Il Manzoni di Sinisi. La deriva pop di Renzo e Lucia

Photo: Sonia Santagostino
Photo: Sonia Santagostino

Non certo la monumentale messinscena di “Miseria e nobiltà”, che un anno e mezzo fa pure non ci aveva impressionato più di tanto.
“I promessi sposi”, ultima produzione Elsinor che ha chiuso la stagione del Teatro Fontana di Milano con la regia di Michele Sinisi, è uno spettacolo che omaggia in Alessandro Manzoni, il romanziere principe della letteratura italiana.

L’allestimento stavolta è spartano, in linea con il carattere, la personalità, il ruolo sociale dei protagonisti: i filatori Renzo e Lucia.
La scenografia (Federico Biancalani) fatta d’impalcature, transenne, pannelli e tralicci rimanda a un edificio in costruzione, a un progetto edilizio lasciato a metà. Il matrimonio interrotto, come un’ipallage, rimbalza dai personaggi alla casa.
Sui pannelli la scritta “non s’ha da fare”: man mano che la storia si dipana, sbiadirà come certi (brutti) ricordi. I pannelli diventeranno muro per rievocare la clausura di Gertrude, o sfondo su cui proiettare un appassionato e un po’ melenso “Addio ai monti” recitato da nuovi profughi di mille accenti e colori. A ricordarci (casomai ce ne dimenticassimo) che la fuga per salvare la pelle non è tratto esclusivo di un popolo, né topos letterario.

Una lettura del romanzo (l’adattamento di Michele Sinisi si vale della collaborazione alla scrittura scenica di Francesco M. Asselta) che ha il limite di non scostarsi da oltre un secolo e mezzo di critica ufficiale, quella che ha il suo simbolo in Luigi Russo. Essa vede nel capolavoro manzoniano l’emblema, anzi, l’essenza stessa del cristianesimo. Dimenticando che il libro di Manzoni per tutto l’Ottocento venne lasciato fuori dallo studio dei seminaristi. Alcuni osservatori – ultimo Aldo Spranzi, ma prima di lui, in qualche modo, Raimondi e lo stesso Calvino – hanno visto in quello manzoniano una sorta di cattolicesimo da operetta: Lucia non innocente timorata di Dio, ma ingenua e superstiziosa; Renzo sempliciotto, annebbiato dal desiderio di vendetta; don Abbondio egoista e pusillanime, ripiegato sui propri privilegi; Agnese fin troppo pragmatica; il Cardinale Federigo carrierista che manda in processione i fedeli durante la peste, facilitando la diffusione del contagio. Per non parlare di padre Cristoforo, convertito per scampare il carcere.


Letture paradossali, estreme. Ma chi si misura con “I promessi sposi” nell’anno 2017 può eluderle, limitandosi a un approccio scolastico?
Ogni capolavoro nasconde un sottotesto, che un rifacimento non può esimersi dal disvelare. Altrimenti tanto vale adeguarsi alla versione classica. Oppure giocarci su, come fece il trio Marchesini-Solenghi-Lopez nel 1990, o come nell’esilarante sintesi in dieci minuti degli Oblivion del 2009.

Qui, nella versione di Michele Sinisi, i protagonisti sono immortalati nei propri stereotipi. Personaggi di una storia calata nel Seicento, pensata per l’Ottocento, ancora attuale nel 2000. Sarà per questo che troviamo la puerile (anche recitativamente) Lucia scorrazzare per il palco in rollerblade, alle prese con una storia più grande di lei.
A occuparsi di Lucia, Agnese, amabile (amatoriale nella recitazione) e un Renzo (Donato Paternoster) pimpante e combattivo.
Danno spessore alla narrazione un Don Abbondio (Stefano Braschi) stentoreo e coinvolgente, che avvia la narrazione in prima persona, e un Don Rodrigo (Stefania Medri, interpreta anche Perpetua) più verde e acido di un ramarro. Qui pettegolezzo e prepotenza sono evidentemente due facce della stessa medaglia, e non hanno identità di genere. Convincente Gianni D’Addario nell’interpretazione neomelodica di uno dei bravi che assomigliano a camorristi, mentre Azzeccagarbugli c’azzecca con quei legulei o politici tromboni che, nei loro tratti popolareschi, ricordano personaggi naif alla Di Pietro.

La seconda parte di questo spettacolo lungo ma brioso, dinamico, variato, mai pedante, si vale di ulteriori trovate registiche come la riflessione sul testo, la parodia di alcune trasmissioni Rai di successo o l’impotente (semiseria?) cogitazione di Sinisi versione Innominato su una fede bonacciona che prova a epurarsi dalla superstizione per puntare all’essenza delle cose.

Ci stanno dentro anche la narrazione della peste, l’omaggio a Strehler (in un divertente rifacimento di “Ma mi”), la lettura nuda e cruda del romanzo, nel toccante episodio della madre di Cecilia, una pulce gigantesca, citazione del “Racconto dei racconti” di Matteo Garrone.

“S’ha da vedere” questa versione pop del più celebre romanzo italiano? Probabilmente sì. I giovani presenti in sala non fiatano. Chi si annoiava in classe, a tratti si esalta a teatro.
Bicchiere mezzo pieno, dunque. Anche se il significato alto, recondito, di questa operazione resta per noi sfuggente.

I PROMESSI SPOSI
di Alessandro Manzoni
adattamento e regia Michele Sinisi
collaborazione alla scrittura scenica Francesco M. Asselta
con Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D’Addario, Gianluca delle Fontane, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Michele Sinisi
scene Federico Biancalani
costumi GdF Studio
aiuto regia Roberta Rosignoli, Nicolò Valandro
aiuto costumista Elisa Zammarchi
direzione tecnica Rossano Siragusano
Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

durata: 2h 30’
applausi del pubblico: 3’30”

Visto a Milano, Teatro Fontana, il 24 giugno 2017

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