Michieletto a processo per l’Opera di Brecht

L'OPERA DA TRE SOLDI. Produzione Piccolo Teatro di Milano. Regia Damiano Michieletto (photo: Masiar Pasquali)
L'OPERA DA TRE SOLDI. Produzione Piccolo Teatro di Milano. Regia Damiano Michieletto (photo: Masiar Pasquali)

E’ rischioso per ogni regista, anche il più preparato e osannato, mettere in scena “L’opera da tre soldi” di Brecht, per di più al Piccolo Teatro di Milano che, oltre sessant’anni fa, alla presenza dello stesso autore, ne ospitò – con la regia di Giorgio Strehler – un’edizione esemplare di cui ancora si ha memoria.
Chi scrive ha poi anche nel cuore e negli occhi la formidabile versione vista qualche anno fa a Reggio Emilia del Berliner Ensemble, con la regia di Bob Wilson.

Tornando al presente, Damiano Michieletto, reduce dai numerosi premi avuti per le regie liriche, propone impavidamente la sua versione di quest’opera fondamentale della scena teatrale novecentesca proprio nel teatro milanese.

“L’opera da tre soldi”, divisa in tre atti, con le musiche di Kurt Weill, fu messa in scena per la prima volta il 31 agosto 1928 al Schiffbauerdamm di Berlino.
L’ idea per la realizzazione dell’opera venne a Brecht leggendo “The Beggar’s Opera” (letteralmente “L’Opera del mendicante”) di John Gay del 1728, storia che lo intrigava molto per gli evidenti risvolti politico-sociali. Era infatti ambientata nei bassifondi di Londra, fra rapine, tradimenti, prostituzione, amori, profitti e delitti, prendendo di mira un’aristocrazia i cui affari erano molto simili a quelli della malavita.
Elisabeth Hauptmann, storica collaboratrice di Brecht, la tradusse dall’inglese al tedesco, suggerendogli una rivisitazione in chiave contemporanea.
Kurt Weill, a cui Brecht chiese di musicarla, mutò poi le originali scelte compositive del lavoro di Gay, improntate parodisticamente sul melodramma italiano e sulle ballate popolari, riadattandole al cabaret e al jazz.

Al centro della trama vi è il conflitto, a Londra, tra Jonathan Jeremiah Peachum, capo della banda dei mendicanti, spalleggiato dalla moglie, e il bandito Mackie Messer, innamorato di Polly, figlia dei Peachum, che sposa alla presenza del suo sodale, Tiger Brown, capo della polizia.
Brown, tuttavia, ricattato da Peachum – che minaccia di far scatenare nelle strade tutti i suoi mendicanti durante l’incoronazione della regina, facendogli perdere il posto – è costretto alla fine ad arrestarlo per farlo impiccare, dopo che perfino Jenny, sua antica amante, ha tradito il bandito. Ma all’ultimo, mentre Mackie Messer sta per essere impiccato, nello stile dei migliori melodrammi, ironicamente, arriverà un messaggero a cavallo annunciando per lui il perdono della regina e addirittura la concessione di un titolo, di un castello e di una rendita.

Dell’opera, s’è detto, sono parte fondamentale i brani di Kurt Weill, diventati celeberrimi, da “Moritat” e “Barbara song”, da “Seeräuberjenny” a “Kanonen-Song” e “Denn wovon lebt der Mensch?‎”, qui tradotte dallo stesso Michieletto, che fanno davvero di quest’opera un unicum nella storia del teatro, assai difficile da rappresentare non solo per il regista ma anche per gli interpreti, cui si chiedono non solo capacità nel recitare ma soprattutto nel cantare in un certo modo.

Michieletto, con azzardo registico, ribalta la storia, mettendo all’inizio la presunta morte di Messer e ponendo come fulcro il suo processo: “Il personaggio renderà testimonianza di fronte a una corte composta dal pubblico, mentre il giudice cambierà interprete in modo visibile, come a dichiarare che tutti sono giudici di questa vicenda”. In questo modo – nel segno di Brecht – Michieletto intende rompere la quarta parete.
Purtroppo questa scelta, a suo modo coraggiosa e significativa, ingabbia però, nel vero senso della parola, tutta la messa in scena (quella gabbia dell’aula del processo-prigione), non lasciando più libera la fantasia del regista, e costringendolo in uno spazio chiuso, dove le componenti della scena sono di volta in volta mosse con difficoltà da chi la abita.

I seggi dei giudici popolari, il tavolo dell’imputato, l’alto scranno del giudice, i componenti di un mobilio comune senza epoca precisa, pur definendo ogni volta spazi diversi, non riescono a vivificare i numerosi passaggi che l’opera brechtiana contiene in sé.

Ogni cosa rimane uguale a sé stessa, insomma, in un contesto che vuole sfuggire da un’epoca ben precisa per proiettarsi sulla nostra (anche attraverso i costumi), ma senza riuscire davvero a renderla poeticamente e di nuovo universale.

Non bastano a ravvivare il ritmo poco interessante, a tratti noioso, gli interventi pop escogitati, con l’immancabile arrivo dei moderni migranti, muniti di salvagenti rossi, che vanno a sostituirsi ai poveri, tentando un’ingenua attualizzazione dei significati (del resto evidenti) di questo capolavoro, dove potere e criminalità vanno a braccetto per lo sfruttamento delle classi meno agiate, e dove corruzione e potere delle banche sono ancor oggi più che mai sotto i nostri occhi.

Anche dal punto di vista degli interpreti l’allestimento non convince, soprattutto nei ruoli principali. Peppe Servillo come Peachum e Marco Foschi come Mackie, seppur elogiati in passato in altri contesti, qui sembrano mancare del “physique du rôle” e delle capacità vocali adatte per rendere in modo adeguato i due personaggi. Lo stesso discorso va alla giovane Maria Roveran per Polly.

E’ soprattutto Rossy De Palma, attrice almodovariana, a rubare la scena a tutti, dando spessore al personaggio di Jenny. Ci sono piaciuti anche Giandomenico Cupaiolo nel ruolo del cantastorie, Margherita Di Rauso come Celia Peachum, Sergio Leone come Tiger Brown e Matthieu Pastore tra i componenti della banda di Mackie.
Buona la direzione di Giuseppe Grazioli, che restituisce la giusta timbrica orchestrale per le musiche particolarissime di Weill, dirigendo l’Orchestra Sinfonica di Milano “Giuseppe Verdi”.
Una riedizione del capolavoro brechtiano (in scena fino all’11 giugno) che tuttavia risulta un po’ deludente, pur confermandosi, al di là delle scelte registiche, sempre attuale.

L’opera da tre soldi
di Bertolt Brecht
regia Damiano Michieletto
musiche Kurt Weill
direttore d’orchestra Giuseppe Grazioli
traduzione Roberto Menin
traduzione delle canzoni Damiano Michieletto

Edizione del testo: Suhrkamp Verlag, Berlino
Edizione musicale: Universal Edition, Wien /rappresentante per l’Italia Casa Ricordi, Milano

scene Paolo Fantin, costumi Carla Teti
luci Alessandro Carletti, movimenti coreografici Chiara Vecchi

personaggi e interpreti:
Un cantastorie     Giandomenico Cupaiuolo
Mackie Messer     Marco Foschi
Jonathan Jeremiah Peachum     Peppe Servillo
Celia Peachum     Margherita Di Rauso
Polly Peachum     Maria Roveran
Jackie “Tiger” Brown     Sergio Leone
Lucy      Stella Piccioni
Jenny delle spelonche     Rossy De Palma
Mathias     Pasquale Di Filippo
Jakob     Claudio Sportelli
Jimmy     Martin Chishimba
Ede     Jacopo Crovella
Robert     Daniele Molino
Walter     Matthieu Pastore
Reverendo Kimball      Luca Criscuoli
Molly     Sara Zoia
Vixen     Lucia Marinsalta
Betty     Sandya Nagaraya
Dolly     Giulia  Vecchio
Filch/Smith, carceriere   Lorenzo Demaria

con l’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

durata: 3 h (intervallo incluso)

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 19 aprile 2016
Prima nazionale

stars-2.5

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