Milano Off 17. La difesa di Renato Lombardo.

Renato Lombardo (photo: Vincenzo Sardelli)
Renato Lombardo (photo: Vincenzo Sardelli)

Edizione chiaroscurale quella 2017 di Milano Off F.I.L., festival del teatro off e delle arti performative giunto alla seconda edizione. Cinquanta spettacoli tra il 9 e il 18 giugno, quattordici sale sparse entro la circonvallazione esterna attorno alla Madonnina. Ma se il livello degli spettacoli è sembrato adeguato, gli incassi sono stati anemici, come Klp aveva raccontato suscitando forte interesse e polemiche.

Il debutto della rassegna, nel 2016, era stato convincente, con un pubblico partecipe e una dozzina di spettacoli di buona qualità concentrati in quattro spazi del quartiere Isola di Milano. La seconda edizione ha quadruplicato le compagnie partecipanti. Tuttavia il calo degli spettatori è stato sensibile. Qualche replica è stata cancellata. Con detrimento di quella “felicità interna lorda” cui fa riferimento l’acronimo del festival.

Renato Lombardo, anima di Milano Off, direttore artistico con Francesca Vitale, da oltre trent’anni organizzatore di eventi legati al teatro e alla musica jazz internazionale, vuol oggi far sentire su Klp anche la sua posizione, ribadendo la qualità della propria ideazione e mantenendo uno sguardo sereno sul futuro: «Sarebbe corretto che i media dessero risalto non solo al fattore incassi, ma anche al valore artistico del festival. Gli spettacoli hanno ricevuto tante recensioni positive. Ma ci si dimentica di menzionare chi ha scelto gli spettacoli. Quando invece si vogliono evidenziare gli scarsi ricavi delle compagnie o le sale semivuote, ecco il capro espiatorio: il sottoscritto, le carenze organizzative dello staff».

Invece?
Sulla vostra testata si fa riferimento alla temperatura, alle repliche del pomeriggio disertate a causa dell’orario e dei quaranta gradi all’ombra. Come se il caldo di quei giorni e l’invito dei meteorologi a rimanere in casa avessimo potuto preventivarlo.

Il caldo no, ma gli orari sì. Gli spettacoli iniziavano alle quattro del pomeriggio. A quell’ora la gente lavora. Siamo a Milano, mica alle Bahamas.
Milano è una metropoli, si può intercettare un pubblico molto ampio. E poi c’era una rotazione negli orari delle compagnie, perché nessuna fosse penalizzata e costretta a replicare lo spettacolo sempre allo stesso orario. Le compagnie potevano ad esempio pensare la replica delle quattro per gli operatori e i giornalisti, e poi coinvolgere un pubblico più ampio e generalista per le repliche successive, tre le 17.15 e le 22.

Democraticamente, le repliche sono state disertate anche dagli operatori.
Questo non è esatto. Le compagnie che si sono mobilitate hanno totalizzato 25 spettatori per le rappresentazioni delle 16 e il sold out per le repliche successive. Bastava raggiungere una media di 20 spettatori a spettacolo per chiudere il bilancio in pareggio.

In pareggio si fa per dire. Facciamo due conti. Avete registrato un totale di 2800 spettatori. Avete coinvolto 50 compagnie, ciascuna delle quali ha fatto otto repliche. Un totale di 400 repliche. 2800 diviso 400 mediamente fa sette spettatori a replica. Non le sembra un risultato modesto? Da contratto, un attore costa alla compagnia 100 euro al giorno. Aggiungiamo vitto e alloggio. Mettiamoci il viaggio: una compagnia torinese di tre artisti ha fatto su e giù da Milano per contenere le spese, che quindi ammontavano a 370 euro al giorno, comprendendo il carburante e l’autostrada. Ma chi arrivava dalla Puglia o dalla Sicilia, come faceva? E poi i 150 euro di tassa d’iscrizione. Alle compagnie restava il 60 percento di questi incassi modesti. E c’era da pagare la Siae.
Le compagnie sono obbligate solo al contributo giornaliero Enpals di 40 euro. Circa il compenso degli artisti, ognuno si regola come preferisce. Noi abbiamo proposto un protocollo che le compagnie non erano obbligate a firmare. E comunque esse dovevano corrispondere i 150 euro solo a seguito della selezione, non prima. Solo dopo la conferma dell’inserimento nel cartellone. Ci aspettavamo che ogni singola compagnia si mobilitasse autonomamente per battere il quartiere, coinvolgerne gli abitanti anche attraverso gli esercenti. Quindi fare bigliettazione. Il nostro format prevede che ognuno s’impegni personalmente. È lo spirito dei fringe festival. L’artista puro che si occupa solo dell’arte in astratto, non è nella nostra filosofia. Le compagnie possono avere al proprio interno chi si occupa della promozione, oppure decidere di farne a meno. Ma non possono aspettarsi che l’impegno di pubblicizzare lo spettacolo sia solo nostro, che peraltro abbiamo la sola Ippolita Aprile all’ufficio stampa. In ogni caso diverse compagnie si sono portate a casa qualche recensione, ottenendo pubblicità e una visibilità nazionale.

Alcune compagnie non sembravano così professionali.
Noi abbiamo fatto una scrematura del prodotto artistico. Non avevamo sempre la possibilità di sondare il livello professionale delle compagnie, soprattutto sul piano organizzativo.

Ma c’è stata una selezione?
Certo. Abbiamo ricevuto 160 candidature, ne abbiamo selezionato in prima battuta 100. Un lavoraccio, che ha richiesto un mese di fatica con vari operatori che andavano pagati. Quel mese ha avuto una ricaduta negativa sul piano organizzativo. Dopodiché abbiamo proposto gli spettacoli selezionati alle 14 sale coinvolte. Ognuna ha scelto gli spettacoli in base anche al proprio orientamento o alla propria vocazione artistica. Ad esempio il Teatro Verdi ha proposto spettacoli di teatro di figura. Alla fine gli spettacoli si sono ridotti a 50. Ma il tempo richiesto da queste operazioni non ci ha consentito di “lanciare” il festival con l’anticipo e nelle modalità opportune.

Proprio il Verdi richiedeva alle compagnie ospitate anche un affitto per la sala.
Il Verdi – e il Verdi soltanto – richiedeva un minimo garantito di 60 euro a replica. Si tratta di un teatro importante, il cui affitto costa normalmente 1500 euro. Le compagnie che hanno sottoscritto il protocollo con il Verdi conoscevano in partenza le condizioni. Anche il fatto che la sala fosse destinata sempre nello spazio finale serale delle 21.15 allo spettacolo trainante della rassegna, “Stones” degli israeliani di Orto-Da Theatre Group, gioiellino ospitato già ad Avignone e al Piccolo di Milano. Però queste compagnie hanno avuto la possibilità di calcare un palcoscenico importante, uno spazio storico della scena teatrale milanese.

Il Teatro Verdi non ha fatto molto per promuovere la rassegna e gli spettacoli.
È una pecca che ha riguardato questo e altri spazi. È un aspetto importante su cui dovremo riflettere insieme, in vista dell’edizione 2018.

Cos’altro vi è mancato?
Non abbiamo avuto fortuna. Per i due weekend della rassegna Milano è stata paralizzata dal piano antiterrorismo, essendoci la concomitanza, in piazza Duomo, di due eventi che hanno coinvolto una grande massa di spettatori: il concerto della Filarmonica della Scala di domenica 11 giugno, e il concertone di Radio Italia del 18. Aggiungerei lo sciopero dei mezzi pubblici, venerdì 16 giugno. Tre date compromesse. Per giunta nel weekend.

Aggiungerei la concorrenza di IT festival. Che però non chiedeva una tassa d’iscrizione.
E ha programmato i propri eventi in concomitanza con le nostre date. E richiedeva ai teatranti un contributo di 20 ore di lavoro volontario. Che corrispondono a un esborso certamente superiore ai nostri 150 euro.

Qualcuno ha criticato anche la dotazione tecnica che avete messo a disposizione delle compagnie.
È il minimo sindacale che ogni compagnia debba avere tecnici propri. Quanto al materiale essenziale, lo abbiamo fornito a tutti. Qualcuno ha deciso di usare i propri fari o il proprio mixer, ovviamente ne aveva facoltà. Ma ogni nostro teatro aveva una quinta nera. In altri festival se la cavano con qualche lenzuolo.

Sembra una guerra tra poveri.
Può darsi. Sta di fatto che io per questa edizione ci sto rimettendo di tasca mia diecimila euro, nonostante il contributo del Comune di 20 mila euro. Non mi lamento, giudico questa “perdita” un investimento. Noi come staff di Milano Off abbiamo percepito il 10% degli incassi. Ai teatri va il 30%, alle compagnie il 60%. Le compagnie spesso hanno dietro di sé gli enti locali e altre forme di sponsor. I teatri, soprattutto le sale minori, hanno ricevuto dall’evento un minimo di pubblicità. Alcuni spazi prima di Milano Off erano sconosciuti agli stessi operatori. Noi non abbiamo dietro nessuno, nessuna Fondazione Cariplo che ci supporti.

Se però mancano i soldi le cose non si fanno.
Non è nel mio stile cercare giustificazioni. Sono abituato a lavorare e ripartire. Riflettendo sugli errori. Cercando di migliorare.

Una mano ve l’hanno data alcuni personaggi noti dello spettacolo. Lo scorso anno Stefano Bollani e Dario Fo. Quest’anno Raul Cremona, Enrico Bertolino, Enrico Intra, Roberto Brivio, Massimo Navone hanno partecipato alla serata di lancio “Milano In”.
Amici, che hanno sposato la causa e speso il loro appeal su un pubblico ampio, per sponsorizzare dei giovani semisconosciuti. Prestando gratis la propria collaborazione. Qualcuno ha fatto insinuazioni scorrette anche su questo. Sarebbe bastato alzare la cornetta, il mio numero di telefono era su tutti i dépliant. È più facile spargere veleno. Si pretende professionalità da Milano Off ed è sacrosanto. Mi chiedo dove sia la professionalità di chi scrive certi articoli, scatenando la pancia dei frequentatori dei social. La nostra immagine è stata danneggiata. Basterà quest’intervista a recuperarla?

Immagino di sì. Noi le stiamo dando voce; lei ci mette la sua passione.
Preferirei si evidenziasse la mia competenza. Anche i nomi che lei ha citato prima pare siano un dono degli dei. Invece sono frutto del lavoro, di relazioni create durante trent’anni di presenza professionale nel mondo dello spettacolo.

Altro nodo cruciale, i premi. Chi vince Milano Off va ad Avignone o a New York. Però a spese proprie. Non è paradossale?
Ma una partecipazione ai festival di New York o Avignone le sembra cosa da poco? Crede che possa arrivarci chiunque? Lo sa quanto costa Avignone a una compagnia tra viaggio, partecipazione, sale, materiale, vitto e alloggio? Quasi 20 mila euro. Noi, grazie alle convenzioni che abbiamo stipulato, offriamo l’intero pacchetto a metà prezzo. Con che coraggio si può sostenere che un premio di 500 euro valga di più? Mi sembra uno sguardo limitato.

Cosa promette per la prossima edizione?
Meno date, più concentrate. Una tassa d’iscrizione che, soprattutto per chi ritorna al festival, si riduca a una cifra simbolica, e cresca in modo sopportabile in rapporto al tempo di permanenza al festival. Mi auguro di coinvolgere gli esercenti e i municipi in misura maggiore, anche attraverso una card che consenta al pubblico di assistere agli spettacoli a prezzo ridotto e di avere sconti in alcuni luoghi convenzionati, ad esempio per mangiare. Quest’anno ci è mancato il supporto del Distretto Urbano del Commercio, dell’agenzia di relazioni pubbliche Sec, della Fondazione Catella, e di altri soggetti che son venuti meno per i motivi più disparati, assolutamente indipendenti da noi, nell’imminenza del festival. L’hanno prossimo batteremo i quartieri per tempo. Teatri e compagnie si preparino.

Certo, esperienze come Avignone o Edimburgo rimangono fuori portata. Non solo a Milano, ma per quello che è il panorama italiano.
Avignone e Edimburgo hanno un indotto incredibile e un sistema di reti notevole. Sono giunte alla settantesima edizione, una storia lunghissima che non ha senso paragonare alla nostra. Noi siamo appena alla seconda edizione. Ma se lo scorso anno si sono candidate 35 compagnie e quest’anno 160, se le sale sono passate da 4 a 14, vuol dire che siamo affidabili. I delusi ci sono sempre. Noi non nascondiamo i nostri errori. Chiediamo solo rispetto.

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