle luci. A vista, disposti a corolla, calati dall’alto, i fari diventano elemento scenografico e si animano rimandando alla danza dei raggi del sole filtrati dalle foglie di un albero.

La poesia del testo, unita alla recitazione scattante e ipertrofica della protagonista, non riescono però a sostenere la durata del lavoro. La frenesia espressiva di Infante, dopo la prima ora, scivola verso la macchietta un po’ stereotipata, e il racconto incontra troppe digressioni che, benché appartenenti a  una scrittura immaginifica rara, ne inquinano la meraviglia iniziale. Cercando di sviscerare un argomento che evidentemente le è caro, l’artista cade a tratti nel didascalico. Sfrondando il testo e concentrando i tempi, metterebbe a punto un lavoro rigoglioso, in grado di far germogliare nello spettatore una nuova sensibilità verso il mondo, vegetale e non.

Realismo si ispira alla corrente filosofica del realismo speculativo che “ricolloca” il mondo degli oggetti stravolgendo le abituali gerarchie

Realismo si ispira alla corrente filosofica del realismo speculativo che “ricolloca” il mondo degli oggetti stravolgendo le abituali gerarchie.

Anche “Realismo” ha, alla base, un’intenzione simile a “Estado vegetal”: dare attenzione alle cose che non l’hanno. Se nel primo lavoro erano le piante, nel secondo sono gli oggetti, che “diventano cose vibranti con una loro autonomia – spiega l’autrice – Acquistano uno strano grado di indipendenza dalle parole con cui li descriviamo, dai sentimenti che provocano in noi e anche dal loro ruolo in questo specifico spettacolo”.

La storia racconta le diverse generazioni di una famiglia, dai primi del Novecento ad oggi, che si susseguono attraverso brevi quadri. Ancora sembrano tornare le atmosfere di Marquez, anche nella struttura del racconto, che pare modellarsi su “Cent’anni di solitudine”.

La scrittura di Infante riconferma la sua visione poetica e la sensibilità sottile verso il mondo che la circonda, ma lo spettacolo non raggiunge la potenza dell’altro lavoro. Le parti recitate sembrano brevissime in confronto ai cambi di scena, passaggi lasciati a vista in cui gli attori progressivamente costruiscono una sorta di torre-totem – la cui funzione resta un’incognita – o assumono su di sé degli oggetti per animarli. L’intento però è confuso, l’azione dilatata e poco efficace, tanto che l’idea che sottende al lavoro si coglie solo leggendo le dichiarazioni della regista.

A rendere ancor più spaesanti questi passaggi sono gli attori, che aderendo alla scena letteralmente invasa di oggetti, sono essi stessi invasi da una recitazione esagerata, frenetica, piena di tic e di grida.
Il tema è affascinante, ma lavorato con eccesso: di oggetti, di azioni prive di un senso drammaturgico, di smorfie.
L’indiscussa originalità di Infante, dovrebbe provare a misurarsi con l’arte della sottrazione: togliere anziché sovraccaricare, compattare i tempi e lasciar affiorare una semplicità che sarebbe forse più efficace.

Estado Vegetal
regia Manuela Infante
drammaturgia Manuela Infante, Marcela Salinas
con Marcela Salinas
design Rocío Hernández
design e realizzazione arredi di scena Ignacio Pizarro
macchinista Magdalena Mejía
design sonoro Manuela Infante
produzione Carmina Infante
in coproduzione con Fundación Teatro a Mil

durata: 1h 20’
applausi 2’

Visto a Venezia, Teatro alle Tese, il 30 luglio 2019
Prima italiana

 

 

Realismo
regia Manuela Infante
con Cristián Carvajal, Ariel Hermosilla, Héctor Morales, Rodrigo Pérez, Marcela Salinas
drammaturgia Manuela Infante
design Claudia Yolin
assistente al design Gabriela Torrejón
allestimento e operatore luci Rocío Hernandez
design sonoro Pablo Bello
operatore del suono Ignacio Salgado
macchinista Magdalena Mejía
produzione Carmina Infante

durata: 2 h
applausi 1’ 40’’

Visto a Venezia, Teatro Piccolo Arsenale, l’1 agosto 2019
Prima italiana

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