Moby Dick. Teatro dei Venti affronta disagio e paure in piazza

Moby Dick (photo: Teatro dei Venti)
Moby Dick (photo: Teatro dei Venti)

Il “Moby Dick” del Teatro dei Venti non è solo uno spettacolo teatrale ma una vera e propria esperienza, sia per chi lo ha ideato e messo in scena, sia per lo spettatore.
Sono quasi tre anni che la compagnia diretta da Stefano Tè ha intrapreso il progetto di mettere in scena il capolavoro di Herman Melville, traducendolo nello stile riconoscibilissimo del gruppo.
Pensato per essere ospitato in spazi urbani, nella sua più potente e completa espressione fonde danza, teatro di strada, arti circensi e una musicalità che scorre da Oriente a Occidente. Un allestimento di enorme impatto, coprodotto con il festival lituano Klaipeda Sea Festival, che ha richiesto una prolungata preparazione, oltre all’impiego di più di venti attori, una band musicale, comparse tra bambini e richiedenti asilo, ma non solo.
Lo spettacolo infatti, come è nello spirito più intimo dei progetti del Teatro dei Venti, entra in relazione con la comunità locale che lo ospita, integrando al proprio interno l’intervento di artisti, allievi di scuole, gruppi sociali presenti sul territorio e carcerati, con cui il regista si relaziona attraverso laboratori.

Lo abbiamo visto in occasione del Trasparenze Festival, che si è tenuto a Modena dal 2 al 5 maggio, nello spazio aperto dell’Estatoff.
L’inizio è subito folgorante, con l’arrivo di un grande carro trainato da un gruppo di uomini a torso nudo (i detenuti del carcere di Modena e di quello di Castelfranco Emilia): gli attori percuotono a mo’ di tamburi grandi botti di legno, come nella tradizione di Macerata Campana.
È su questo carro cangiante, come quello antico di Tespi, che si svolge, quasi sempre a suon di musica, lo spettacolo, un carro che in pochi minuti si trasforma in un cantiere pulsante di operosità: attraverso funi e cavi, carrucole e tiranti, costruisce una vera e propria nave, con tanto di alberi e di vele. Sì, proprio il Pequod, la famosa nave del Capitano Achab, su cui il narratore Ishmael (Hannes Langanky) pronuncia il suo famoso incipit: “Chiamatemi Ishmael…”.

I marinai lavano, asciugano, raschiano, pescano e si esercitano replicando le azioni che andranno a fare in mare aperto. Ci troviamo subito davanti ad un teatro fortemente visivo, in continua trasformazione, attraverso un ritmo coreografico di gesti, suoni, azioni, a cui concorrono tutte le arti della scena. Poi a un certo punto le vertebre con cui, nell’incessante movimento, i performer avevano costruito lo scheletro della nave, si tramutano tutt’uno nell’essenza del mostro che tanto aspettavamo: la nave prende la forma di una balena, con tanto di coda e testa, sospesa a mezz’aria. D’incanto si materializza quello che terrorizza – diventandone un’ossessione – il capitano Achab, ma che, ben sappiamo, rappresenta anche ciò che si agita e ribolle dentro di noi: l’ignoto, la paura, la fobia della diversità, Moby Dick.
Eppure è stata la marea di bambini all’inizio dello spettacolo a dirci di non avere paura dei mostri: con la loro purezza ed innocenza ci hanno avvertito che basta riconoscerli ed esorcizzarli, per poter superare la paura.

Così alla fine Achab (Federico Faggioni), seppur sconfitto, dall’alto dell’albero maestro affronta il nemico: “Tu che tutto distruggi ma nulla conquisti, parlami, Leviatano… Spalanca la tua bocca Moby Dick… Parlami, e se non ne sei capace, prova a stringermi nella morsa del tuo mistero”. Ma Achab non ci pare gettarsi dentro le sue fauci, quasi lo accarezza, come se gli dicesse in una silenziosa preghiera: “Siamo uguali io e te, in questo mondo”. Alla fine del tutto, quasi per ricordarcelo, un gruppo di richiedenti asilo esce da sotto il grande palco.

Uno spettacolo, come già accennato, in cui le poche parole scelte con cura da Giulio Sonno (arricchite da citazioni tratte dalla Bibbia e dal “Faust” di Goethe nelle traduzioni di Ceronetti e Fortini) si inabissano nel ritmo delle immagini che lo spettatore si trova davanti, consegnandogli gli sprazzi significanti di quest’opera immane, così ricca di accezioni e rimandi.
Concorrono alla riuscita del lavoro le molteplici e condivise articolazioni, le coreografie (elaborate con la consulenza di Mario Barzaghi), l’impianto musicale dal vivo (le percussioni di Igino L. Caselgrandi, il sax di Luca Cacciatore e la chitarra e synth di Domenico Pizzulo), la scenotecnica e la realizzazione delle macchine di scena di Massimo Zanelli e Dino Serra che cura anche la scenografia, la sapienza delle luci di Alessandro Pasqualini. Tutti insieme, mossi dalla visionarietà di Stefano Tè, creano uno spettacolo di grande impatto emozionale e visivo, frutto – ricordiamolo – di una piccola compagnia che crede in un teatro condiviso. Ce ne ha dato piena convinzione anche il festival a cui abbiamo assistito, Trasparenze, in cui gli artisti si sono messi in gioco attraverso laboratori, esperienze di gruppo, spettacoli in carcere e in luoghi di disagio.

Il 14 giugno “Moby Dick” sarà in scena al Pennabilli Festival (Pennabilli, RN).

MOBY DICK
ideazione e regia Stefano Tè
adattamento drammaturgico Giulio Sonno
consulenza alla regia Mario Barzaghi
assistenza alla regia Simone Bevilacqua
direzione musicale Luca Cacciatore, Igino L. Caselgrandi e Domenico Pizzulo
costumi a cura di Teatro dei Venti, Luca Degl’Antoni e Beatrice Pizzardo
disegno luci Alessandro Pasqualini
audio Nicola Berselli
scenotecnica e realizzazione macchine di scena Dino Serra e Massimo Zanelli
scenografie Dino Serra in collaborazione con il Teatro dei Venti
con: Oksana Casolari, Marco Cupellari, Daniele De Blasis, Alfonso Domínguez Escribano, Federico Faggioni, Talita Ferri, Alessio Boni, Francesca Figini, Davide Filippi, Hannes Langanky, Alberto Martinez, Amalia Ruocco, Antonio Santangelo, Giovanni Maia, Mersia Valente, Elisa Vignolo.
una produzione: Teatro dei Venti, in co-produzione con Klaipeda Sea Festival (Lituania), con il sostegno della Regione Emilia Romagna, del Comune di Modena e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, con il contributo del Comune di Dolo (VE) in collaborazione con l’Associazione Echidna

Visto a Modena, Estatoff, il 4 maggio 2019
Prima nazionale

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