Mono e (duplice) MM. Serussi e Daee per due visioni dal Nord

MM di Ludvig Daee
Mono di Itamar Serussi

Mono di Itamar Serussi (photo: Andrea Macchia)

Verrebbe da ripetere quanto già scritto per l’esordio di Interplay: “La danza vive; più del teatro”.
Verrebbe da pensarlo osservando stavolta il foyer delle Fonderie Limone così pieno di persone (con sottile compiacenza, anche molto giovani), accalcarsi in posture da aperitivo in chiacchiericci rumorosi prima dell’apertura delle porte.
Accompagnati da un dj set dai toni splenetici da cui si è distinta anche qualche confusa nota dei Radiohead, l’attesa di “Mono”, opera del coreografo israeliano adottato olandese Itamar Serussi, è un’attesa imperativamente giovane.

In prima nazionale proprio qui a Torino con la sua pluripremiata ultima creazione, Serussi, riconosciuto come una delle figure più interessanti della danza contemporanea degli ultimi anni, ed espressione di una poetica del movimento che nei Paesi Bassi ha già una sua solidità autoriale condivisa, ha preso in mano il testimone delle distorsioni elettroniche, un po’ minimal, che hanno preceduto l’inizio della serata, e sembra averle tradotte sul palco senza discostarsene troppo.

E’ Richard Van Kruijsdijk a firmare le musiche originali di “Mono”: tonalità cupe e basse frequenze si frappongono nello spazio, un cubo bianco che assorbe in una dimensione atemporale e sospesa le figure in movimento, ed hertz impietosi filtrano tra gli angoli lasciati vuoti dalla gestualità dinoccolata e nervosa “gettata” sulla scena.


Una tecnica perfetta, un’impeccabile scomposizione grafica del gesto, un’etimologia dello spostamento e della stasi che, partendo dal quotidiano, lo traducono in unità sistemiche riproposte in concatenazioni a volte quasi illogiche, meccaniche, spersonalizzate. Il corpo, privato di ogni possibile mimica, pronunciato nei simboli di una sua propria fonetica, viene scomposto sintatticamente nei codici formali di un linguaggio automatizzante quasi informatico, per un’opera che, già a partire dal titolo, non lascia spazio a fraintendimenti: “Mono” è unità geometrica, acustica, fisica, punto di partenza dal quale raggiungere con metodo addizionale la pluralità.

Momenti di solo, duetti e coreografie collettive, ma pur sempre rigorosamente atomiche ed emotivamente divisorie, si susseguono senza troppe cesure per tutta la durata della messa in scena. Allo spettatore è lasciato il compito di ricostruire con gli occhi il gesto di un abbraccio, di un pianto, di un litigio, di un banale farsi la doccia o vestirsi, a partire da movimenti scomposti e discontinui da raccattare come frammenti nel dispiegarsi dinamico dei corpi, quasi si dovesse ricostruire un oggetto dopo un’esplosione. Amminoacidi del comportamento, si potrebbero definire le contrazioni muscolari dei quattro danzatori e delle due danzatrici in scena, sottintendendo per “comportamento” quella possibilità di riconoscersi di ognuno di noi nell’osservare un comun denominatore di quotidianità sezionato drasticamente.

Lo spettacolo subisce una brusca interruzione, riprendendo dopo una decina di minuti, a causa di un malore in sala che necessita l’intervento di un medico. Qualche cinico tra il pubblico, una volta appurata la non gravità della situazione, lo definirà poi “uno svenimento a ragion veduta”: i costumi color pastello in stile American Appareil, che rendono molte scene simili a fotogrammi da catalogo di moda, sono definite da alcuni di pessimo gusto (o perlomeno sintomatiche di un’estetica piuttosto fredda).

Insomma, Serussi divide e non piace a tutti, soprattutto agli occhi di chi forse era rimasto sedotto e affascinato dall’umanità di Roy Assaf e Sharon Friedman, programmati al primo appuntamento di Interplay, e con i quali “Mono” sembra divergere nettamente.
 
Pur nella magnificenza di una violenza gestuale che agisce sulla grazia e sulla sinuosità stereotipata del movimento corporeo, stravolgendoli con altrettanta indiscutibile bellezza, Itamar Serussi firma un’opera che non cresce di pathos e risulta una creazione di splendida ricerca, ma – come suggerisce il titolo – monolitica.

MM di Ludvig Daee

MM di Ludvig Daee (photo: Andrea Macchia)

Ironia della sorte vuole che “Mono” sia seguito dalla performance di Ludvig Daee “MM”, una dimostrazione breve ma vittoriosa di come in fondo, in venti minuti, si possa concludere un’affermazione compiuta, semplice, capace di presentarsi, attraversare il pubblico, stupirlo e suscitare reazioni di genuina partecipazione.

Grazie all’installazione della video artist Joanna Nordahl, Ludvig Daee gioca con il doppio proiettato e ingigantito di se stesso: il sé commentatore interagisce con il pubblico elargendosi in una spiegazione spontanea su cosa stia avvenendo in scena, e dona agli osservatori terminologie tecniche di analisi del processo creativo fino a diventarne parte egli stesso.

“MM” è una scomposizione delle intenzioni e non più una scomposizone del gesto, mentre il “doppio” è qui funzionale ad un’autoironia condotta con estrema delicatezza e che attraversa tutto: movimento, coreografia, presenza scenica.

“MM” sembra non avere eccessive pretese e neppure stravolge, lasciando inespressi alcuni potenziali scorgibili nella sua genuinità e freschezza, ma gli spettatori torinesi non sembrano così severi, e si dilagano in sorrisi compiaciuti, questa volta lasciandosi andare per davvero.  

Se va riconosciuta a “Mono” una precisione scultorea del corpo che “MM” compensa con l’originalità dell’idea che lo sottende, sembra qui riproporsi l’eterna dialettica tra forma e contenuto, che lascia spesso il critico sul filo del rasoio nell’esprimere giudizi di valore.
Ma ad impari reazioni di pubblico e ad impari sforzi creativi, va comunque riconosciuta a Ludvig Daee un’importante lezione di dosaggio: è dall’estremo Nord che ci viene suggerito come non sempre sia necessario prendersi troppo sul serio per riuscire ad essere comunicativi.

E’ alla luce di ciò, costretti ad un confronto forse non troppo legittimo, ma suggeritoci esplicito dal pubblico e dalla forte contrapposizione quasi epistemologica delle due opere, che noi concediamo un meritato pareggio.

MONO
Itamar Serussi (IL/NL)
Con: Itamar Serussi, Genevieve Osborne, Milena Twiehaus, Michael Wälti, Luca Cacitti, Ryan    Djojokarso
Musiche originali: Richard van Kruijsdijk
Disegno luci: Ate Jan van Kampen
Costumi: Liat Waysbort
drammaturgia: Guy Cools

durata: 1h
applausi del pubblico: 2′ 05”

Prima Nazionale

MM
Ludvig Daae (N)
Con: Ludvig Daae
Video artist: Joanna
Fotografia/assistente di produzione/ufficio stampa: Karolina Bengtsson
Registrazione suono: Martin Lindström
Elettricista: Mattias Montero
Studio: Jenny Herrlin
Tecnica: Katti Alm

durata: 17′
applusi del pubblico: 2′ 30”

Visti a Torino, Fonderie Limone, il 26 maggio 2014
Festival Internazionale di Danza Contemporanea Interplay


 

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