Massimo Sgorbani e i pensieri inconfessabili dei padri. Intervista

Massimo Sgorbani

Massimo Sgorbani

Se in “Innamorate dello spavento” aveva indagato alcuni aspetti del mondo femminile, questa volta Massimo Sgorbani (una laurea in Filosofia e un diploma in drammaturgia alla Paolo Grassi) è tornato al monologo per esaminare l’universo maschile.
Lo ha fatto scrivendo “Tracce mnestiche di un padre di famiglia”, una delle tre drammaturgie che compongono lo spettacolo “Fuck Me(n)”, edito da Cue Press, in scena la settimana scorsa al Teatro Out Off di Milano, e di cui Klp aveva già visto lo studio nel 2013, presentato in chiusura del festival Mixité.

Nato dall’idea di una donna, Renata Ciavarino della compagnia Dionisi – che l’ha coprodotto, “Fuck Me(n). Studi sull’evoluzione del genere maschile” porta alla luce, attraverso il contributo di tre drammaturghi a noi contemporanei (oltre a Sgorbani, Giampaolo Spinato, autore de “Il professore animale” e Roberto Traverso di “Sunshine”) alcuni risvolti tragici della maschilità, interpretata in scena da Alex Cendron. Una maschilità eterosessuale. “Normale”. E assolutamente prossima.

Per farlo i tre autori hanno scelto temi forti: un professore universitario disgustosamente cinico ed erotomane, abituato a barattare il proprio potere con favori sessuali (“Il professore animale”); un giovane padre alle prese con un senso di colpa inespiabile per aver dimenticato in auto il figlio piccolo, causandone la morte (“Sunshine”), e infine, in “Tracce mnestiche di un padre di famiglia”, l’uomo irrisolto che non riesce a separare l’amore e la sessualità dalla violenza, istigando anche il proprio figlioletto a comportamenti tutt’altro che edificanti.


Proprio in quest’ultimo monologo, firmato da Sgorbani, la drammaturgia sottile e affilata come una lama penetra nei meandri del sentire maschile, in sentimenti e pensieri terribili, inconfessabili ma tristemente reali. Perché, come afferma l’autore, la forma del monologo è “rappresentazione di mondi interiori […] Il monologo, inteso soprattutto come monologo interiore, si svolge in un flusso ininterrotto che attualizza di continuo il passato, lo rimugina, lo trasfigura, lo ripropone in veste di presente. Pezzi di passato sono sempre presenti, come la prima nota di una sinfonia è comunque presente nell’ultima. È un fardello ingarbugliato e che si ingarbuglia a ogni piè sospinto e che, in quanto flusso ininterrotto, si caratterizza non solo per le parole significanti, ma per le caratteristiche stesse del fluire, dello scorrimento soggetto a movimenti ritmico/musicali”.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Massimo Sgorbani nella sua casa in campagna, nei pressi di Piacenza, dove vive.

Violenza e fragilità: è un ossimoro presente nel ritratto del tuo protagonista di “Fuck Me(n)”. Alla fine si svela però che è stato un trauma ad indurre questo padre ad associare la violenza alla sessualità e all’amore…
La vicenda del protagonista del mio monologo è quella di un uomo irrisolto con una concezione malata della vita e dell’amore. Ma è anche un ragazzo che ha subìto un trauma durante l’adolescenza, perché disorientato da ritagli di immagini pornografiche trovate in un parco, immagini oscure e violente, e per lo più ritagliate, frammenti di frammenti.
Come spesso avviene, ciò che non si riesce a comprendere sfocia in una incapacità di relazione che termina nell’aggressività. In un personaggio fragile come quello che ho forgiato la violenza è proprio il frutto dell’incomprensione della donna e dei rapporti tra uomo e donna. Ho voluto inquadrare la sua vicenda umana tra un prologo ed un epilogo proprio per sottolineare come il contesto abbia contribuito a far crescere in lui l’aggressività e la violenza.

Alcuni elementi presenti nel monologo sembrano avere una valenza simbolica: penso alle feci che il protagonista immagina di eliminare dal corpo della moglie ormai in carrozzina, seguendo una mostruosa fantasia.
Più che simboli, c’è in quel pensiero l’idea della sottomissione totale della donna, ridotta allo stato di inermità. Il protagonista immagina e desidera che la moglie diventi paraplegica, che debba dipendere da lui persino per le azioni più elementari, svelando così la paura che in realtà sente per la donna. Alla fine del monologo, la situazione sarà capovolta, e nei suoi pensieri diventerà lui l’impotente, soggetto al dominio totale, facendo emergere una fantasia di sottomissione.

Il rapporto con il figlio sembra per certi aspetti collocare il lavoro ad una generazione di poco precedente alla nostra, in cui l’educazione dei padri nei confronti dei figli maschi contemplava anche l’incitazione alla violenza come mezzo di affermazione personale.
In realtà la storia è stata pensata nella contemporaneità; anche se il protagonista è un padre che rievoca gli incontri di boxe di Alì e Foreman, certe coordinate culturali sono rimaste immutate. Il mito della forza fisica è più vivo che mai, persino il cinema ci rimanda ancora oggi l’idea dell’uomo forte, dell’eroe maschile che, seppur a fin di bene, si misura con la violenza.

“Innamorate dello spavento” analizzava tre personaggi femminili legati (succubi d’amore) ad Adolf Hitler. “Tracce mnestiche di un padre di famiglia” è invece un ulteriore passo dell’esplorazione dell’universo maschile che avevi iniziato con “Per soli uomini”?
“Per soli uomini” è un testo del ’98, scritto su commissione, che la scorsa stagione è stato messo in scena da Giovanni Battaglia al Teatro Libero di Milano. Più volte ho analizzato attraverso la scrittura storie di uomini fragili, con tanta insicurezza e paura del mondo femminile, visto come minaccia perché rappresenta una diversità che non si riesce ad inglobare.
Tanti progetti sono ora in corso e spero di portare di nuovo in scena “Fiorirà la mandragola”, presentato a Outis, che oltre a riprendere il mito della forza fisica è un lavoro di esplorazione di nuovi linguaggi della scena.

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