La scena british in dialogo con le Marche

Tempesta in paradiso (photo: Lara Virgulti)
Tempesta in paradiso (photo: Lara Virgulti)

E’ una grande serata di linguaggi contemporanei di matrice “britannica” quella trascorsa al Teatro delle Muse di Ancona che, nei suoi ampi spazi, accoglie due spettacoli inseriti in due delle diverse stagioni che ospita: quella dedicata alla scena contemporanea e quella dedicata alla danza.

All’ultimo piano, nel Salone delle Feste che guarda la città da una parte e il suo mare dall’altra, trova una particolare collocazione “Tempesta in Paradiso”, una coproduzione di Marche Teatro e imitating the dog, una delle più innovative compagnie britanniche.
Nella grande sala è ricostruito un piccolo teatro, una platea per 20 persone dentro una scatola magica resa viva da un sistema di proiezioni che cambiano gli sfondi delle pareti, creano gli interni e gli esterni dando al pubblico il senso dello scorrere del tempo.
Tutto gira dentro la scatola: il pubblico, la scarna scenografia composta da un tavolo malamente sparecchiato, le due sedie e i due attori, un lui (Woody Neri) e una lei (Barbara Ronchi) che vivono il loro rapporto raccontando la propria storia come fosse quella dei personaggi di un libro.
Così i rancori, le passioni, gli slanci e gli abbandoni si stemperano, ardono e brulicano sotto la superficie, restano negli sguardi e nei corpi trattenuti.
C’è una casa e intorno un deserto, e il grande progetto comune di creare un giardino dove non c’è acqua; c’è il pragmatismo dell’uomo che lavora, crea, incanala l’acqua e vede solo la realtà della sua opera, c’è la metafora continuamente presente nelle parole della donna per la quale il giardino, le piante sono continui rimandi a un intimo mondo poetico; e c’è l’incomprensione che da tutto ciò deriva, il pretendere l’altro diverso da quello che è, il chiedere ciò che non può essere dato. Il progetto comune diventa l’elemento di divisione e scontro, il terreno su cui misurare le proprie diversità e incompatibilità. Una grande tempesta spazza via tutto, del giardino non rimane nulla; e nel nulla le mani dell’uomo e della donna possono tornare a incontrarsi.
In replica fino al 21 dicembre.

Passando dal teatro alla danza si scende nella sala principale, dove sul grande palco delle Muse trova posto “Border Tales”, spettacolo della pluripremiata compagnia di Luca Silvestrini Protein.
Portato in scena da un talentuoso cast internazionale, “Border Tales” è un grande, coraggioso, cacofonico tentativo di mostrare cosa significhi vivere in una nazione che ospita così tante e diverse culture. Richiama stereotipi legati alla società anglosassone ma che, con le dovute correzioni, possono essere declinati per ogni città o nazione del mondo attuale, tutti ugualmente immersi nei problemi di inclusione e riconoscimento legati alla multiculturalità. Del resto Silvestrini, definito dal Guardian, “the sharpest of comic choreographers”, ci deve essere un po’ passato, partito da Jesi per lavorare poi con artisti di tutto il mondo e trovare una ‘base’ a Londra.

Border Tales (photo © Jane Hobson)

Border Tales (photo © Jane Hobson)

Al centro dello spettacolo c’è Stuart, esemplificazione del cittadino bigotto che, con spirito buonista, organizza un party di benvenuto per trovare una collocazione a quegli stranieri che tanto lo spaventano e che non sa riconoscere al di fuori degli stereotipi. Yuyu, proveniente da un confuso Oriente, è un delicato fiore, Stuart un irlandese ubriacone, Salah un musulmano poligamo e così via. Ma sono gli stessi “stranieri” a non sapersi guardare al di fuori degli stereotipi, e cercano così disperatamente di adeguarsi a ciò che la cultura dominante vuole da loro.
Ecco allora che il ragazzo orientale si chiede disperatamente se non trova amici solo perchè è glabro e scende dal palco per interrogare il pubblico su queste diversità, che pare non possano offirgli una identità al di fuori del suo Paese d’origine.
Il tutto viene raccontato attraverso una danza che si contende lo spazio con la parola, e che spesso proprio in essa trova il suo ritmo e la sua ispirazione. E’ una danza, questa sì, non omologata, che riesce a mantenere tutte le caratteristiche legate alle diversità fisiche e culturali degli interpreti, creando un vero ed evidente melting pot. Resta però un po’ sullo sfondo, ancella di un testo che diventa in realtà protagonista, contenendo sproloqui divertenti, ammiccamenti al pubblico, gag ironiche e spassose.
Questo piacevole andamento rende leggero l’appiglio ad un tema così importante e complesso, gli leva pesantezza riconsegnandolo alla normalità della vita comune e quotidiana, dove spesso i problemi più che affrontarli vengono dribblati proseguendo oltre. Così faranno anche “gli stranieri”, abbandonando Stuart e i suoi palloncini di benvenuto sul palco, per andare alla ricerca di un altro party.

TEMPESTA IN PARADISO / storm from paradise
una creazione di imitating the dog
scritto da Claire MacDonad
diretto da Pete Brooks
video Simon Wainwrtight
luci Andrew Crofts – Andrew Quick
suoni Rory Howson
costumi Stefania Cempini
assistente alla regia Pablo Solari
produzione Marche Teatro – imitating the dog – Lancaster Arts – Lancaster University – UAL Central Saint Martins – Arts Council England
con Barbara Ronchi, Woody Neri

durata: 40’
applausi del pubblico: 2’ 10”

 

 

BORDER TALES
ideato e diretto da Luca Silvestrini
insieme ai performer: Temitope Ajose-Cutting, Salah El Brogi, Andrew Gardiner, Kenny Wing Tao Ho, Anthar Kharana, Stephen Moyniha, Yuyu Rau
e con il cast originale: Eryck Brahmania, Jodie Honetbourne, Femi Oyewole, Stuart Waters
musica: Andy Pink
musica addizionale: Anthar Kharana
luci: Jackie Shemesh
Costumi: Valentina Golfieri
consulenza: Vicki Igbokwe
assistente alla regia: Valentina Golfieri, Kip Johnson
con il sostegno di: Bath Dance – ICIA Bath, DanceEast, DanceXchange, Dance Manchester, The Place

applausi del pubblico: 1’ 30”

 

 

Visti ad Ancona, Teatro delle Muse, il 24 novembre 2017

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