Marcos Morau a Fuori Programma: Simulacro di libertà

Simulacro (photo: Andrea Caramelli)
Simulacro (photo: Andrea Caramelli)

“Fischioni”: in alcuni paesi del reatino, sono quei getti che in primavera spuntano ai piedi di un albero, quasi sulle radici, e si sviluppano velocissimi, tanto da formare quasi una seconda chioma a terra, speculare alla prima. Andrebbero recisi, perché sono affamati e sviano nutrimento dal fusto della pianta, ma fortunatamente a Roma la cura del verde e dell’ambiente è una fastidiosa fissazione di pochi fannulloni.
In quella zona del Parco dell’Alessandrino che dà verso il Quarticciolo, c’è un boschetto di tigli che accompagna per un breve tratto il sentiero, non più di una decina d’alberi. Naturalmente i fischioni sono lì, esplosivi, adolescenti, con le foglie enormi e spudorate, e disegnano un’alberatura doppia, che sembra riguardarsi in un qualche specchio d’acqua.

Sembrano proprio uscirsene da questi giovani fischioni i danzatori delle compagnie La Veronal e Spellbound Contemporary Ballet, messe insieme dall’instancabile enzima di Valentina Marini nel suo Fuori Programma Festival e poste sotto la progettazione coreografica di Marcos Morau, già ospite della rassegna nel 2017 con l’impressionante “Kova. Geographic tools”.
Che i danzatori di “Simulacro”, in prima assoluta qui a Roma, fiocchino dai cespugli è un’impressione spaziale, ma in verità essi vengono da noi, dal pubblico: siamo partiti tutti insieme dal Teatro Biblioteca Quarticciolo e siamo arrivati qui al parco. Poi improvvisamente alcuni fra di noi – i più giovani – si sono staccati dal gruppo, somministrandoci un breve ma intenso shock: di cosa si spogliano (di cosa si vestono?) questi nostri compagni di camminata, finora silenziosi e anonimi, ora improvvisamente catalizzatori di sguardi?
Si sono guardati, si sono cercati, si sono chiamati in causa. Si sono avvicinati, cancellando ogni distanza (o distanziamento), si sono presi in braccio, messi le mani addosso, buttati a terra; si sono fatti delle richieste, non chiare nel contenuto, punteggiate da monosillabi, ma urgenti, fortissime nell’intenzione. Si sono presi delle libertà. E questa libertà di interagire ed essere è diventata impegnativa, si è diffusa, è diventata (pericolo ancora maggiore, espressione ancor più inquietante) contagio.

Uno dopo l’altro, questi due, tre danzatori sono diventati cinque – tra di loro Lorena Nogal, che di Morau da anni incarna e accompagna il lavoro di ricerca.
La libertà che si prendono l’uno sul corpo dell’altro, e per estensione l’uno sulla vita dell’altro, rischia di estenderlo, il contagio, anche a noi, se non altro per quella sensazione che i performer siano ancora parte del nostro gruppo.

Qui, in questa doppia rottura di una doppia distanza, quella palco-platea e quella tra persona e persona, è ciò che resta nella memoria di “Simulacro” e lo scarto rispetto alle produzioni precedenti di Morau.
Laddove l’ambiente era strettamente teatrale, preparato, esclusivo, esteticamente delineato, e la qualità del gesto assoluta, qui, abbattuta ogni parete, ogni stilizzazione dello stare dentro e fuori la scena e anche il gesto si scioglie, si contamina, deve farsi dialettico. In un lavoro site specific in cui il palco non esiste, o meglio sta ovunque si trovino questi cinque corpi, tra i fischioni o nel campo mal rasato subito dietro, anche i paletti che delineavano uno stile estremo devono per forza cadere. E allora cade anche il confine, come tante volte accade ultimamente, tra danza e ballo sociale, tra movimento come significazione esclusiva e inserzione vocale. I danzatori non disdegnano di cantare loro stessi, di condividere brevi sentenze sulle dinamiche della gioventù e della libertà: un piccolo manuale romantichetto ‘a uso della gioventù’, spesso in quella forma di allocuzione aprioristica, urticante.

Può poi capitare che alle componenti di una di queste sentenze (tema la libertà) vengano associati specifici gesti, che un corifeo mostra e che il pubblico è invitato a ripetere: anche la partecipazione al movimento, oltre che allo spazio, si diffonde e ci contagia. Il palco non è più dove insistono i loro corpi, ma è anche dove sono i nostri, è dappertutto.
Infine è un cerchio: ci teniamo per mano (nel 2021!), stiamo cantando, nemmeno troppo stonati “Il cielo in una stanza”, ma senza parole, per gli smemorati, sulla sillaba “na”.

Adesso loro – uno per volta – si sfilano, ci abbandonano, ed è come se ci avessero lasciato in mano la fiaccola di una ritrovata libertà, messa insieme in modo arruffato, non sempre convincente, in quel pericoloso interstizio tra l’essere adolescenti e ricordarsi di esserlo stati, sulle tracce di quel ‘tempo perduto’. Con il dubbio se siamo noi ad aver raggiunto per un attimo questi adolescenti, o loro ad averci accompagnati per un tratto, come i fischioni sul sentiero.
La cosa certa è che fra pochi versi la canzone finisce e il cerchio si scioglie.

SIMULACRO
MARCOS MORAU / SPELLBOUND CONTEMPORARY BALLET / LA VERONAL
progetto site specific creato per Fuori Programma Festival
coreografia e regia Marcos Morau
interpreti Mario Laterza, Lorenzo Capozzi, Linda Cordero, Lorena Nogal e Sau-Ching Wong

durata: 45′

Visto a Roma, Parco Alessandrino, il 3 luglio 2021
Prima assoluta

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