Paolini, la Thatcher e la crisi: ecco i nuovi Miserabili

Marco Paolini
Marco Paolini

Marco Paolini (photo: Marco Caselli Nirmal)

Il teatro è sicuramente, fra le arti, quella che maggiormente avverte la necessità di condividere le problematiche della crisi economica con il pubblico. È ormai assai raro andare a vedere uno spettacolo, qualunque esso sia, che non introduca l’argomento, indifferentemente dalla modalità.
Questa premessa è più che mai importante per parlare dell’ultimo lavoro del grande narratore veneto Marco Paolini.
La scena rappresenta, sullo sfondo, una lunga tavola imbandita, rialzata rispetto all’attore e ai musicisti, in modo da essere ben percepita dalla platea. Una sorta di ultima cena con le bottiglie in plastica al posto delle brocche per il vino, i piatti, la frutta e tutto il necessario. Mancano solo le sedie e i commensali, simbolo evidente del periodo che stiamo vivendo.

Paolini entra in scena a luci spente, con gli spettatori non ancora tutti seduti e le luci di sala alte, si siede a bordo palco e comincia a chiacchierare spiegando la serata. Mentre parla, uno dopo l’altro arrivano i tre musicisti che, come se fossero in prova, prendono posto.
“Il mio è un teatro incompiuto in cui è difficile stabilire un confine tra le prove e le repliche. È il suo limite, ma anche la sua forza”, introduce. La sensazione di familiarità immediata che si crea è solo a tratti smorzata dall’importanza e dalla complessità del tema trattato.
Paolini non vuole parlare della crisi ma della situazione economica globale. Lo spettacolo infatti è nato tre anni fa e ha continuato a diventare sempre più attuale fino ad acquistare oggi un senso trasversale.
Quando il racconto inizia il filo rosso è già ben delineato, con un elevato impatto emotivo. La narrazione può spiegare allora le sue vele e la grande nave è pronta a salpare. L’attore ci accompagna in un viaggio che parte negli anni ’80 e affronta con un buon livello di approfondimento il mutare dell’economia italiana visto dagli occhi di chi l’ha vissuta in prima persona.
Gelindo, operaio classe 1939, è il primo personaggio che prende voce. È la sintesi della cultura veneta di quegli anni, parla con semplicità e assiste impaurito, stordito ma a tratti lucidissimo al mutamento radicale del proprio mondo e della propria vita. Sembra un eroe ma è un Miserabile, uno di quei tanti che nello spettacolo prendono corpo.

Margaret Thatcher è stata, secondo Paolini, la causa vera e primordiale dei miserabili di tutta Europa. Imitata e idolatrata, è presente in scena con pezzi dei suoi discorsi registrati, che irrompono nel racconto come un fiume in piena che distrugge e travolge in poco tempo. L’attore non può far altro che bloccarsi e ascoltare, commentando con lo sguardo.
Il testo di Victor Hugo a cui fa riferimento il titolo non c’entra troppo, se non nel dipingere un ritratto molto attuale di quei disgraziati, rievocati con grazia dai numerosi intervalli di ballate e cantate che i Mercanti di Liquore rievocano con grande capacità.
Il finale non vuole risolvere nulla: Marco Paolini non si eleva a guru che consiglia il da farsi, né ad esperto d’economia. Lascia piuttosto la numerosissima platea della Soms di Voghera con una suggestione, abbastanza prevedibile, una particolare reinterpretazione de “La Libertà” di Giorgio Gaber.


MISERABILI. Io e Margaret Thatcher
produzione: Michela Signori, Jolefilm
testi: Andrea Bajani, Lorenzo Monguzzi, Marco Paolini, Michela Signori
musiche: Mercanti di Liquore (Lorenzo Monguzzi, Piero Mucilli, Simone Spreafico)
interpreti: Marco Paolini e i Mercanti di Liquore
consulenza storica: Giovanni De Martis
consulenza musicale: Carlo Rebeschini
disegno luci: Andrea Violato
consolle luci: Lorenza Bonfanti
consolle audio: Corrado Cristina
direzione tecnica: Marco Busetto
illuminotecnica: Ombre Rosse
durata: 1h 50′
applausi del pubblico: 3′ 15”

Visto a Voghera (PV), Società Operaia di Mutuo Soccorso, il 14 dicembre 2009

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