Oylem Goylem. Moni Ovadia racconta l’orrore di tutti i tempi

Moni Ovadia
Moni Ovadia

Moni Ovadia (photo: ederico buscarino ©)

Solo a me era familiare quel cuore di popolo, poetico e affievolito di silenzio.
M. Chagall

Quando si guarda Moni Ovadia dondolarsi sul palco, più di una volta ci si chiede se non sia stato sbalzato fuori lì, sul momento, da un quadro di Chagall. Come il personaggio di uno ‘shtetl’, di una comunità di villaggio, l’attore e regista ci travolge subito, in “Oylem Goylem”, nel ritmo del suo teatro musicale-cabaret per trasportarci in un viaggio nella cultura ebraica dai toni sferzanti e ironici, che tuttavia mai dimentica il peso della quotidianità di un popolo che sull’esilio ha costruito i confini del proprio racconto.

Attingendo a piene mani dal mito dell’ebreo errante e talvolta facendone beffa, Ovadia alterna storielle popolate dalle stereotipate figurine tratte dal repertorio umoristico tradizionale ai canti e alle musiche ‘klezmer’, sfondo di universi variopinti di cerimonie, funerali, nascite e matrimoni altrettanto tipici, di cui i bravissimi musicisti dell’orchestra, instancabili, ci regalano con festa il passo e il respiro. A tutto questo si aggiungono con dolorosa naturalezza momenti di commozione e di poesia, ora ricalcanti i versi di Carlos Cergoly per i morti della Risiera di San Saba, ora sublimandosi nelle citazioni sacre, ora chiudendosi nello spettro di Auschwitz, che sono capaci di tenere il pubblico bolognese, visibilmente partecipe, in pugno per circa due ora e quaranta.
L’insieme è ben calibrato e piacevole anche se forse un po’ troppo lungo e, a tratti, “polveroso”.

“Olylem Goylem” ha circa quindici anni e li dimostra. Certo è legittimo pensare che la cultura Yiddish faccia della prosecuzione della propria memoria urgenza sempre attuale, tuttavia questa ripresa, più che una viva celebrazione, corre il rischio di farsi ripetizione che, dell’originale, non restituisce la stessa freschezza: un’operazione, insomma, non del tutto capace di dinamismo ed evoluzione, di trasformarsi in problema contingente al di là del racconto.

La responsabilità della storia è cosa preziosa. Moni Ovadia e chi ha visto i suoi spettacoli lo sa bene: lui ne è paladino consapevole. Ma allora perché neanche un accenno, uno spunto di riflessione, alla fine, sull’odierna situazione della guerra nella striscia di Gaza? L’entusiasmo dei suoi musicisti ci piace, ci diverte e rallegra; il suo canto ci incanta, ma per mettere in discussione l’orrore non basta esortarci a lasciare un contributo al banchetto di Emergency con un atto di stima generica: bisognerebbe dichiarare con decisione la propria, di posizione. Come peraltro Ovadia è già stato capace di fare.

OYLEM GOYLEM
di e con Moni Ovadia
e con: Moni Ovadia Stage Orchestra:
Maurizio Dehò – violino
Luca Garlaschelli – contrabbasso
Emilio Vallorani  – flauto
Massimo Marcer  – tromba
Paolo Rocca – clarinetto
Albert Mihai – fisarmonica
Marian Serban – cymbalon
direzione musicale: Emilio Vallorani
scene e costumi: Elisa Savi
disegno luci: Daniele Savi
suono: Mauro Pagiaro
allestimento scenico: Cristina Protti e Stella Filippone per Studio Mimesis
durata: 2 h 40’
applausi del pubblico: 2’ 10’’

Visto a Bologna, Arena del Sole, il 23 gennaio 2009