Morte di Zarathustra. Teatro Akropolis alle origini della tragedia

Morte di Zarathustra: Alessandro Romi, Luca Donatiello, Francesca Melis, Felice Siciliano (photo: teatroakropolis.com)

Morte di Zarathustra: Alessandro Romi, Luca Donatiello, Francesca Melis, Felice Siciliano (photo: teatroakropolis.com)

E’ utile, dopo diversi anni di attività, fare un punto sulla ricerca di Teatro Akropolis, un sodalizio artistico fondato nel 2001 da un gruppo di artisti ligure attivo a Genova, nato da questioni di matrice filosofico-letteraria. Nove anni dopo, nel 2010, nasce anche Teatro Akropolis, un luogo oggi bellissimo, completamente rimodernato in un sofisticatissimo spazio capace di accogliere forme di creatività scenica molto varie, che ospita ogni anno Testimonianze ricerca azioni, evento che raccoglie artisti e intellettuali a livello internazionale in un ciclo di spettacoli, conferenze, seminari, residenze, workshop.

Il percorso di analisi si è condensato nel passato triennio nel progetto Arabesco, con la creazione di un gruppo di studio per attori che indaga le dinamiche creative e le potenzialità espressive di un’azione fisica vissuta al di fuori della scena, così come lo sviluppo della stessa azione scenica e performativa sul corpo, dentro e fuori il luogo dello spettacolo, ispirandosi alle scoperte di Nietzsche sul coro ditirambico.

E’ evidente che non si tratti del classico argomento leggero di cui parlare a tavola con gli amici o alla macchinetta del caffè in ufficio; cercheremo quindi oggi di dare una sintetica idea di quello che potrebbe essere il concetto alla base dell’iter di ricerca.


Il ditirambo è una delle principali forme della poesia greca, e in origine fu la base ritmico-letteraria del canto corale, dedicato alle drammatiche vicende della vita di Dioniso, una forma artistica antica e praticata già dal sesto secolo prima di Cristo. Successivamente, poeti di fama iniziarono ad usare questo strumento per contenuti del tutto nuovi.
Tipicamente accompagnato da musica, il ditirambo era recitato, suonato e danzato da un coro, dapprima composto di semplici cittadini, in genere uomini o fanciulli in numero vicino ai 50, numero che venne a ridursi probabilmente in un periodo compreso fra il 400 e il 300 a.C. Finché, nel secondo secolo prima di Cristo, la funzione di questo elemento fondante della cultura teatrale e di un certo modo di intendere la ritualità, antecedente rispetto alla forma della tragedia classica, di fatto scomparve.

Il coro del ditirambo (o ciclico per la disposizione dei coristi) si differenziava da quello drammatico, che si disponeva in forma rettangolare.

Che posizione ha Nietzsche sulla trasformazione del coro ditirambico nel modulo tragico? Il filosofo e studioso tedesco vide nel riequilibrio della forma poetica a favore del razionalismo socratico e a scapito della frenesia della forma dionisiaca l’inizio della decadenza della società ellenica, spiegandone il concetto nel capitolo 8 de “La nascita della tragedia”.
In sostanza, il confronto con la forma dionisiaca dell’arte, incarnata dal ditirambo e dal coro che lo agiva, aiutava la popolazione, che di quel coro inizialmente non professionistico era parte costituente, a confrontarsi con l’orrore dell’esistere, ma senza subirlo.
Nietzsche usa a tal proposito tre aggettivi: “genuino, veritiero e completo”. Tre caratteristiche interessanti che lo sviluppo successivo della forma tragica avrebbe, secondo la sua tesi, perso, trasformando questo pessimismo del vivere (ma salvifico!) di matrice dionisiaca in uno più intellettualistico, meno istintivo, e alla lunga distruttivo per la civiltà greca.

Riconoscere a questa modifica del determinante artistico una forza di sovversione ed eradicamento di un sistema di civiltà, che non sia dipeso anche da altri fattori economici, sociali, endogeni, è forse ardito, ma volendo stare al gioco, il ritornare ad assumere la centralità di tale forza purificatrice, disvelatrice, unica, è quanto Akropolis è interessata a fare nelle sue intenzioni fondanti.

Da tutta questa premessa discende l’analisi dei segni cui Clemente Tafuri e David Beronio lavorano da ormai quasi quindici anni, attraverso la ricerca e gli spettacoli prodotti, che si ispirano agli studi portati avanti intorno all’origine dell’atto teatrale: di qui il percorso sugli sviluppi performativi del coro tragico attraverso incontri, laboratori e gruppi di studio.

Arriviamo quindi all’ultimo atto, all’ultima proposta, su testo e regia di Tafuri e Beronio: “Morte di Zarathustra”, interpretato da Luca Donatiello, Francesca Melis, Alessandro Romi e Felice Siciliano.
Non si può parlare propriamente di spettacolo per questa dimostrazione della durata di 40 minuti circa: un distillato di mesi, forse anni, di ricerca in laboratorio.

In un buio che trasporta il pubblico in un antro ancestrale, voci di lotta, affanni, scontro dell’uomo con la sua animalità si levano senza che sia proferita parola: le luci salgono fioche ad illuminare uno spazio rettangolare che gli attori delimitano quasi occupandone gli angoli. Resta la penombra.
Si ricerca l’esperienza originaria, remota e misteriosa, quasi bestiale che, anche attraverso sonorità complesse, al contempo di melodia e suoni industriali ripetuti per due volte durante la rappresentazione, cerca di fornire a chi osserva un senso diverso per il corpo e la sua presenza.

L’esperienza di avvicinamento all’ancestrale favorisce, per buona parte dell’azione, il confronto con il mito nella sua natura più essenziale, attivando un senso di sgomento, paura, eppure di formidabile animalesca attrazione. I movimenti scenici sono particolarmente curati, al limite del coreutico. E’ evidente come incorporino un ricco e fertile simbolismo, che riesce a non farsi mai insistito e a rimanere nella memoria.

Ancora da approfondire, a nostro avviso, è il rapporto con lo spettatore, che pur coinvolto in maniera inestricabile nella fruizione viene comunque ospitato in una dimensione separata, nelle poltrone della struttura teatrale, quando forse l’idea del coro ditirambico è proprio quella di una dimensione dionisiaca e inclusiva, travolgente e catartica per chi osserva.
Ovviamente, come tutto ciò che instilla l’orrore del profondo, questo non può non prevedere anche che qualcuno preferisca allontanarsi. E’ quanto ad esempio si ritrova nella ritualità performativa di Hermann Nitsch, non a caso anche lui ispirato da pensatori come De Sade, Freud, Artaud e Nietzsche, e che nel suo “Teatro delle Orge e dei Misteri” si rifà compiutamente alla ritualità dionisiaca e alla tradizione teatrale medievale del Teatro dei misteri, al rito e al sacro.
Tale tentativo di insinuarsi nel subconscio dello spettatore, colpendolo con immagini forti (nel caso di Nitsch con animali sanguinanti e sacrificati in croce) e chiamandolo ad unirsi in un rito collettivo di frenesia, vuole portare il singolo ad entrare in contatto con la propria identità animale più profonda.

E’ quindi un percorso di autoindagine, di esplorazione degli ambiti più bui e nascosti del proprio essere, repressi dalle regole del consesso civile. Il tema della disinibizione degli impulsi animali è ampiamente affrontato in questa proposta di Teatro Akropolis, che così facendo cerca di esorcizzare la tendenza dell’uomo alla violenza e alla distruzione, che, proprio perchè vissuta attraverso la partecipazione vicina, viene esorcizzata, favorendo l’accesso ad una dimensione più spirituale.

Altro tema che risulta utile approfondire in questo “Morte di Zarathustra” è il rapporto delle azioni con la parola, che nella versione presentata a Genova a fine maggio viene negata praticamente per tutto il lavoro, salvo apparire in forma epigrafica negli ultimi secondi di recitato, allorquando l’unica donna in scena, al termine di questo seguirsi di azioni di dominanza, lotta, scontro, parto, eros, si trova ferina in una posizione sopraelevata rispetto ai tre uomini, che ne vengono dominati, e proferisce una breve traccia poetica, la cui forza scenica è ambigua proprio perchè rompe quel silenzio così a lungo tenuto quasi come risorsa di questo allestimento.

Ne risulta comunque un esito ricco, una fruizione adatta a considerare lo spazio dell’azione teatrale in una dimensione che, in questi anni, ha trovato poche indagini accurate, e che ci riporta per certi versi alla memoria i tormenti e le crudeltà della poetica di Romeo Castellucci negli ultimi vent’anni, compresa quella visione nel Purgatorio della sua auto reclusione in un sarcofago nero che si elevava verso l’alto della scena, sputando schiuma. Immagini che hanno a che fare con l’inconscio onirico e che costringono lo spettatore ad un salto concettuale che la scienza adesso assai meglio spiega con la teoria dei neuroni specchio: vedere il rito dionisiaco equivale a partecipare, a porre in atto il rito dionisiaco. E questa cosa, affascinante e orrenda assieme, non può che aprire squarci di studio e ricerca davvero formidabili.

MORTE DI ZARATHUSTRA
testo e regia: Clemente Tafuri, David Beronio
con: Luca Donatiello, Francesca Melis, Alessandro Romi, Felice Siciliano
produzione: Teatro Akropolis, 2015

durata: 40′
applausi del pubblico: 2′ 12”

Visto a Genova, Teatro Akropolis, il 29 maggio 2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *