Monica Demuru: torno nella mia Sardegna con Annie Ernaux. Intervista

Monica Demuru
Monica Demuru (photo: autore non trovato - se sei l'autore della foto scrivici a klp@winniekrapp.it)

Se in questi giorni vi sintonizzate sul programma “Ad Alta Voce” di Radio Rai 3, potrete ascoltare una voce calda e affabile leggere a puntate il romanzo “L’iguana” di Anna Maria Ortese (fino al 27 luglio, alle ore 17).
E’ la voce di Monica Demuru, attrice e cantante di origini sarde, che quest’estate farà ritorno alla sua isola per presentare, insieme a Daria Deflorian e Monica Piseddu, un’inedita lettura a tre voci di “Memoria di ragazza”, uno degli ultimi libri scritti dall’autrice francese Annie Ernaux, tradotto e pubblicato in Italia lo scorso anno dall’editore l’Orma.

Lo spettacolo inizierà il suo tour estivo dal palco del Teatro Romano di Nora il 22 luglio, ospite della XXXVI edizione del festival La notte dei Poeti, in programma da oggi al 29 luglio a Nora e Pula, sulla costa meridionale della Sardegna (qui il programma).

Annie Ernaux è una delle autrici più autorevoli del panorama culturale francese, molto amata dai lettori e da poco scoperta anche da quelli italiani, complice l’aver vinto il Premio Strega Europeo con “Gli anni” nel 2015.
Ha una scrittura piatta, semplice, per niente ammiccante. Chi riesce ad entrare nel suo mondo ne rimane folgorato, nonostante (o grazie) a quella sensazione di crudo realismo che trafigge il lettore, e che potrebbe in alcuni casi farlo fuggire di fronte alla glaciale distanza, quasi da cronachista, che l’autrice riesce a mantenere raccontando di sé, della propria infanzia, delle origini della sua famiglia (e tratteggiando quindi epoche e luoghi della Francia) rievocati “senza nostalgia né patetismi”.


La prima domanda che viene quindi spontaneo fare a Monica Demuru è come sono entrate, lei e le sue compagne di avventura, Daria Deflorian e Monica Piseddu, nel mondo autobiografico della Ernaux.

Come l’avete accolto, fatto diventare materia teatrale, tradito?
Annie Ernaux è un passione nata da una curiosità specifica di Daria Deflorian in un momento particolare della sua vita e carriera, mentre si trovava in Francia e aveva la necessità di imparare il francese. Sceglie di farlo attraverso i libri di Annie che aveva già leggiucchiato, e da qui inizia una passione, una passione contagiosa perché sia io che Monica Piseddu, che lavoravamo con Daria in altre produzioni (io ne “Il cielo non è un fondale” e Monica in “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”), avevamo il desiderio di tornare a lavorare insieme. Abbiamo iniziato a scambiarci i libri, a parlarne alla mattina, alla sera, dopo il caffè, la notte prima di addormentarci, a scambiarci frasi estrapolate dai libri che leggevamo. Una specie di morbo è andato autoalimentandosi, abbiamo letto tutti i libri, in francese e in italiano, l’edizione Gallimard (che nel 2011 ne ha raccolto gli scritti principali in un univo volume) è diventata un talismano, fino a semplicemente far aderire un pensiero, che era un pensiero sulla vita, sul mondo e forse anche sul femminile.

Nei sui libri, Annie Eranux rievoca in modo spietato gli avvenimenti della sua vita, andando a disseppellire i ricordi, senza appianare nulla, senza abbellimenti, senza interpretazioni. Espone e riporta, lasciando che ogni cosa emerga dalle increspature della narrazione, per comprendere e sopportare chi siamo stati, e chi siamo.
Per noi era un modo per lavorare sul reale, sul complesso rapporto tra noi e il mondo, che era quello che ci occupava e preoccupava. Poi è arrivato “Memoria di ragazza”. E Debora Pietrobono, che è stata l’organizzatrice a Roma della rassegna “Doppio ristretto”, un’iniziativa letteraria e teatrale, ci ha chiesto di leggerlo, o meglio sapeva che ci avevamo messo le zampe e ci ha detto: dai, facciamo sta boutade!
Lo abbiamo presentato alla Casa internazionale delle donne, nel luglio scorso, un po’ in sordina, con una riflessione oggettiva, che sta dentro questo testo, sul momento di formazione di una giovane donna. Con tutti i temi che finora nessuno aveva esposto con questa semplicità, che è una semplicità non meno crudele di quella della vita. Si trattava anche di definire un passaggio della storia delle donne, da una totale inconsapevolezza di adesione a un modello non agito, non responsabile della propria vita e soprattutto dei propri amori. In questo caso la relazione è fortissima con il sesso, con l’uomo, con la diversità maschile, e dal fallimento di una prima esperienza nasce in Ernaux l’esigenza di essere radar di sé stessa, di comprendersi, e di conseguenza la scrittura. Questo legame fortissimo tra sesso e scrittura, che è un terreno molto consolidato, esplorato, diventava per noi un modo molto interessante di vedere le cose dall’altra tavola.

Deflorian, Demuru e Piseddu

Deflorian, Demuru e Piseddu

“Memoria di ragazza” racconta la persona che Annie Ernaux era nel 1958, quando ancora diciottenne si allontanò per la prima volta dai genitori, in particolare da una madre soffocante, per fare l’educatrice in una colonia durante il periodo estivo sull’Orne, in Normandia. E del suo incontro con il capo educatore, un giovanotto alto e biondo, rozzo e massiccio che, senza pensare troppo ai preliminari, la prenderà con la noncuranza di chi mangia tanto per mangiare, plasmando però in modo indelebile i suoi desideri, i sui incontri successivi, i suoi sentimenti, l’immagine che lei avrà di se stessa.

L’autrice utilizza una scrittura che lei stessa definisce volutamente piatta, in cui non ci devono essere aggettivi, cercando il più possibile di ricondursi ai fatti, senza aderire a opinioni, a interpretazioni, o giudizi, ma attenendosi solo, esclusivamente, alla ricostruzione di ciò che è stato.
La scrittura è meravigliosa, affascinante, ce la siamo spartita, scegliendo di non fare il romanzo integrale, ma di dividerlo in due sezioni fondamentali. Strutturalmente è di una semplicità inquietante, ci sono tre leggii, e tre voci, di tre donne che sono un’unica donna; è una lettura piana, dove io inserisco degli inserti di canzoni, perché Ernaux ha sempre pensato per canzoni. Di una semplicità pazzesca, e la cosa ci ha molto colpito, perché abbiamo incontrato il favore del pubblico ben al di là di una costruzione accattivante. Nell’auto-osservarsi Ernaux non è indulgente, vuole scandagliare la materia pura, sé stessa. Ad un certo punto nel testo dice: “Sono io l’incubo di quella ragazza, cioè di me giovane”. E’ un continuo tentativo di arrivare ad una verità non indulgente, che mostra sempre un lato ignobile dell’io. In questo, secondo me, lei è grandissima, implacabile; ci ha spinto e alimentato moltissimo, è un’idea anti-sublime dell’arte e della verità, che non è alla continua ricerca di un’eroina, anche in negativo.

Nel romanzo la scrittura incontra e inserisce nelle proprie maglie anche la musica. Nel dipanare i suoi ricordi la scrittrice cita di continuo i titoli di svariate canzoni francesi, non tanto per creare un tappeto musicale decorativo, ma con l’intenzione di affondare ancor di più, e trovare nuovo materiale per lanciare la memoria oltre i suoi stessi limiti.
Anche noi già lavoravamo su questo tipo di incontro, ho sempre mescolato le canzoni in questo modo. La canzone è un materiale molto malleabile, e non riducibile a un unico uso. Certamente a me non interessa un uso decorativo, e devo dire che ho trovato pane per i miei denti in Daria e in Monica. In “Memoria di ragazza” la canzone si fa discorso, ha lo stesso peso di una riflessione, di un pensiero che viene prima o dopo, ma la differenza è che i materiali delle canzoni aderiscono in maniera non intellettualistica all’io, alla memoria. Ernaux le usa in maniera proustiana, come delle madeleine, si ricorda perfettamente che cosa ascoltava in quel momento, qual era il primo disco che aveva acquistato… Sono certa che ognuno di noi abbia questo meccanismo di aggancio della memoria, un bagaglietto di canzoni, magari neanche stupende, ma che ricordano le fasi della vita. Lei lo fa senza barare, molto istintivamente, e noi vediamo e sentiamo tutto un mondo, ne capiamo il tipo di sfumature, l’umore.
Non abbiamo fatto altro che lasciarci andare a questo, utilizzando in modo molto rispettoso le suggestioni musicali, che poi coincidevano con dei nostri piaceri, delle nostre passioni. Il pezzo di Dalida, “Mon histoire c’est l’histoire d’un amour”, a cui l’autrice collega la sua prima esperienza era già un pezzo che mi piaceva, che già cantavo… Sono delle citazioni, veloci, cantate da me a cappella, non è un lavoro d’impatto, al contrario è un affondo che chiama le persone a stare con noi in un piccolo mondo, in quell’esperienza pazzesca delle prime esperienze amorose, di viaggio, di responsabilità che tocca tutti, maschi e femmine, e che sono quelle che spesso determinano un destino. Ciascuno di noi sa che quella fase lì rimane misteriosa e limpida allo stesso tempo, ha questa simbiosi, ed è questo che ci interessava, grande semplicità per un materiale incandescente.

Annie Ernaux alla 30^ Fiera del libro di Brive-la-Gaillarde, 5 novembre 2011 (photo: Babsy - fr.wikipedia.org)

Annie Ernaux alla 30^ Fiera del libro di Brive-la-Gaillarde, 5 novembre 2011 (photo: Babsy – fr.wikipedia.org)

Solo pochi giorni fa è uscito il tuo ultimo disco che prende il nome dal duo, Madera Balsa, nato nel 2010 assieme al musicista Natalio Mangalavite. Ora il ritorno in Sardegna. Dopo “La notte dei poeti” sarà un’estate all’insegna della leggerezza, del respiro lungo e profondo, della distensione?
Tutto ha molto a che fare con il romanzo che sto leggendo per Radio Rai 3, “L’iguana”.
Anna Maria Ortese è una che ha vissuta a lungo vicino al mare; lei dice che chi è abituato agli spazi aperti farà fatica da qualsiasi altra parte, e rimarrà propenso a mollare lo sguardo e il pensiero in avanti. E’ la dimensione della meditazione. Tutto il lavoro di Ortese è sull’osservazione delle cose piccole, di una poesia minuta, scalcagnata, zoppa, e io mi ci sento assai vicina.
Sono molto contenta di passare da Nora come primo gesto di stagione. Vengo da una cultura del deserto, che ha prodotto la mia passione per le lunghe camminate, per la meditazione: è naturale per chi sta in spazi aperti e si misura con gli orizzonti, come fanno gli isolani e chi vive vicino al mare.
La Sardegna è il mio centro, la mia origine, e probabilmente il mio ritorno, vedremo…