Da Momec alla Syria, tra memoria e storia personale

From Syria: is this a child?
From Syria: is this a child?

Corrono sul filo della memoria e del ricordo personale alcuni degli spettacoli visti – da chi scrive – al Festival Opera Prima di Rovigo. Come afferma Massimo Munaro, direttore artistico del festival, “a volte mettendo insieme progetti e spettacoli diversi si finisce per costruire, in modo volontario e involontario, una vera e propria drammaturgia”. Una drammaturgia che, nel caso dei lavori che abbiamo scelto di raccontarvi, muove le fila dal racconto di vita personale e familiare per suscitare un turbamento, un’emozione, una riflessione condivisa, altri ricordi, altre direzioni, altre risposte: dove passato, presente e futuro si allacciano circolari.
Pare che le nuove generazioni sentano la necessità di mettere ordine al caos che ci ha travolto, ripartendo da se stesse, dalle proprie vicende, dalla verità di piccole o grandi esperienza di vita, che diventano trama e ordito di un discorso connettivo e collettivo. È un partire dal dettaglio, dal particolare per arrivare all’universale. Un dettaglio che è spesso un dolore, profondo, depositato, riportato a galla con un atto di sincerità e di autentica condivisione.

Ecco allora che il piccolo giardino segreto realizzato da Mario Previato, nel cuore di Rovigo, diventa un’istante di sospensione dalla città, dalla vita, e dalla performance per gli spettatori della XVII edizione del Festival Opera Prima. Dire che la bellezza sta nelle piccole cose è quanto mai azzeccato nel caso del delicato paesaggio ideato da Previato per il terzo, e ultimo tempo di “Momec – memoria in movimento”.
Il progetto ha accompagnato la rinascita del festival nel 2018, e per tre edizioni ha attraversato la città raccogliendo la memoria dei luoghi, degli oggetti, e delle sue genti. Se il primo è stato il tempo della memoria pubblica, ovvero la memoria che della città hanno i suo abitanti, e il secondo, il tempo della memoria degli oggetti, quelli che ognuno di noi custodisce come tesori preziosi, il terzo è il tempo del ritorno: il ritorno a un’intimità, al re-incontro con sé e con le persone invisibili che portiamo con noi, nel nostro cuore e nei nostri sogni.

L’esperienza di “Momec” avviene in solitaria; si entra nel piccolo giardino, un “terzo paesaggio” allestito all’esterno dell’imponente Gran Guardia, tra il verde di piante pensili e il profumo di erbe aromatiche, da cui fanno capolino alcuni oggetti legati alla dimensione del viaggio, del gioco, dell’amore e del passatempo. Nella piccola oasi ognuno può scegliere chi incontrare tra le persone che abitano la propria memoria, dedicando loro uno scritto, in cui depositare un ricordo, un sentire, un non detto, o semplicemente un saluto.
Il foglio bianco che raccoglie questo prezioso lascito è un foglio speciale perché fatto di semi veri. Un piccolo terreno in cui seminare i propri ricordi. Ogni pianta che abita il giardino è nata infatti grazie a un ricordo lasciato da chi è passato prima. Un ricordo, un seme. Un seme, una pianta, che è stata annaffiata e curata. Una lunga e continua gemmazione che ha tenuto in vita la memoria di ognuno, e che un giorno uscirà allo scoperto diventando un vero e proprio giardino nella città.

Momec (photo: Marina Carluccio)

Momec (photo: Marina Carluccio)

Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich hanno scelto il nome di una stella, “Arturo”, la stella più luminosa che si vede al tramonto, per il loro primo spettacolo insieme. Lo spettacolo ha vinto ex aequo il Premio Scenario Infanzia 2020, ed è arrivato finalista al Premio In-Box Blu 2021.
Laura e Niccolò non sono degli attori, sono entrambi registi, ma hanno deciso che dovevano essere loro a raccontare sul palco la propria storia. Entrambi, in momenti diversi della vita, hanno perso il padre, e Arturo è il loro atto d’amore, un discorso sulla verità, la condivisione di un “diario” pieno di ricordi, di non detti, di ciò che c’era prima, di ciò che è stato durante, ed è rimasto dopo la loro perdita. Un racconto e un dialogo fatto con coraggio e delicatezza, e con sana e bella leggerezza. In cui c’è il tempo per i bei ricordi, e anche per quelli brutti – d’altra parte i padri non sono di certo degli dei.

La bellezza di “Arturo” emerge non solo dal dettaglio del vissuto dei due autori, ma anche dalla generosità con cui la loro perdita, e la loro storia di dolore – un dolore ormai elaborato – viene condivisa con lo spettatore, intrecciandosi con il vissuto di chi li ascolta. Così come non ci sono “intermediari” – di cui chi scrive non ha sentito la mancanza – non ci sono sovrastrutture, non c’è una quarta parete: lo sguardo di Nardinocchi e Matcovich va diritto a incontrare quello del pubblico, e le loro parole vanno diritte a interrogare i presenti.
Quello che i due autori costruiscono è un filo diretto con lo spettatore, anche con chi quella perdita non l’ha ancora subita. Un filo diretto costruito attraverso il gioco, che oltre ad agganciare lo spettatore e i suoi ricordi, diventa anche il mezzo per dare al lavoro una certa imprevedibilità – che del resto è la caratteristica intrinseca della memoria – e la dinamicità di un ritmo costruito attraverso un dialogo corale.
Quando le stelle muoiono si dice che rilasciano nello spazio dei piccoli sedimenti, una sorta di polvere stellare che nel tempo andrà a formare nuove stelle e pianeti. Quello a cui partecipano gli spettatori non è di certo uno psicodramma, ma la costruzione di un puzzle della memoria. Un puzzle che raccoglie i sedimenti, la polvere stellare di parole, immagini, profumi, musiche, colori, di dolore e amore, diventando l’emblema di un legame indissolubile nel tempo.

Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich in Arturo

Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich in Arturo

Anche in “From Syria: is this a Child?” di Miriam Selima Fieno e Nicola Di Chio c’è molta verità, e molto dolore. Il lavoro ha ricevuto la menzione al Premio Scenario Infanzia 2020, e pur essendo nato per parlare ai ragazzi, è un lavoro che può dire qualcosa a tutte le generazioni. Presentato in forma di studio – manca ancora il terzo e ultimo capitolo – già così ha regalato tante emozioni, e spunti di riflessione. I due autori portano in scena una storia vera, quella di Giorgia Possekel, di 12 anni, bravissima e potente nel ruolo di se stessa, e del suo incontro con Edma Suliman, una giovane donna siriana. Due storie distanti che si incontrano, e si ritrovano nel dolore causato dalla reciproca esperienza di vita.

È giusto raccontare la guerra ai bambini? Si chiede Giorgia, stringendo tra le mani il disegno su cui ha riportato la stessa domanda, e che a sua volta la telecamera fa campeggiare dietro le sue spalle.
È una domanda più grande di lei, Giorgia infatti non sa rispondere. La sua è la storia di una bambina europea che vive il tempo della pace, e che viene coinvolta, suo malgrado, in una guerra familiare che porta alla separazione dei suoi genitori. Il suo dolore proviene da lì, da quella frattura che niente e nessuno può risanare, e che ha spezzato in un prima e in un dopo il tempo felice dell’infanzia.
Edma invece è una giovane artista siriana che ha vissuto il tempo della guerra quando era poco più che una bambina. Edma è riuscita scappare, ha lasciato per sempre alle sue spalle la Siria, e la guerra, che ha distrutto la sua casa e ucciso tanti suoi coetanei, e ora vive con la sua famiglia ad Alessandria.

Perché è iniziata la guerra in Siria? Che cos’è il dolore? Che adulto vuoi diventare? Si chiederà e ci chiederà Giorgia lungo il suo racconto. Per lei quello con Edma è l’incontro con un dolore più grande e l’inizio di una ricerca personale che la porterà a compiere un viaggio fino in Siria, affrontando a suo modo, con coraggio e con uno sguardo autentico il tema della guerra. Una guerra decisa dagli adulti, e che poi i bambini si trovano a dover combattere.

Momec_Memoria in movimento. Terzo tempo
da un’idea di Mario Previato
assistenza artistica Fiorella Tommasini, Angela Tosatto, Antonia Betagnon
produzione Festival Opera Prima

 

 

Arturo
di e con Laura Nardinocchi, Niccolò Matcovich
scena Fiammetta Mandich
produzione Florian Teatro, Rueda/Habitas

 

Momec

From Syria: is this a Child? – Studio
con Giorgia Possekel, Edma Suliman
regia di Miriam Selima Fieno e Nicola Di Chio
drammaturgia Miriam Selima Fieno
video Hazem Alhamwi, Ahamd Samer Salem, Anthony Col

Visti a Rovigo, Giardini Due Torri – Esterno Gran Guardia, il 9 e 10 settembre 2021

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