La Me-Dea di Scordio. La mediocrità vince

Photo: Stefania Varca
Photo: Stefania Varca

Sedotta e abbandonata da Giasone dopo aver costruito una famiglia, Medea scioglierà l’ira del suo dolore funesto. L’aggiornamento del titolo, “Me-Dea”, lascia immaginare una rivisitazione artistica audace e contemporanea da parte del direttore artistico dello Spazio Avirex Tertulliano di Milano Giuseppe Scordio, presente anche in scena a infondere autorevolezza all’operazione.
La modernità è restituita per mezzo di una scena scarnificata, ridotta a brandelli di cellophane, che accoglie lo spettatore introdotto alla tragedia senza nessun annuncio, senza un abbassamento delle luci a transitarlo nell’altrove ovattato della finzione. Parte una musica, sipario che non c’è.

L’inizio dello spettacolo sembra promettente, carico di auspici interessanti: materiali plastici, luci complementari che rinviano ai caratteri opposti di Medea e Giasone, un’illuminotecnica sapiente, in grado di giocare al massimo le scarse possibilità di un palco ridotto, e di inventare letteralmente nuovi spazi.

Dalle prime battute, però, qualcosa stride. I personaggi vestono abiti non solo moderni, ma identificativi di una tipologia della quotidianità: Medea porta tacchi alti e un tailleur-pantalone. A questo aggiornamento così marcato, però, non corrisponde un rinnovamento interpretativo e nemmeno lessicale. Salvo per alcune battute, le parole recitate hanno l’enfasi del teatro antico. Scordio ci prova ad attualizzare il testo, ma lo fa alla spicciolata, senza metodo: Medea pronuncia più volte un “bastardo” che stona doppiamente: in collisione con l’aura sacrale dell’enfasi euripidea e fragile in bocca ad una Medea (Paola Roberti) che lo butta via, come fosse una parola qualsiasi, invece di aggrapparvisi con più carattere, per restituire oggi un dolore ancestrale.

Questa operazione di aggiornamento, condotta tutta in superficie e a singhiozzo, si riflette nella scenografia: nell’iper minimalismo della scena in cellophane – peraltro non giustificato a livello scenico e drammaturgico – spunta, nella dimora della protagonista, una caraffa anticheggiante, giustapposta per sfoggiare un esotismo gratuito.

Nella società dei reality show coltivare la classicità è un proposito lodevole. Tuttavia, l’attualità di un classico è data dall’universalità della materia trattata, che valica i confini socio-temporali (si parlava, quasi specularmente, di cosa fosse un testo drammaturgico contemporaneo proprio pochi giorni fa su Klp, attraverso la recensione di “Settimo cielo”).
Non è facendo indossare una minigonna di pelle a Medea che la si rende contemporanea. Il personaggio è già attuale nelle parole di Euripide: è il suo dolore, il suo strazio, la sua rabbia ferina, di animale privato di ogni cosa che diviene bestia rapace, è questo sentimento che è moderno perché eterno.

A difesa della compagnia c’è da dire che il personaggio di Medea è uno dei più complessi di tutta la letteratura teatrale a causa della sua bipolarità. Medea non è solo l’emblema della separazione (come ogni donna: privata della verginità, privata del mestruo, privata della libertà di scelta, privata del figlio che le cresce in grembo e poi “perde”), ma è anche l’audacia della sofferenza che degenera in cattiveria. Ma non è questo un personaggio nero per definizione: c’è, nella sua meditata vendetta, un dolore lacerante che, ancor prima che reso a livello recitativo, va compreso.

Gli attori in scena, imbellettati in abiti eleganti, con scarpe a punta ben lucidate, invece, sembrano avulsi dal testo e dal contesto: il loro dolore è senza disperazione, la loro voce impostata sul tono che si pensa dovrebbe avere questo o quel personaggio. Ma recitare non è trasmettere un documentario: è graffiare, affondare nelle viscere, è convulsione emotiva.
Il dolore di Medea dovrebbe sgretolare i muri del teatro, mentre qui non è credibile perché manca adesione tra ciò che dice e ciò che dovrebbe provare. Giasone (Giuseppe Scordio), che già nel tuono del proprio nome dovrebbe caricarsi di gravità e losco arrivismo, sfila come un bellimbusto tronfio nel suo completo nero, ma le sue parole non sono rivolte né alla consorte, né al pubblico. Perfino i servi (Alitia Ginevra Mazzoni, Paolo Grassi) sono insipidi e monocordi, non partecipano del tormento della padrona, cui pur dicono di tenere. E se è vero che la recitazione è nei piedi, nei passi, qui, con agili camminate di servizio, non ci siamo. Se un attore deve andare da un punto A a un punto B per recitare la sua battuta, lo spostamento AB deve già trasmettere l’intenzione di ciò che andrà a dire; deve già avvertirsi la rabbia, il calcolo, lo struggimento di Medea. La Roberti, invece, sfila semplicemente sui suoi tacchi vermigli, decisamente troppo alti per darle quella stabilità, quel radicamento al palco, indispensabili ad ogni attore.

“La mediocrità vince” insistono a dire in una scena Giasone e Medea. E, in effetti, la compagnia pare aver assunto a mantra della pièce questa frase, una delle più trascurabili, se pensiamo alla vastità del testo greco.
A riprova di questa idolatria dell’approssimazione, nel finale – leggermente modificato, benché non ne sia così chiaro il senso – Giasone raccoglie i corpi dei figli, sacrificati dalla madre Medea per vendicarsi del consorte, e li mostra a braccia aperte fingendo un pianto straziante, ma totalmente atarassico. Intanto s’alza “Lacrimosa” di Mozart, pomposo sottofondo musicale che, più che sorreggere l’attore nell’immedesimazione di una sofferenza, la descrive con tratti convenzionali e altisonanti.

La scelta di rappresentare i figli con dei burattini, a ben vedere, risulta la più azzeccata, sia a livello scenico che drammaturgico: anche nel testo, in effetti, la prole di Medea non è altro che un mezzo per permetterle di articolare la sua profonda sofferenza in un discorso ampio, complesso, in cui le subordinate scendono fin negli abissi dell’anima. Ma con “Me-Dea” ci fermiamo, semplicemente, a qualche scarna coordinata.

ME-DEA
adattamento e regia: Giuseppe Scordio
con: Giuseppe Scordio, Paola Roberti Alitia Ginevra Mazzoni, Paolo Grassi
disegno luci: Luca Lombardi
produzione: Spazio Tertulliano

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 40’’

Visto a Milano, Spazio Avirex Tertulliano, il 1° marzo 2018

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