I Miserabili di Milena Costanzo, frammenti di tragicommedia umana

Miserabili (photo: Paola Codeluppi)
Miserabili (photo: Paola Codeluppi)

Miserabili sono gli inadeguati, quelli che meritano il disprezzo perché rivelano, nella loro condotta, azioni e sentimenti abbietti.
Miserabili sono anche gli emarginati, degni di essere commiserati per il proprio stato di miseria e povertà, per la propria condizione di rovina e desolazione materiale e spirituale. A quest’ultima accezione fa riferimento il celebre romanzo di Victor Hugo del 1862, che Milena Costanzo ha messo in scena al Teatro Pim Off di Milano in forma di studio, con il titolo “Miserabili. Un’ironica atroce poesia”.

Il lavoro ancora in itinere, frutto di tre residenze e un debutto estivo a Castiglioncello, è un distillato d’immagini poetiche. Resta poco dell’originario poema dei derelitti, che in Hugo si svolge negli ambienti più popolari e disgraziati di Parigi, sullo sfondo della storia francese tra 1815 e 1832.
Gli schizzi di Milena Costanzo, reduce dalla “Trilogia della Ragione” dedicata ad Anne Sexton, Emily Dickinson e Simone Weil, trasfigurano solitudini e dolori, abbandoni e malattie. I protagonisti versano in condizioni di grave miseria economica e umana. Non per questo sono immorali. Oppressi da stenti e disagi, essi sono qui disegnati con ironia e senza pietismo.

Le pareti della scena sono avvolte da un sipario nero. Come da un mantello notturno, si definiscono lentamente creature strambe e sgraziate, non prive tuttavia di una carica ironica che le alleggerisce. Esse fuoriescono dal nulla e al nulla ritornano, nel rimbalzo di un dietro le quinte magmatico e imprevedibile.

È un breviario popolare di vite e figure simboliche: Mabeuf, Eponine, Cosette, la prostituta Fantine. Il protagonista Jean Valjean organizza in qualche modo la storia e propone le variegate reincarnazioni di una volontà più forte del male. Non contemplata dal romanzo, qui c’è in più Adèle, l’infelice figlia di Victor Hugo morta a 85 anni nell’ospedale psichiatrico dove il padre l’aveva rinchiusa, folle di un amore impossibile.
Baratri solitari, dolori discinti, fantasmi scarmigliati, desideri infranti, antinomie. Esistenze che girano a vuoto. Demenza, utopia, incomunicabilità. In quest’affresco delle nevrosi, nell’andirivieni tra innocenza e pazzia, gli attori (con Milena Costanzo, Rossana Gay, Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur) esplorano un repertorio molteplice, spaziando dalla parodia alla farsa, passando per la tragedia e il mimo.

Il riferimento a Hugo è pretesto per evocare l’oggi e raccontare gli emarginati – i “vinti”, avrebbe detto Verga – di ogni tempo e di ogni latitudine. Sfugge ancora l’intento, la cifra autentica di questo lavoro mai elegiaco, né pienamente di satira, né pienamente di denuncia.

Della visione poetica di Hugo restano alcuni caratteri importanti: in primis un quid d’ombra e mistero, la ricerca dei sottotesti della realtà: risposte di senso che diano ragioni di speranza agli uomini. Resta poi lo slancio verso la comunione e la giustizia, la ricerca d’armonia e complicità. I personaggi, inseriti nel loro ambiente di vita, lottano per sopravvivere. Rivelano un eroismo quotidiano. Si lanciano a capofitto verso un amore che può rivelarsi salvifico o maledetto.
È un carosello di varia fratellanza e banale disumanità. Sulla scena, accompagnate dalle musiche originali eseguite dal vivo da Elia Baioni, sfilano donne in abito rosso lungo ottocentesco o in abito nero lucido patinato, strisciando sui piedi dentro canali e reticoli di luce. Bizzarri aristocratici dialogano oziosamente mentre lucidano candelabri. Religiose dalla vita reclusa provano a salvarsi dall’abisso. Prigionieri con una pietra al collo cercano disperatamente di non affondare.

Il contrabbasso di Elia Baioni diventa partitura drammaturgica e produce suoni irrelati, graffi, brividi, spasmi febbrili, che d’improvviso lasciano spazio a commenti ironici o a note jazz danzanti. Nel mix di brio e leggerezza, nascono siparietti da teatro dell’assurdo, nonsense, giochi di parole, anafore, paronomasie.

Figure curve, languide, anchilosate, incespicano su se stesse. I loro sguardi sanno di supplica e sfida. Anche sotto la parrucca, i volti sono liquidi. I miserabili si portano dietro silenzi e vuoti di memoria. Ombre giganti, cucite addosso come doppioni o alter ego, sono vestigia delle loro inquietudini. I personaggi, cui i poliedrici attori sanno dare caratteri molteplici, non occupano mai per intero la scena. In essi c’è sempre il momento della verità, del ripiegamento, del nascondimento.

Il cantore lascia il posto allo spirito desideroso di confessione. Lo si sente proprio là dove Milena Costanzo non va oltre il frammento e la sua voce incontra quella dell’autore, spegnendo il rimpianto e il rimorso, nella sorniona danza finale di torce a pila illuminate, in una suggestione leggera e onirica.

MISERABILI. UN’IRONICA ATROCE POESIA
progetto e regia Milena Costanzo
con Milena Costanzo, Rossana Gay, Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur
musiche originali dal vivo di Elia Baioni
PimOff / Residenze Olinda onlus / Armunia
con il sostegno di Centro di Residenza della Toscana
in collaborazione con Stagione TPE – Teatro Piemonte Europa

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’ 15”

Visto a Milano, Teatro Pim Off, l’11 dicembre 2019

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