Mittelyoung 21. A Cividale le domande dei giovani artisti mitteleuropei

Indultado di Lia Ujčič (Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2021)
Indultado di Lia Ujčič (Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2021)

Da lì cosa si vede? Pare chiedersi Mittelyoung, la quattrogiorni di Mittelfest, da vent’anni a Cividale Del Friuli, riservata alla presentazione di nove performance tra danza teatro e musica, tutte firmate da artisti giovanissimi, selezionati da un gruppo di curatori under 30.
162 le candidature arrivate: 66 di teatro, 60 di musica, 32 di danza e 4 progetti multidisciplinari, con 103 proposte italiane e 59 estere. Mittelyoung ha infatti chiamato a raccolta “le e gli eredi mitteleuropei e balcanici, una nuova generazione per un secolo in cerca di visioni”.
Da lì cosa si vede? Da quella parte d’Europa a cui non siamo abituati a pensare come ad un centro cui tutto ruota attorno. È quella sensazione che si prova come di fronte a qualche quadro novecentesco assurdamente meraviglioso e chiuso in un museo sconosciuto della Bulgaria, o delle Repubbliche Baltiche. Si vede l’eco delle avanguardie, il ritorno a doppio filo di un problema tipico del tempo, ma tutto è trasfigurato da un’intensità che poteva nascere solo lì.

Tra le sedie della Chiesa di Santa Maria dei Battuti l’intuizione è un po’ la stessa, le produzioni mastodontiche non ci sono – come anche ovvio, a quest’età – ma emergono le questioni del nostro tempo: le urgenze, un certo sentire proprio di chi ha meno di trent’anni ci sono tutti, e con una radicalità piena di fascino, per i giovanissimi di Mittelyoung. Una finestra sull’Europa dei Balcani, a Cividale.

Si inizia con qualche tazza a terra, illuminata, in un fascio di luce che accoglie i primi spettatori di “Indultado”, assolo danzato di Lia Ujčič. In spagnolo indultado significa sospendere, perdonare. Il lavoro si ispira alla figura del toro da combattimento spagnolo che, con la sua tenacia, resiste fino al punto in cui gli viene concessa l’immunità: diventa indultado e viene restituito ai pascoli affinché possa trasmettere il suo carattere alla prole. L’assolo narra così di un essere umano che conosce la resistenza e coraggiosamente lotta.
Vogliamo ricordare l’idea centrale del lavoro, un modo del corpo quando, dopo un attimo di buio, la ritroviamo illuminata da luci gialle che provengono dalle estremità dei lati, a terra, con gambe e braccia aperte nella loro massima articolazione, ed una tazza in equilibrio sulla testa poggiata al pavimento. Un sapore animale, al sacrificio, e una musica che unisce toni contemporanei allo scampanio dei pascoli di chissà quali prati.

La sera Klaus Martini – presenza scenica notevole e senza attorialità retorica alcuna (la Nico Pepe, da lui frequentata fino a una manciata d’anni fa, sembra funzionare) – propone il suo primo studio di “P.P.P. Ti presento l’Albania”, rileggendo la migrazione dall’Albania verso l’Italia e trovando somiglianze inaspettate con alcuni brani di “Il sogno di una cosa” di Pasolini, con l’edizione Garzanti tenuta in una mano.
E’ un progetto di storie autobiografiche, quello di Martini, che in scena prende vita rievocando i ricordi di Ilir, ventenne figlio di migranti che, mentre legge il romanzo, corre a recuperare il suo diario instaurando una corrispondenza immaginifica con Pasolini stesso, raccontando la migrazione dei suoi genitori, ma anche le leggende tramandate dai nonni, danzando sulle note di musiche popolari albanesi.
Ci sono spesso i libri, sulla scena, nei nuovi lavori del teatro giovane: come a dire, stiamo leggendo, stiamo pensando con questo libro, ora, qui, anche noi. Quasi a voler dimostrare una necessità.

PPP ti presento l’Albania. Primo studio di e con Klaus Martini (Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2021)

PPP ti presento l’Albania. Primo studio di e con Klaus Martini (Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2021)

Applauditissimo, e a ragione, il giorno dopo, l’Ensemble Mosatrïc, con la voce e le percussioni di Stelina Apostolopoulou, di origini greche ma based in Berlin, come le due colleghe, Marijn Seiffert, violino/Tap Dance, e Clara Baesecke, violoncello. Il loro “Amuse*d” è una sinergia oltre la performance, in cui molte melodie tradizionali provenienti dai posti più impensabili del mondo vengono da loro rielaborate e riarrangiate unendo jazz, iper-moderno in loop station, tip tap e body percussion. C’è futuro.

Le prime due serate di Mittelyoung si chiudono con il solo inedito di Sara Koluchova “Portrait of a Post-Habsburgian”. Un lavoro intrigante, performer di valore. Nata in Cecoslovacchia ma approdata in Germania, è in scena sul fondale del palco ritta in piedi, ad occhi chiusi, mentre tutti entrano, una bambola a rossetto rosso e treccine sulla testa, con il costume tradizionale dal nome – per noi – impossibile: lo Slovácký kroj, camicia bianca, ampia, con bottoni sui polsi e scollo a v, e gonna blu plissettata, quasi un tutù al contrario.
Una performance basata sul movimento, un autoritratto di danza che esplora il dialogo tra patrimonio, corpo e costume: i suoi gesti, spezzati, ricomposti, partono dalla danza folk fino a creare un corpo a metà tra un sorriso disperato, incatenato ai movimenti fissi del tipo che dovrebbe incarnare, e un’espressione perturbante. Io ci vedo incarnate, in un corpo rarefatto alla domanda, costretto a inframmezzarsi tra il dubbio e l’identità rovesciata, le sue domande, proprie forse di tutto il teatro giovane, dalla Mitteleuropa al centro di Parigi: chi sono io? Dov’è la mia casa? La mia identità aggiunge qualcosa alla storia?

Portrait of a Post-Habsburgian (photo: Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2021)

Portrait of a Post-Habsburgian (photo: Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2021)

Torneremo ancora a parlarvi del Mittelyoung raccontandovi le ultime due giornate di spettacoli.

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