Maros. Le tre sorelle di Renata Palminiello

Renata Palminiello

Maros / Gelo (photo: teatroi.org)

È un lavoro sulla persona e il suo ambiente, e sul vivere dell’attore lo spazio per costruire l’ambiente, quello condotto prima attraverso un laboratorio e poi portato in scena da Renata Palminiello, debuttato a Castiglioncello lo scorso anno e arrivato una settimana fa a Milano, ospite del Teatro i.

“Maros”, che in italiano significa “gelo”, è il titolo affidato all’adattamento svolto dalla regista a partire da “Tre sorelle”, il penultimo testo teatrale di Anton Čechov prima de “Il giardino dei ciliegi”.

La trama è rispettata ma non del tutto approfondita in ogni passaggio dell’intreccio, rimanendo concentrata sulle protagoniste, le tre figlie di un generale da poco scomparso: Olga è la maggiore, nubile, mentre Masha si è sposata giovanissima a un professore che non ama; infine c’è Irina, la più emancipata, bella e corteggiata, desiderosa di affermarsi con un mestiere e di trasferirsi a Mosca per sfuggire alla vita di provincia. Nell’attesa, vivono con il fratello Andrej in una casa che rappresenta il fulcro del mondo, per loro e non solo, visto che è quotidianamente frequentata sia da giovani brillanti, baroni e ufficiali, impegnati in dibattiti ideologici o sociali, angosciati dalle aspettative e assillati di interrogativi, sia da un dottore, più anziano e meno illuso.


Originariamente ispirato alle sorelle Zimmermann di Perm’ conosciute da Cechov, il testo adattato da Renata Palmaniello mostra tre sorelle che, insieme alla loro dimora, rappresentano quella “nobiltà” in via di estinzione con tutti i suoi valori e modi di vivere, pensare, lavorare, o meglio, non lavorare, costituendo una roccaforte all’interno di un piccolo paese di provincia. Almeno fino a quando la Storia non sposta il perno degli equilibri, la borghesia si arricchisce e in casa arriva Natasha, sposa di Andrej mal sopportata dalle tre sorelle.

Per rappresentare l’evoluzione dei personaggi, e in particolare delle tre donne, il dramma si appoggia alla casa, che è spazio e simbolo. Ecco perché, prima ancora del lavoro sulla costruzione del personaggio, la Palminiello ha sperimentato, nel corso di un laboratorio con gli attori, attraverso diverse fasi e luoghi di allestimento, se non proprio delle regole di composizione, dei punti fissi attorno ai quali gira lo spettacolo.

Uno di questi è lo spettatore. Il pubblico, infatti, più che essere coinvolto direttamente dalla performance viene accolto all’interno dello spettacolo, con la platea che diventa parte di essa.
In particolare, essendo il pubblico posizionato sotto un’icona religiosa appesa, nel luogo più intimo della casa, tradizionalmente dedicato alla “confessione”, raramente i personaggi sono rivolti in direzione dello spettatore, se non in pochi e brevi momenti di solitudine, paura, angoscia e perdita.

Il lavoro di costruzione dello spazio è inoltre visibile dalla presenza, o assenza, di arredi e dalla loro disposizione, perché la casa non viene riconosciuta grazie agli oggetti o alle stanze.
Il realismo, infatti, non viene reso dal fatto che i personaggi siedono a cenare o si ritirano per la notte scomparendo dietro una porta: la loro reale esistenza di persone viene espressa direttamente dal loro toccare, calpestare e modificare lo spazio, dal loro agire sugli elementi che rappresentano la consuetudine di un luogo, dal loro essere rappresentati, per esempio, da lampadine “scoperte”, appese al filo e non rifinite da un vero e proprio lampadario, come se oggetti e persone fossero precari in quel luogo.

Creare le azioni, e i movimenti dei personaggi per ricostruire un luogo che viene riconosciuto come casa, è il grande lavoro di regia che sposta un testo “cardine” e permette di riadattarlo senza distruggerlo o tradurlo, ma rendendolo contemporaneo, con l’attenzione e la ricerca che derivano da una sensibilità di oggi. L’impronta registica, così studiata e presente, determina quindi il buon andamento di uno spettacolo che riesce a riportare alla nostra contemporaneità una vicenda ambientata oltre un secolo fa, lasciandolo lo spettatore libero di creare le proprie connessioni con un possibile presente.

Il “metodo” di costruzione dello spettacolo nasce dall’esperienza condotta anni fa da Renata Palminiello con Thierry Salmon, e continua a tenere vivo l’insegnamento del regista belga prematuramente scomparso.
Con questo focus, la regista ha usato il testo per lavorare sullo spazio e sui personaggi, che sono in numero inferiore rispetto agli attori a disposizione: circa 15 attori sotto i trent’anni, provenienti da una classe della scuola Alessandra Galante Garrone di Bologna, una scelta che però va a scapito della compattezza del gruppo, con la recitazione ancora troppo “accademica” di alcuni di loro, i più giovani in particolare.
La soluzione costruttiva per lo spettacolo è la scelta di assegnare a rotazione diversi ruoli a diverse personalità, per rubare le caratteristiche proprie di ogni attore e spostare gli equilibri dei personaggi.

Un modo di “metterli a nudo” che si affianca alla mancanza di una vera e propria quarta parete tra noi e loro: dalle scale dell’ingresso al foyer, dal foyer alle ultime sedute e dalla prima fila al dietro le quinte, il teatro è aperto, e con questo tutti i personaggi, che entrano ed escono da dietro le nostre teste, continuando a parlarsi lontano da noi. Anche questo un modo possibile di costruire, e percepire, lo spazio.

Maros / Gelo
da Tre sorelle
di Anton Cechov
adattamento e regia: Renata Palminiello
con: Camilla Bonacchi, Costantino Buttitta, Carolina Cangini, Giuliano Comin, Elena De Carolis, Lorenzo Delaugier, Lia Locatelli, Sena Lippi, Agnese Manzini, Gabriele Reboni, Giovanna Sammarro,Gabriele Tesauri, Jacopo Trebbi, Michele Zaccaria
durata: 1h 45′
applausi del pubblico: 2′ 30”

Visto a Milano, Teatro i, il 23 febbraio 2013


 
 

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