Metamorfosi. Gli immutabili cambiamenti di Roberto Latini

Le Metamorfosi di Fortebraccio Teatro sono arrivate in forma 'indoor' al Vascello di Roma (photo: Futura Tittaferrante)
Le Metamorfosi di Fortebraccio Teatro sono arrivate in forma 'indoor' al Vascello di Roma (photo: Futura Tittaferrante)

Roberto Latini suggerisce di tenersi alla larga dal pensare le sue “Metamorfosi” come una confezione spettacolare a uso dello spettatore: un lavoro “senza le regole del ben fatto, dell’acquisito, conquistato, ma regolato sulla sensazione scenica della costruzione”.

E forse il paradosso si raggiunge nel congelare la metamorfosi, soffermandosi sull’ammanco di quelle risorse che potrebbero far sì che i miti ovidiani abbiano il potere di perpetrarsi e di insinuarsi nel presente.
Invece emerge un compendio di impossibilità, di amori negati, di ossessioni mortifere, di maligne incomunicabilità e di contagi che travalicano le epoche e si ripercuotono nell’immaginario del nostro quotidiano.

Così, quelli che sono una serie di episodi nati per spazi non deputati e diversi tra loro, dall’estate 2015 in poi, [Klp li aveva proprio visti ‘outdoor’ nel 2015, in occasione di Inequilibrio: vi consigliamo quindi la doppia lettura con visioni diverse], per il debutto romano al  Teatro Vascello vengono raggruppati in fila nel recinto – sempre uguale e sempre diverso – di una scena teatrale dal carattere fortemente statico, con le due postazioni microfoniche come principale punto di riferimento, gli attori-performer abbigliati in costumi clowneschi e con un disegno luci fatto di cerchi che delimitano con nettezza le aree, gabbie dell’immaginario spaziale.


A eccezione degli episodi più mimetici, quello affidato ad Alessandra Cristiani (Aracne) e quello di Ilaria Drago (Ecuba), le modificazioni strutturali apparentemente mancano, i clown si fanno inetti, alla deriva, smarriti.
Si presentano una serie di immagini incarnate in forme quasi congelate, sospese, e il cui procedere è principalmente affidato alla voce e al racconto detto nei pressi delle aste microfoniche.

Ogni percorso, ogni episodio ad un certo punto porta spazialmente allo stesso approdo, lì a destra o a sinistra della scena, in proscenio. Le metamorfosi sono soprattutto vocali e sonore, mentre i corpi galleggiano in un gesticolare fatto di una ricercata frontalità. Con elementi che sbalordiscono per estraneità all’equilibrio drammaturgico ed estetico dell’opera (le incursioni danzate, su tutto) e con una netta propensione verso il registro patetico, con un sovraccarico di enfasi, di connotazioni sonore e di overacting che scongiura per eccesso qualsiasi tentativo di credere a quel che ci viene detto.

L’episodicità e la frammentarietà non consente di farsi trascinare dentro una qualsivoglia narrazione. Sapere a priori che si tratta di pezzi staccati ci avvicina ancora di più alla forma concerto, ad una struttura composta di cellule capaci di vivere di vita autonoma. Montaggio dei miti e ricombinazione.

Emergono una serie di suggestioni e visioni, appunti per un approfondimento impossibile: negli Argonauti un gommone calato dall’alto si trasforma in zattera dei dannati, immigrati (gli attori come forzati migranti della società? Senza una meta precisa). Ecuba come una Femen dei giorni nostri. Piramo e Tisbe si ascoltano e non si vedono; un Narciso sdoppiato in maschile e femminile, profondamente tragico, va alla rincorsa della vana speme di vivere e di morire. La sincerità di un Orfeo in tono dimesso che lascia da parte l’amplificazione, si sveste di tutti gli orpelli e chiede quello che non può avere, la restituzione del suo amore (un teatro senza tecnologia?). E poi un finale (della Peste) da carrozzone felliniano, dai toni stemperati, un passo più in là verso l’abbandono del reale.

Roberto Latini, camuffato con lunga parrucca, gonna e trucco, più che capocomico di una truppa di attori, sembra una rockstar e, nel bene o nel male, si presenta con pose e modi ben riconoscibili, magnetico nel virtuosistico sontuoso vociferare, cupo e chino nel farsi crepuscolare e struggente, fuori misura per indole e per personale tradizione (o intenzione), alla ricerca malinconica e sempre sfuggente di quella che lui chiama “la capacità di dire oltre l’evidente”.

METAMORFOSI (di forme mutate in corpi nuovi)
da Ovidio
traduzione Piero Bernardini Marzolla
adattamento e regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci Max Mugnai
costumi Marion D’Amburgo
con
Ilaria Drago
Alessandra Cristiani
Roberto Latini
Savino Paparella
Francesco Pennacchia
Sebastian Barbalan
Alessandro Porcu
Esklan Art’s Factory
direzione tecnica Max Mugnai
organizzazione Nicole Arbelli
riprese video Mario Pantoni
foto Futura Tittaferrante
produzione: Fortebraccio Teatro, Festival Orizzonti, Fondazione Orizzonti d’Arte

durata: 4h 30′ con due intervalli
applausi del pubblico: 2’

Visto a Roma, Teatro Vascello, il 19 maggio 2016

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