Infactory. Dentro la bottega di Matteo Latino

Matteo Latino - Infactory

Matteo Latino – Infactory (photo: matteolatino.net)

“Ogni mattina arrivo qui e apro bottega”. Matteo Latino si presenta così, come un artigiano alle prese con il suo prodotto. Ed è proprio grazie al lavoro quotidiano negli spazi teatrali del Kollatino Underground di Roma che ha vinto il Premio Scenario 2011.
Attraverso un disegno preciso del progetto unisce i pezzi, sceglie i materiali, lima qua e là le imperfezioni, colora di poesia le parole, battendo sugli accenti, trapanando a fondo alla ricerca di emozioni forti. Il risultato finale, l’oggetto unico e prezioso, è uno spettacolo. In questo caso, appunto, quello vincitore dell’ultima edizione dello Scenario, “InFactory”.
L’arte non è posta al di sopra del mestiere, diviene parte di esso, presentando così con successo alla giuria e adesso al pubblico un’opera apparentemente semplice e fruibile, ma complessa nella sua struttura profonda. Latino è attore, drammaturgo e regista di uno spettacolo che presenta senza fronzoli la condizione umana dei trentenni. Giovani intrappolati in una piccola gabbia di tre metri per tre in affitto, in attesa di essere “macellati” o liberati.

“Quando le teste arrivano – tagliamo le corna. Dopo aver tagliato le corna – buttiamo le teste sul fuoco. Quando tutti i peli si sono bruciati – togliamo le teste dal fuoco. E le puliamo. E insegniamo loro a camminare”.
Lo spettacolo affronta un audace parallelismo tra la condizione dei giovani esseri umani e quella dei vitelli a stabulazione fissa (il sistema di allevamento del bestiame in stalla) prossimi al macello. Una realtà che Latino conosce bene, figlio di imprenditori di un agriturismo nel Gargano in cui ha conosciuto stalle, pascoli e morte.
La realtà di un’attesa, l’illusione di una vita che ancora non è concesso conoscere, di un’indipendenza solo sognata. “Un vitello che è nella condizione di stabulazione fissa che uomo potrà mai divenire?” si chiede l’autore. Lo spettacolo interroga una condizione esistenziale senza darne risposte, fotografa l’essere nella sua apparente staticità, quella di un animale in gabbia abbandonato nel caos suburbano. La speranza di libertà impedisce ogni forma di ribellione. L’uomo è in attesa, claustrofobicamente inscatolato: “Under costruction area”. E’ questa la zona in cui ci troviamo, secondo Matteo Latino. Un cantiere senza ingegneri, senza operai, in cui gli unici costruttori siamo noi stessi, privi di guida e indicazioni, con una meta al di là delle impalcature mentali che ci hanno imposto.

Lo spettacolo nasce dopo due anni di lavoro solitario, di raccolta di materiali letterari, video, musicali che spaziano da poesia e letteratura a manuali di macellazione e video sulla vivisezione. Il Premio Scenario ha dato lo slancio per aprire poi il progetto. Il gruppo di Matteo Latino nasce nel 2009 e comprende, oltre a lui in veste di attore e drammaturgo, Fortunato Leccese, attore della provincia di Latina.
I due si incontrano nel 2005 e frequentano i tre anni del Centro Internazionale La Cometa di Roma, dove studiano insieme e si diplomano nel luglio 2008. L’anno successivo decidono di unirsi per lavorare al progetto “InFactory”. Inizia così un periodo di prove all’interno delle stalle dell’agriturismo pugliese di MonteSacro, nel Gargano. Nel 2010 la compagnia inizia a collaborare con il Kollatino Underground di Roma, diventando ufficialmente compagnia in residenza.

Matteo Latino

Matteo Latino – Infactory (photo: matteolatino.net)

“Tutto nasce a tavolino, avevo un’idea precisa dello spettacolo da realizzare e ogni esperienza della mia vita la riportavo all’interno dei materiali utili per la costruzione drammaturgica” racconta Latino. “I testi sono miei, così la regia – aggiunge – Con Fortunato Leccese abbiamo costruito le partiture fisiche e insieme abbiamo cercato i materiali video”.
Il Premio Scenario viene affrontato con l’umiltà del minatore, dell’agricoltore, dell’artigiano. Un passo dopo l’altro, dapprima i cinque minuti, “i più intensi, che corrispondono ai primi minuti dello spettacolo, che sono stati costruiti di getto, sotto l’onda dell’ispirazione; poi il resto dello spettacolo, che è stato il lavoro più duro, più lento e ragionato, la parte più difficile”.
Lo spettacolo è uno specchio autobiografico che tuttavia l’autore è stato in grado di elevare a metafora per renderlo storia di tutti. I personaggi in scena sono due; ognuno vive la stessa realtà in una scatola chiusa, priva di comunicazione con l’altro, monologando al mondo senza dialogare mai con l’esterno. Questa scelta stilistica apre così i varchi dell’interpretazione, le doppie porte della narrazione. Chi sono questi due giovani intrappolati nel limbo della vita? Le due facce della stessa realtà lottano contro la staticità dell’esistenza precaria e si ribellano attraverso movimenti frenetici, ma schematizzati e vacui. 
Lo spettacolo ricorda per certi versi lo stile pop di Babilonia Teatri, vincitori anch’essi del Premio Scenario nel 2007 con “Made in Italy”, ma senza quella durezza critica e dissacrante dei testi che li contraddistingue. Lo spettacolo utilizza un linguaggio ritmato, movimenti sincopati e danzati a ritmo di techno, alternati a lunghe pause piene di pathos, nel loro silenzio altamente comunicative.

La scena è semplice, caratterizzata da quadri luminosi al neon, faretti, un cellophane a terra, magliette colorate con messaggi, slogan dal retrogusto brechtiano, ma frizzanti d’ironia.
Non si percepisce un’unità di narrazione, ma solo pezzi, tranci di corpi e voci, parole come pulviscolo in volo che catturano sensi e significati lontani nel tempo e nello spazio. I ricordi e l’attuale si confondono nell’assemblaggio metropolitano quotidiano. Due vitelli a stabulazione fissa prossimi al macello. Due giovani che vivono nell’illusione della libertà, un sogno che li imprigiona eliminando ogni istinto di ribellione. Ogni giorno diviene uguale al precedente, la ripetizione di parole e gesti li rende già morti, intrappolati in una fatiscente esistenza. Le parole e le azioni ripetute sono in grado di restituire la sensazione di staticità che spesso caratterizza i giovani umani e quelli bovini. I due si incontrano, forse, ma non comunicano, non vi è dialogo, solo affinità esistenziale. Si è vicini ma separati da reti invisibili, in attesa che “qualcuno” decida chi dei due raggiungerà il pascolo, l’erba, il sole, e chi invece vedrà il proprio boia.

Una favola dura, in cui le visioni dei personaggi si intrecciano e si deformano davanti agli occhi dello spettatore seguendo un ritmo serrato che ricorda quello della catena di montaggio. Ancora una volta vince il teatro d’attore, di parola, in cui la ricerca espressiva risiede nel lavoro del performer, nella sua capacità di esprimere concetti attraverso l’unione di parola e gesto, costruendo piramidi di senso attraverso un lavoro di ricerca drammaturgica precedente all’ingresso in sala.
In un momento storico teatrale caratterizzato dalla ricerca e dalla sperimentazione dell’interazione tra mezzo digitale e attore, qui torna a vincere ciò che più vicino sta alla tradizione, con l’essenzialità del corpo, le sue parole e le sue emozioni.
L’uso della parola si trasforma in sincope, alienazione, il significato viene trasportato da frammenti di immagini, montaggi di suoni e sillabe.

“Un dialogo che non avviene, che è esposizione frontale, danza riflessa su schermi virtuali, esercizio solitario di una poesia raffinata, di cui i due attori si fanno tramite per scoprire risorse lessicali, metriche, timbriche di una lingua che trova un’inedita cittadinanza sulla scena giovanile”. Così si legge nelle motivazioni della giuria, confermando una continua attenzione al teatro di parola e alle tematiche relative alla condizione giovanile attuale, testimoniate anche dai precedenti vincitori: nell’edizione 2009 Codice Ivan con “Pink, me & Roses”, nel 2007 i già citati Babilonia Teatri, nel 2005 Gianfranco Berardi e Gaetano Colella con “Il deficiente”.
Giovani autori, attori, drammaturghi. L’occhio rivolto ad una realtà claustrofobica, asfissiante e cannibale. Al centro l’uomo intrappolato nel purgatorio urbano. Alle prese con un futuro ancora da costruire.   

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