Morte di un commesso viaggiatore: Jurij Ferrini nel lato oscuro dell’American dream

Jurij Ferrini in scena (photo: Andrea Macchia)
Jurij Ferrini in scena (photo: Andrea Macchia)

Il binomio Jurij Ferrini – testi “classici” non è di certo una novità. Anzi è un suo marchio distintivo, una via intrapresa da dopo il diploma alla scuola di recitazione dello stabile genovese.
Dalla Mandragora a Cyrano, da Molière e Shakespeare a Goldoni, sono state molte le regie che lo hanno visto cimentarsi con la messa in scena di capisaldi della storia del teatro e della letteratura. In quasi tutte il regista ha anche interpretato il ruolo del protagonista, nel difficile compito di dirigere sé stesso.

In quest’ultimo lavoro, “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, che ha debuttato al Teatro Stabile di Torino, gli elementi che contraddistinguono il suo teatro, pur riconoscibili, lasciano spazio a frammenti nuovi e inattesi. Nel progetto di Ferrini c’è qualcosa che va oltre.
Il testo è quello solito, nella traduzione di Masolino d’Amico che rende il recitato naturalistico e fluido, quasi a scomparire nella percezione dello spettatore che, dopo poco, ha la sensazione di “assistere al vero” e non all’artificiale o forzato. Il merito va anche agli attori, molti di “provenienza Stabile”, tra i quali va evidenziata la particolare interpretazione di Orietta Notari nel difficile ruolo di Linda, moglie, madre, vera colonna di una famiglia frantumata dal destino. E’ lei a cercare invano di tenere insieme i cocci di un vaso irreparabile. L’attrice, diplomata nella stessa scuola del regista, aveva già ottenuto nel 2006 la candidatura al Premio Ubu proprio per la stessa parte nello spettacolo firmato da Marco Sciaccaluga, recentemente scomparso.
Il tormento interiore nel voler da un lato aiutare il marito tenendolo lontano dalla malvagità dei figli, dall’altro aiutare i ragazzi, ormai grandi e falliti, a trovare il loro posto nel mondo, esplode in piccoli monologhi estremamente commuoventi, in cui le parole di Miller sembrano scaturire con una semplicità davvero rara. Poco importano i piccoli inciampi testuali che, qua e là, si materializzano in scena e che coinvolgono Ferrini stesso. Siamo al debutto, e ciò che arriva è l’emozione impetuosa: è poi questo che conta.

Intelligenti le scelte scenografiche (scene e luci sono firmate da Jacopo Valsania) che amplificano la regia. Grandi pannelli con pubblicità (strappate e sovrapposte) del boom economico del secondo dopoguerra fungono da quinte movibili che, nel loro aprirsi, chiudersi, alzarsi e abbassarsi, portano da un ambiente all’altro. La casa di Willy Loman, la stanza dei ragazzi al piano di sopra, i flash back, il ristorante, gli uffici si materializzano su pedane scorrevoli, in un flusso leggero e continuo verso un finale sempre più chiaro e inevitabile.
Il nostro protagonista è vittima sacrificale di una società – quella statunitense, in cui Miller ambienta il testo del 1949 – alla quale Loman ha dato tutto, un’illusione di successo e crescita che è la stessa, ingigantita, di quelle ingannevoli pubblicità che costringevano le persone a indebitarsi per comprarsi il frigorifero o la macchina. Un paese dei balocchi che ha ripagato i suoi abitanti più fedeli gettandoli nella spazzatura da loro stessi prodotta.

E’ questa la lente d’ingrandimento che la messa in scena di Ferrini vuole muovere sul palco mentre si svolgono i fatti. Loman si scava la fossa da solo, non solo metaforicamente ma come azione teatrale. Mentre è fuori a seminare in giardino, accarezzando con la paletta di ferro il terriccio appena smosso, coltiva dentro sé il seme della fine, e sarà proprio quella terra a diventare poco dopo la sua tomba, in una scena conclusiva che toglie la maschera ai personaggi più ambigui per esaltare la verità dei tre assoluti protagonisti: la madre, il padre e il figlio Biff (Matteo All) che, a suo modo, rincorre il vero da tutta l’esistenza.
In scena a Torino fino al 13 giugno.

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE
di Arthur Miller
regia: Jurij Ferrini
traduzione di Masolino d’Amico
con: Jurij Ferrini, Matteo Alì, Lorenzo Bartoli, Vittorio Camarota, Fabrizio Careddu, Paolo Li Volsi, Maria Lombardo, Orietta Notari, Federico Palumeri, Benedetta Parisi
scene e luci: Jacopo Valsania
costumi: Alessio Rosati
suono: Gian Andrea Francescutti
assistente alla regia Flaminia Caroli
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

durata: 2h 40′
applausi del pubblico: 2′ 35”

Visto a Torino, Fonderie Limone, il 30 maggio 2021
Prima nazionale

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