Martina Gambardella: sogno di creare danze che siano esperienze tattili

Martina Gambardella ad Ammutinamenti 20 (photo: Dario Bonazza)
Martina Gambardella ad Ammutinamenti 20 (photo: Dario Bonazza)

Con Martina Gambardella iniziamo oggi una serie di interviste a giovani danzatrici per approfondire meglio il cammino che porta giovani performer ad affrontare il difficile mondo della danza, facendoci raccontare le loro esperienze e i sogni per il futuro.

Martina nasce a Napoli nel 1993. Formatasi come danzatrice tra Milano, presso il CIMD-Centro Internazionale Movimento e Danza, e Leeds, presso la NSCD-Northern School of Contemporary Dance, si trasferisce nel 2014 a Berlino e per un anno segue l’Axis Syllabus International Research Community Hub.
Dal 2012, accanto alle collaborazioni come danzatrice, porta avanti la sua ricerca coreografica, incentrata su una riflessione sull’abitare e sul divenir altro della materia corporea. Nell’estate 2016 consegue il Diploma di post-laurea in Developing Artistic Practice a Londra, presso la LCDS-London Contemporary Dance School. Nel 2017 co-fonda a Berlino il Collettivo di studio e performance Cavadoras, in collaborazione con Marianne Tuckmann, Marcelo Schmittner e Lilly Pohlmann. Attualmente è artista associata di CodedUomo Choreography and Research e parte del CIMD-Incubatore per futuri coreografi, un progetto supportato dal MiBACT, diretto da Franca Ferrari in collaborazione con Daniele Ninarello, Marco D’Agostin e Davide Valrosso. E’ coreografa di ERROR#1, progetto selezionato dal Network Anticorpi XL per la Vetrina della Giovane Danza d’Autore 2020.

Martina Gambardella

Martina Gambardella

Iniziamo con una domanda banale, un po’ alla Marzullo: perché hai scelto di danzare?
E’ stata una scelta nata da un amore, e confermata giorno dopo giorno, che mi ha fatto comprendere come la danza non appartiene esclusivamente al mondo del fare, ma dell’essere e del restare in ascolto. Ho scelto di danzare perché, nel suo spiegarsi e nel suo continuo ed immediato sentire, discorrere con l’altro, la danza è richiamo, risonanza di come l’umanità e la natura non sono separate, ma coabitano il mondo.

Quali sono state e quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato durante la tua ancora breve carriera?
C’è stato un momento nel mio viaggio in cui sono incorsa in una rinuncia. E’ stato un momento in cui ho iniziato a re-interrogare ogni gesto, ogni microscopico atteggiamento, abitudine che avevo metabolizzato nel tempo. Non passava giorno che non chiedessi a me stessa: ma che lingua parla il corpo? Ne desideravo un dis-occultamento. Desideravo poter essere presente al movimento nel sentimento primo della sua nascita, lasciarlo fuggire, liberarlo, smetterla di agire su di esso.
Questo ha provocato disordine, una sfasatura; e la difficoltà maggiore è stata una forma di disorientamento e allontanamento rispetto non solo all’iter che con la danza mi ero prefissata in partenza, ma anche al mondo che, in quel momento, costituiva per me l’unica danza possibile. Questa è stata la mia più grande difficoltà: desiderare fortemente la danza ma sentirmi alla periferia. L’arrivo in Germania è stato per me sanatorio.
Oggi che, per mia grande fortuna, sto lavorando con il supporto e nel continuo dialogo con realtà ed artisti, le difficoltà sono legate essenzialmente alla complessità del momento storico che stiamo attraversando. Come mantenere vivi gli stimoli e il dialogo con l’esterno senza abissarsi e ripiegarsi su se stessi è la domanda a cui tento di rispondere ogni giorno.

Hai dei maestri a cui fai riferimento?
Sì, molti maestri che porto nel cuore e mi nutrono. Mi viene da dire che ognuno di loro mi ha fatto fare un passo indietro. Prima fra tutti Franca Ferrari, alla cui porta del CIMD andai a bussare all’età di 18 anni. E’ stato grazie a lei che ho finalmente volto lo sguardo alla nuova danza. Lei mi ha fornito la conoscenza degli strumenti e dei principi fisici che ho messo in valigia ed esplorato giorno per giorno in questi anni. Queste basi mi hanno suggerito anche una distanza da cui vivere, una volta approdata a Leeds, l’esperienza delle tecniche accademiche e fare il mio “viaggio nel tempo” con la storia della danza contemporanea.
Una maestra verso cui non ho mai smesso di provare gratitudine è stata Maya M. Carroll. Nel disorientamento di cui parlavo, il suo incontro mi ha fatto da faro, spingendo la danza che cercavo in una direzione sempre più umana e sensibile. Maestri sono stati anche Rosalind Crisp e Julyen Hamilton: nella loro giungla ho celebrato ancora e ancora la vulnerabilità di un corpo all’altro presente. Maestro è stato Angus McLean Balbernie ai tempi della NSCD e i miei stessi colleghi, le cui danze re-incrociano le mie a volte, da qualche parte, all’improvviso. Maestri sono anche tanti musicisti che hanno aperto nuove spazi di possibilità e scorci di mondo nel corpo. Il mio preferito è il sassofonista Joe Henderson, non l’ho mai conosciuto di persona, ma è un mio maestro.

Dei tuoi colleghi o colleghe italiani quali stimi di più?
Sono rientrata in Italia due anni fa, ho incontrato numerosi artisti e colleghi che hanno lasciato un segno profondo. Per esempio, essere all’interno del CIMD-Incubatore per futuri coreografi mi ha davvero permesso di dialogare con artisti che ho ammirato per la sensibilità e la devozione verso il loro operare. Vorrei farti il nome di Daniele Ninarello. Ho questa data impressa nella mente: era il 4 gennaio 2019, al Teatro Biblioteca Quarticciolo a Roma, ero arrivata lì per vedere “Kudoku”. Quella sera ho assistito al risveglio della danza in tutto il suo potere di rivoluzione umana. Mi sentivo muta.

Quali sono le maggiori differenze che hai trovato tra la situazione della danza contemporanea nel nostro Paese, in Inghilterra e a Berlino?
E’ davvero difficile rispondere. Forse diversa è l’attenzione. Ma non nel senso che ci sia più o meno attenzione alla danza, è solo diverso lo scenario che ti trovi davanti. Ma poi, forse, lo scenario che ti trovi davanti è anche lo scenario che cerchi a seconda del momento di vita che stai attraversando. In Inghilterra ho avuto l’occasione di conoscere le grandi compagnie europee in tournée. Ho apprezzato il virtuosismo e la spettacolarità di molti lavori. Ma ho ringraziato la Germania per le sperimentazioni e la ricerca sempre più spinta a solcare il confine tra i linguaggi. Una volta assistetti a un concerto che ricorda un po’ gli études élastiques di Bernard Parmegiani. Eravamo tutti seduti a terra, in uno spazio vuoto attraversato da fili di ogni lunghezza e spessore. Il compositore si muoveva attraverso questa maglia, lasciandola vibrare e risuonare. Eravamo praticamente in una ragnatela sonora. Quando penso all’arte e alla danza a Berlino, mi viene sempre in mente questa immagine e quell’evento, non solo per la carica sperimentale, ma per il grado di immersione dell’arte nella vita delle persone.
Sono rientrata in Italia due anni fa, e sono quindi in fase di scoperta. Malgrado le complessità di cui sono consapevole, sto scoprendo tante realtà significative di apertura e sostegno alla nuova danza. Dieci anni fa, spostarsi dalla vera periferia e orientarsi fu davvero una dura prova. Oggi esiste un dialogare nuovo: azioni di reti aperte all’integrazione degli artisti, la possibilità di uno scambio orizzontale delle pratiche e l’apertura dei processi stanno rendendo possibili tanti incontri e possibilità prima impensabili.

Quali sono gli aspetti che ti interessano di più nella formazione di una coreografia?
Mi interessa l’approfondimento delle pratiche, ossia l’aspetto esperienziale e sensoriale della conoscenza e del nostro essere in relazione, per un orientamento e un sapere che non faccia dei nostri corpi solo un solido ed impenetrabile ammasso di informazioni e dati. Mi interessa guardare come un corpo si fa corpo plurale, corpo-spettatore, risonanza e senso del mondo. Ora sto guardando alla coreografia come esposizione di un processo corporeo di apprendimento, e quindi decostruzione e spazializzazione. Sogno di creare nel tempo danze che siano sempre più esperienze tattili. L’aspetto fondamentale è il grado d’attenzione individuale e l’ascolto che la danza ci permette di scoprire giorno per giorno, che sento sia oggi la chiave per proteggere quello spazio invisibile, intimo e notturno che ci lega alle cose.

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