Misura per Misura, la danza macabra dei Cheek by Jowl

Anna Khalilulina e Peter Rykov (photo: Johan Persson)
Anna Khalilulina e Peter Rykov (photo: Johan Persson)

Un’esperienza impegnativa. Sì, vero, nelle arti performative il medium linguistico non ostacola (quasi) mai la comprensione. Vero anche che Shakespeare usa una ‘simbolica morale’ capace di trascendere spazio e tempo. Sì, vero anche che nelle mani di Declan Donnellan e Nick Ormerod etica e linguaggio si trasformano in una composizione artistica modellata dal movimento di un insieme. D’altra parte (lo dice anche il profilo Instagram) “loro sono i Cheek by Jowl” — britannici di nascita ma ormai internazionali di diritto, e che, per chi non lo sapesse significa (tradotto non letteralmente) ‘vicini, vicini, vicini’, inseparabili potremmo dire. Una coralità quasi danzante che fa uso di una presenza comunitaria permanente (o quasi) di attori sulla scena. E quindi poco importa che parlino russo, francese, italiano o inglese.

Questo Shakespeare però resta impegnativo. E non per il fatto che parli russo, giacché confezionato con la compagnia sorella del Moscow Pushkin Theatre. E nemmeno per le scelte radicalmente astratte, quasi asciutte, se non claustrofobiche, di allestimento e costumi, con la sola concessione (improvvisamente) di una musica che contraddice il rigore del resto. L’interpretazione donnellaniana di “Misura per Misura” è impegnativa perché impugna il testo — una commedia? (lasciamo aperta la domanda), e la questione del ‘mostruoso baratto’ — “vieni a letto con me e qualcuno si salverà”, con feroce realismo. Nonostante un’ilarità un po’ tirata, quasi dovuta, e l’ambientazione in una ‘nuova’ Mosca, che è piuttosto una Nuova Yorika, la questione non cambia, e neanche l’hashtag: #nonunadipiù.

Sarà che le note di questo tardivo plot sono irritanti di per sé (moleste?), ma la sensazione che resta sia dopo la lettura, sia dopo la visione, è un acuto fastidio. Isabella — interpretata impeccabilmente da Anna Vardevanian, perde tutto nel tentativo di fare in modo che nessuno perda nulla.
E la violenza carnale alla quale si sottrae ritorna sotto forma di annientamento della sua individualità come violenza identitaria. Isabella non esiste più. Il che rende ancora più impegnativo questo Shakespeare, giacché per Donnellan, la questione portante è dichiarata incessantemente essere il perdono, ma nessuno prova nulla in questa versione, e tanto meno la gratitudine che del perdono è madre.

La feroce umanità — bestiale (e vi è un accenno in apertura di un breve passo a carponi, che abita la narrazione) è diversamente composta: ometti del potere statale, neanche tanto post-sovietico, rigorosamente in gessato, come il Duca che, per neurotica incapacità di accedere al proprio principio di responsabilità, abbandona la sua piccola città-stato, e il suo alter-ego, Angelo, al quale ne affida il governo senza sapere (siamo sicuri?) che lo trasformerà in regime; una banda di puttane, ruffiani e manutengole, piccoli fantasisti del sfaccendare (come l’emblematico Lucio), e donne non di dubbia moralità, quanto piuttosto di fragile moralità; e poi i clerici, suore e frati, che stanno diversamente a latere, in un diverso tipo di claustrum, ma in maniera non dissimile da chi vive nei bordelli di periferia.

Il reato di fornicazione, iperbolico emblema tipicamente shakespeariano di quella simbolica morale di cui sopra, viene ristabilito immediatamente all’indomani dell’insediamento del nuovo ‘controllore’. E viene addirittura fatto indossare nella forma di un sigillo-collare, ‘Fornicatore’, all’assai poco incolpevole Claudio, reo di avere ingravidato Giulietta (molto meno fortunata dell’altra) e in attesa, presso una galera che ospita una ulteriore sottoumanità, di essere giustiziato. Ed è qui, attorno alla possibilità di salvare questa vita, che inizia l’odissea di Isabella alla disperata ricerca di essere donna in un mondo di uomini: “A chi ricorrere? Se lo raccontassi, chi mi crederebbe?”.

Salverà il fratello, la sua compagna, il piccolo nato non da lussuria ma da inconsistenza. Salverà finanche il suo violentatore, condannandolo ad espiare un precedente e analogo reato compiuto nei confronti di Mariana — la figura più tragica di questa commedia. Salverà la sua verginità, ma non la sua scelta di castità, e con essa la sua identità. Senza più velo finirà col danzare un valzerello folk nelle braccia del Duca, forse come lui incapace, in verità, di accedere al proprio principio di responsabilità. Duca che non ha in realtà mai lasciato la sua città-stato (Vienna, Londra o la cinese Sin-City di cui si parla nelle note di regia? Poco importa) per controllarla dall’interno dei suoi mal-umori nei panni di un umile fraticello.

Questo Shakespeare è impegnativo. Forse la verità è che impegna sostenere la visione di una umanità ripugnante il cui lato oscuro non risparmia nessuno — così la pensa, ad esempio, l’aiuto regista Kirill Sbitnev.
D’altra parte:
“Un Angelo per Claudio; morte per morte.
Tregua per tregua, e premura per premura;
Simile per simile, e sempre Misura per Misura”.

E’ la danza macabra di una vita inconsistente che rischia di travolgere tutti. Meravigliosamente incapsulata di fronte a cinque cubi rossi con funzione di partitura scenica, alle volte camera del boia, finestra a luci rosse, tableau vivant, la luce acceca su questa fragile realtà.

Measure for Measure
Alexander Arsentyev: The Duke
Alexander Feklistov: Lucio
Anna Vardevanian: Isabella
Nikolay Kislichenko: Elbow
Andrei Kuzichev: Angelo
Anastasia Levedeva: Juliet/Francis
Ivan Litvinenko: Executioner
Alexander Matrosov: Provost
Elmira Mirel: Mariana/Mistress Overdone
Alexey Rakhmanov: Pompey
Yuri Rumyantsev: Escalus
Petr Rykov: Claudio
Igor Teplov: Barnardine

Director: Declan Donnellan
Designer: Nick Ormerod
Assistant Director: Kirill Sbitnev
Lightning Designer: Sergei Skornetsky
Composer: Pavel Akimkin
Coreographer: Irina Kashuba
Technical Director: Alexander Solomin
Lighting: Pavel Bolotin
Sound: Evgeniia Bilinkis
Wardrobe: Elena Vorobyeva
Props: Ekatarina Vitushkina
Makeup: Elizaveta Pravosudova
Stagehand: Vladimir Mazlov
Stage Manager: Marina Krymova
Surtitle Editing: Anna Kolesnikova
Surtitle Operator & Interpreter: Liliia Kazakova
Consultant Producer: Anna Kolesnikova
General Manager of the Pushkin Theatre Anna Volk
Artistic Director of the Pushkin Theatre: Evgeny Pisarev
Production Photography: Johan Persson
Produced by Cheek by Jowl and the Pushkin Theatre, Moscow in a co-production with the Barbican, London; Les Gémeaux/Sceaux/Scène nationale; Centro Dramático Nacional, Madrid (INAEM).

Visto sul canale YouTube di The Cheek by Jowl nella replica del 22 aprile 2015 presso il Barbican di Londra. Il video sarà disponibile fino al 28 maggio o su richiesta attraverso il sito della compagnia richiedendo l’Education Pack.

Consigliato ai maggiori di anni 16 – Visibile in streaming fino al 25 maggio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *