Il Mercante di Shakespeare nella Venezia livida di Filippo Renda

Photo: Silvia Santagostino
Photo: Silvia Santagostino

Sono le note graffianti e sconquassate di una chitarra elettrica ad aprire in maniera inattesa “Il Mercante di Venezia” più strampalato che ci sia mai capitato di vedere.
È il “rifacimento” – lo diciamo noi, perché lui ufficialmente non l’ha dichiarato – di Filippo Renda, promettente regista siciliano cui non difettano fantasia e azzardo.
Questo “Mercante” prodotto da Elsinor, per il secondo anno consecutivo al Teatro Fontana di Milano, è un trionfo di colori accesi, concentrati sui personaggi in scena e sui loro costumi appariscenti (di Eleonora Rossi, con l’assistenza di Alice Mancuso). Domina il rosso, ardente come le passioni dei protagonisti e i temi trattati – l’amicizia, l’amore, la giustizia – tutti governati dal dio denaro.

Ecco perché il palcoscenico è un fondale di etichette di plastica azzurra, allegoria del consumismo e della finzione, su cui campeggiano pallet di legno, neanche si fosse all’ortomercato. In secondo piano abbiamo una composizione d’impalcature che consente varie soluzioni sceniche, e qui siamo sulla falsariga del teatro elisabettiano.

Quella evocata è una Venezia in disarmo, una città lugubre e fangosa. È l’antica capitale del Mediterraneo dimissionaria da se stessa. I rapporti umani sono dominati dagli interessi. Persino i sentimenti più puri sono oggetto di baratto.
Quanto sono gretti e stagnanti gli animi umani, così è esteso lo spazio scenico, che Renda dilata fino ad assorbire l’intera sala da 300 posti divorando gli spettatori, facendo della fiancata alle loro spalle un fondale che diventa quarta parete. Su di essa un tendaggio tripartito allude alla prova dei tre scrigni, l’esame che il nobile veneziano Bassanio deve superare per ottenere la mano della ricca Porzia.


Proprio la richiesta di tremila ducati da parte di Bassanio all’amico Antonio, ricco mercante di Venezia, somma che gli serve per corteggiare degnamente Porzia, avvia la storia. Antonio si rivolge all’usuraio ebreo Shylock, l’unico vestito di nero. La pièce ruota sulla pretesa di Shylock di prelevare una libbra di carne dal corpo di Antonio come obbligazione in caso di mancata restituzione del prestito.

Ciò che notiamo in questa messinscena è il potere seduttivo esercitato dal mondo dei falliti. Ogni personaggio manifesta fragilità e meschinità. Non c’è nulla di più integro di un animo in frantumi e nulla di più corruttibile di un cuore puro. Renda è affascinato dall’umanità alla deriva. Per questo i protagonisti si muovono come su delle zattere in una scena tetra (luci di Marco Giusti), dove ogni angolo nasconde insidie. Ma le insidie peggiori sono quelle che nascono da dentro, e ognuno deve fare i conti con le proprie. Renda non infierisce, posa uno sguardo derisorio sui vizi. Come nell’“Inferno” di Dante, vediamo rappresentati i nostri incubi.

Qui l’amore si tinge d’ipocrisia. L’amicizia è ambigua. Anche Shylock – magnificamente interpretato da Beppe Salmetti – trova un pulpito per i propri sproloqui.
Tutto lo spazio scenico è riempito con naturalezza. Le figure maschili (oltre a Salmetti, Sebastiano Bottari, Matteo Gatta, Mattia Sartoni, Simone Tangolo, quest’ultimo anche vocalist e chitarra elettrica) sono caricate di tratti grotteschi. Un che di farsesco è insito nelle figure femminili (bravissime Irene Serini e Francesca Agostini) la cui gestualità avvince con un mix di sensualità, innocenza e ironia.
Tutti i personaggi – ad eccezione di Shylock, imbrigliato dalla propria diversità – paiono cercare continuamente un contatto fisico. Quanto ci sia d’empatia e quanto di manipolazione, il regista lo lascia in sospeso. Non c’è nulla di rassicurante. Non c’è il lieto fine tipico delle commedie scespiriane, anche se Porzia e l’ancella Nerissa cercano una via di fuga (e di salvezza) da questa Venezia corrotta. I legami mantengono un’aura sfuggente. A dissacrare gli amori “canonici” non c’è solo l’interesse economico, ma forse anche l’identità sessuale confusa dei personaggi.

In questo rifacimento del rifacimento (Renda nella ripresa autunnale ha dato alla propria regia un impatto più emozionale e meno intellettualistico rispetto al debutto estivo) emerge una caratterizzazione forte delle varie figure, la rifinitura delle dinamiche individuali e di gruppo.

Questo “Mercante” s’impone come un gruppo scultoreo, anche grazie alle musiche usate. La colonna sonora si articola in tre filoni. Il primo, emozionale, sono le quattro stagioni di Max Richter, che ha voluto dare scandalo ricomponendo qualche anno fa il “concerto” per antonomasia; il secondo, analitico, è l’album “Plastic beach” dei Gorillaz, evocativo di un mondo sintetico e decadente che ha sepolto la natura; il terzo, critico o politico, contempla tre brani del cantautore Franco Fanigliulo, musicista eretico e fantasioso di qualche decennio fa.
Eretico e fantasioso è anche quest’allestimento, che rivolta Shakespeare e soprattutto la nostra tranquillità borghese.
In scena fino al 26 novembre.

IL MERCANTE DI VENEZIA
Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale
Di William Shakespeare
Adattamento e regia Filippo Renda
Con Sebastiano Bottari, Matteo Gatta, Mattia Sartoni, Beppe Salmetti, Francesca Agostini, Irene Serini, Simone Tangolo
Scene e costumi Eleonora Rossi
Assistente costumista Alice Mancuso
Luci Marco Giusti
Assistente alla regia Valeria De Santis

durata: 1h e 40’
applausi del pubblico: 2’ 50”

Visto a Milano, Teatro Fontana, il 15 novembre 2017

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