Memorie di Adriana. Asti in uno scanzonato amarcord

Adriana Asti al 60° Festival dei Due Mondi di Spoleto con Memorie di Adriana (photo: M. L. Antonelli)
Adriana Asti al 60° Festival dei Due Mondi di Spoleto con Memorie di Adriana (photo: M. L. Antonelli)

“Memorie di Adriana” è un viaggio delicato e ironico nella biografia e nell’arte di Adriana Asti, milanese classe 1931, una vita per il cinema e per il teatro.
Diretta al Franco Parenti da Andrée Ruth Shammah dopo il debutto al Festival dei Due Mondi di Spoleto, Adriana Asti usa la metafora del viaggio anzitutto per esprimere l’amore per Milano, città “dove ogni momento conta”: “Anche se amo e amerò soltanto Milano, io ho sempre voglia di andar via. Il giorno della mia morte, se sarò cosciente – come spero – mi verrà il buonumore, perché partirò per un altro viaggio”.

È in qualche modo il sequel rovesciato delle parole di Edmond Haracourt: “Partire è un po’ morire rispetto a ciò che si ama, poiché lasciamo un po’ di noi stessi in ogni luogo ad ogni istante. È un dolore sottile e definitivo come l’ultimo verso di un poema. Si parte come per gioco prima del viaggio estremo, e in ogni addio seminiamo un po’ della nostra anima”.

Una diva novecentesca. Una formazione classica, come la colonna dorica del tempio (di Gian Maurizio Fercioni) ai piedi della quale lei recita, seduta buona parte del tempo. Eppure non c’è nulla di vecchio in questo spettacolo dove la cronaca diventa arte e i ricordi nascono per essere dimenticati. Adriana Asti, maglietta e pantaloni neri, drappo rosso a mo’ di scialle, esce dal proprio io, si descrive dall’esterno. Piccola, in disparte, l’attrice riempie la scena della propria ineffabile personcina.
Nulla di liso, nulla di stantio in questo spettacolo. Nessuna indulgenza al narcisismo e all’autocelebrazione. Solo umorismo, affabulazione, tenerezza. Apologhi surreali e leggeri. Canzoni e gag tra francese e milanese marcato. Le nevrosi. Gli atti di ribellione. E una serie interminabile d’aneddoti: con Visconti o Bertolucci, con Pasolini o Pinter, con Wilson o Patroni Griffi. E poi ancora maestri intramontabili come Luis Buňuel. Personaggi singolari come Moravia, “che odiava talmente il passato che non riusciva neppure a fare marcia indietro con la sua automobile”.

Qui non c’è il passato. Almeno non c’è nel senso tradizionale. Ci sono i ricordi. Che sono trame di vita intrecciate al presente. Adriana Asti è stata sempre avanti. E il futuro che impersonava cinquant’anni fa non è ancora arrivato.
Si mette a nudo, la Asti. Anche dietro il sipario, non smettiamo di vederla. Il telone della quarta parete è un velo trasparente. Nel finale sfilano, proiettate su di esso, immagini di film (video Chiara Toschi) in bianco e nero, con la protagonista assorta, rapita, assertiva. A volte senza veli. Nell’arte anche la nudità è travestimento. E il palcoscenico è un vecchio nascondino.

L’attrice in carne ed ossa, dietro il sipario a vista, si contempla da spettatrice. Il teatro è vizio solitario, ma anche rito collettivo. Gli interventi in scena o dalla platea di Andrea Soffiantini (il direttore), Andrea Narsi (l’ammiratore), Paolo Roda (il tecnico) e Antonella Fulano (la sarta) servono più ad offrire estemporanee spalle alla protagonista e a vivacizzare registicamente il monologo che a dargli consistenza drammaturgica. Il rischio è la prevedibilità o la didascalia.
I ricordi sono frammenti d’anima che s’inseguono senza rigore cronologico: affiorano rimestati, secondo un procedimento psicologico da Nouvelle Vague. Le luci di Domenico Ferrari disegnano piani introspettivi o scenari da star. Anche un lieve sottofondo sonoro (musiche di Alessandro Nidi, al pianoforte Giuseppe di Benedetto) rompe la continuità.
Lo spettatore percepisce aspetti frammentati della realtà: la memoria che ognuno ha della propria vita è parziale, tronca. Come quando si guarda un album fotografico, i ricordi riaffiorano in modo aleatorio, con salti temporali. Le scene sono montate in modo da riprodurre l’intreccio disseminato dei pensieri.
La timidezza infantile, evocata attraverso note da carillon: la piccola Adriana si schermiva anche per recitare le poesie natalizie. Rimembranze e dimenticanze: la morte è scherzo e suggestione. La passione per il teatro, l’atto creativo come nevrosi e impotenza: il bello di quest’arte “non è di stare in una rappresentazione, ma di essere in un luogo che non esiste”.

Ammiriamo una vita e un talento, un’attrice, i suoi innumerevoli volti. Apprezziamo, grazie ad un’Adriana Asti naturalissima, la forza maieutica e terapeutica del teatro, la solitudine e la libertà di un mestiere che è connaturato all’animo umano.
In scena fino al 24 settembre.

MEMORIE DI ADRIANA
uno spettacolo di Andrée Ruth Shammah (adattamento teatrale e regia)
tratto dal libro “Ricordare e dimenticare, conversazione tra Adriana Asti e René De Ceccatty”
con Adriana Asti
e con Andrea Soffiantini e Andrea Narsi
Alessandro Nidi al pianoforte che esegue le sue musiche
drammaturgia Federica Di Rosa
scene Gian Maurizio Fercioni
luci Domenico Ferrari
assistente alla regia Diletta Ferruzzi
direttore dell’allestimento Alberto Accalai
sarta Caterina Airoldi
fonico Matteo Simonetta
video Chiara Toschi
costumi realizzati dalla sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti in collaborazione con Festival dei Due Mondi di Spoleto

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 4’ 30”

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 12 settembre 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *