Mirko Feliziani e il melodramma dello straniamento

Melo' - Mirko Feliziani
Melo' - Mirko Feliziani

I protagonisti di Melo’ (photo: teatrodiroma.net)

“Melò” di Mirko Feliziani fa il suo debutto nazionale sul palco del Teatro India di Roma, che qui produce nell’ambito del progetto Oggi verso Domani.
Si tratta, lo dice il titolo, di uno studio su un genere, ma specialmente di uno studio sulla distanza dalla storia, stretto attorno all’idea che ricordare è come vedere, raccontare è come dare in prestito quella visione, consegnarla ai sensi di un ascoltatore sensibile. Far parte qualcuno di qualcosa, allargare le maglie della vicenda perché si faccia rete e raccolga più detriti possibile. Quei detriti sono i particolari che la memoria ha lasciato indietro, strascichi di dettagli che penzolano come legamenti strappati. La rete li raccoglierà, ché non vadano perduti.

Mirko Feliziani firma un’idea originale e ci tiene con tutte le proprie forze a non spostare l’attenzione dall’identità di quell’idea come principio elementare per la messa in pratica di un esperimento.
Non sembra esserci, nello spettacolo, nulla di veramente finito, nulla di rifinito. Eppure ogni particolare di quell’idea, ogni movenza di quella storia appare al pubblico come ferma nel cristallo che il tempo le ha costruito attorno. Intrappolata in un blocco di ghiaccio parlante che ne ricostruisce le tappe.

Van e Lidy, fratello e sorella, sono due immigrati al servizio nelle mansioni domestiche in casa di una ricca signora. La sua decisione di ritornare in Italia significherebbe la perdita del lavoro per i due migranti, una prospettiva (e forse un’aspettativa) di vita tutt’altro che rosea. Questa cupa fotografia che sa di altri tempi (il velatino aiuta a sollevare il fumo di ricordi lontani) e altri spazi (i testi profumano di ritmi cechoviani) verrà mossa dal passaggio di un intruso (un’ambigua barbona con dubbie intenzioni) e muoverà verso una svolta inaspettata. Talmente inaspettata da risolversi in un cambio repentino di prospettiva drammaturgica e registica, addirittura una sterzata estetica.
Dove porti questa svolta ci piace che resti una sorpresa, ché in certa misura è lì che la riflessione dello spetaccolo mette il proprio punto, lì che i tarocchi danno la propria risposta. Diremo però che si tratta di una svolta rischiosa non tanto perché radicale, ma perché potenzialmente svilente.

Nella parte iniziale l’impostazione registica di Feliziani (applicata con particolare efficacia su se stesso nel ruolo di Van) investe la funzione della narrazione di un’importanza capitale, trasformando quasi il racconto per interposta persona da mezzo a fine, da forma a sostanza, facendo appello a tutto lo straniamento possibile e rimanendo in definitiva con un piede nel personaggio e l’altro nell’attore.
Il risultato è un racconto semplice nella concezione ma estremamente preciso nella messinscena, pulito, senza graffi. In qualche modo la svolta di cui sopra interviene come un martello su un vetro e, senza assumersi il rischio di una rottura troppo sottile, sceglie la via più facile, aiutando i tre in scena a scavalcare la barricata, abbandonando ogni magia di finzione teatrale. Se di quest’ultima si voleva davvero fare a meno del tutto, c’erano forse altri modi per lasciarsela alle spalle, modi più consoni al gioco sottile cui ci si stava piacevolmente abituando nella prima parte.
Feliziani è un cecchino della presenza scenica, sicuro di sé, a ragione, specialmente nella semplicità di gesti e sguardi. Dirige il lavoro con affascinante freddezza e caldo distacco, seguito piuttosto fedelmente da Elena Borgogni e Beatrice Ciampaglia. Peccato per quella certa fretta nella soluzione finale, che fa da intoppo anche nell’ingranaggio dei contenuti, forse in parte sviliti dal sopravvento (troppo rapido e improvviso) di un’estetica scenica meno raffinata e di categorie di pensiero più elementari.

MELO’
di Mirko Feliziani
produzione: Teatro di Roma – progetto Oggi verso Domani, Armunia Festival
regia: Mirko Feliziani
con: Elena Borgogni, Beatrice Ciampaglia, Mirko Feliziani
durata: 53′
applausi del pubblico: 1′ 40”

Visto a Roma, Teatro India, il 20 ottobre 2009

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