Le altre metamorfosi di Moscato, Verdastro, Egumteatro. Per un nuovo teatro politico

Enzo Moscato (photo: teatrostabiledinapoli.it)

Enzo Moscato (photo: teatrostabiledinapoli.it)

Nessuna parodia dell’attualità, nessuna denuncia di casi politici insabbiati e nascosti ai cittadini: i tre spettacoli che hanno debuttato al festival Metamorfosi di Cascina (PI), “Magnificenza del terrore” di Enzo Moscato, “Progetto Satyricon” di Verdastro-Della Monica e “Quanto mi piace uccidere” di Egumteatro-Gogmagog (gli ultimi due prime assolute), indagano le radici oscure dei rapporti umani, come fondamento del vivere sociale, al di là degli episodi di cronaca.
All’interno di prospettive e registri diversi, gli artisti esplorano gli orrori del corpo e del linguaggio, in cui si riflettono la barbarie della storia e il rimosso collettivo.

Moscato parte da Antonin Artaud, ispirandosi alla “Conferenza al Vieux Colombier” che l’”Impuro Folle Marsigliese” pronunciò dopo nove anni di reclusione manicomiale, poco prima di morire. Il corpo dell’uomo Artaud, sottoposto alle torture dell’elettrochock, e l’esplosione organica che percorre la sua visione teatrale, sostanziano le tappe ciclotimiche di un processo che i potenti più noti per crudeltà istruiscono contro se stessi. Apre la cerimonia Moscato nei panni di una sfottente Marylin Monroe, come colei che non ha accusato il Potere per il proprio supplizio, beatificandosi tra sonniferi e gocce di Chanel n. 5.
Sugli spalti da tribunale d’inquisizione prendono posto personaggi emblematici del terrore di tutti i tempi, Robespierre e Savonarola, Lucrezia Borgia e Eliogabalo, che disfano nella ripetizione dialogica le proprie ossessioni viscerali. I misfatti perpetrati si intrecciano a disquisizioni sullo stato di natura, l’essere del corpo e dello spirito, l’esistenza di Dio, culminando in momenti di canto corale. L’udienza delle ‘cavie folli’ è un atto di condanna alle mistificazioni del linguaggio, alla cultura mortifera che scinde il sapere dalla vita, alle purghe ideologiche di ogni genere: ecco il volto del Terrore, che per Moscato fa rima con i titoli accademici rettore e dottore. La visionarietà artaudiana si intreccia così a quella dell’autore-attore napoletano, che qui – anche grazie alla bravura della sua famiglia di attori – mette a segno una densa compenetrazione di registri linguistici e scenici, evocando sulle tracce del grande francese richiami a Kantor e De Berardinis. Eppure, nonostante la maestria d’alto livello artistico, sono poche le immagini folgoranti in cui la “Magnificenza del terrore” ci sferza con un brivido.

Altro intreccio di linguaggi per i due nuovi capitoli di “Progetto Satyricon”, con la regia di Massimo Verdastro. Ad alcuni drammaturghi italiani è stata affidata la riscrittura di episodi tratti dal romanzo di Petronio, capolavoro letterario nato negli anni bui dell’impero di Nerone: dopo “La pinacoteca di Eumolpo”, scritto da Antonio Tarantino, vanno in scena le drammaturgie “Satyricon 2000: tra scuola e bordello” di Marco Palladini e “Quartilla” di Letizia Russo. L’esuberante pastiche dell’opera orginale si trasforma in romanesco inedito nella scrittura di Palladini, che guarda alle sonorità del vernacolo di Belli per dare spessore poetico al parlato contemporaneo dei personaggi. Promiscuità sessuale, rivalità omoerotiche, copule a pagamento, libero esercizio della prostituzione: questo l’universo in cui si muove la deriva esistenziale dei giovani protagonisti. Ma la convenzionalità di certe soluzioni coreografiche toglie mordente alla dissipazione rappresentata, mitiga la carnalità bassa e prepotente del testo: Verdastro non guarda alle orge crudeli di felliniana (e pasoliana) memoria.
Tocca piuttosto cromatismi kitsch, soprattutto sfruttando la comicità del latino maccheronico inventato da Letizia Russo per la protagonista femminile Quartilla, la sacerdotessa di Priapo che, nella perfetta interpretazione di Tamara Balducci, è una icona sexy da privé sadomaso: il parallelismo tra Roma imperiale e mondo di oggi è esplicito, ma non scandalizza, e finiamo per ridere senza angoscia.

A raccontare in modo imprevisto di cosa si nutre la politica arriva l’onorevole di “Quanto mi piace uccidere”. Tommaso Taddei accoglie gli spettatori pronunciando il discorso d’insediamento tipico di ogni neo-eletto, che la drammaturgia di Virginio Liberti estremizza al paradosso: dallo slogan vincente “Mi emoziono perché vi emoziono”, all’identificazione che lega il capo alla massa: “Voi che avete condiviso con me anche le mie paure”, fino al progetto di governo, nient’altro che un immenso spot per i propri prodotti, “i sughi più consumati dalle famiglie italiane secondo i principali sondaggi”.
Smascherata la retorica del consenso e della propaganda, il testo vira affondando nel vissuto umano di quest’uomo di successo. Dai genitori, gente genuina di campagna, impara ad allevare e cucinare i cuccioli di gatto, poi a cuocere la carne umana, esaudendo il desiderio della madre di essere mangiata dai propri cari piuttosto che dai vermi sottoterra. E l’immagine materna lo guida sulla strada dove il padre sceglie di suicidarsi, a adescare giovani da trasformare in gastronomiche prelibatezze: la lucida esposizione di questi orrori quotidiani genera anche il riso dell’assurdo, fino al delirio del flusso di coscienza che travolge il protagonista. Il piacere e la disperazione che prova mentre commette il primo stupro ci arrivano addosso con una lingua poetica acuminata, fatta di suoni e immagini abbacinanti come la visione che si agita nel volto di Taddei.
La psicopatologia confina con la violenza psichica delle passioni umane più sanguigne e scure, lo smarrimento della follia è il caos che ribolle sotto coperchi imperfetti. Nella fissità del monologo, un unico effetto: Taddei beve da un calice e il liquido rosso lascia tracce dense sul vetro del bicchiere. L’odore di quel calice lo conosciamo anche noi, e forse non c’è società umana che abbia evitato di riempirlo.

MAGNIFICENZA DEL TERRORE
Omaggio scenico ad Antonin Artaud, a 60 anni dalla morte
testo, ideazione scenica, regia: Enzo Moscato
Compagnia Enzo Moscato
con: Giuseppe Affinito, Tata Barbalato, Salvatore Chiantone, Agostino Chiummariello, Enza Di Blasio, Gino Grossi, Carlo Guitto, Rita Montes, Enzo Moscato, Gianky Moscato, Peppe Moscato, 
Mario Santella, Ferdinando Smaldone.
canto scenico: Enza Di Blasio
voce fuori campo: Salvio Moscato
costumi e allestimento dello spazio: Tata Barbalato
assistente costumi: Luciano Briante
ricerche e selezione musicale: Giankamos
datore luci: Peppe Moscato
produzione: Claudio Affinito
durata spettacolo: 1h 20′
applausi del pubblico: 3′



PROGETTO SATYRICON

1° Capitolo – Satyricon 2000: tra scuola e bordello di Marco Palladini
2 ° Capitolo – Quartilla di Letizia  Russo
Liberamente ispirati al Satyricon di Petronio Arbitro
ideato e diretto da Massimo Verdastro
elaborazione drammaturgia: Luca Scarlini e Massimo Verdastro
regia: Massimo Verdastro
con: 
Tamara Balducci, Francesco Bonomo, Marco De Gaudio, Giovanni Dispenza, Daniel Dwerryhouse, Valentina Grasso, Andrea Macaluso, Giusy Merli, Giuseppe Sangiorgi
scene e costumi: Stefania Battaglia
drammaturgia musicale: Francesca Della Monica
movimenti di scena: Charlotte Delaporte
luci: Marcello D’Agostino
interventi video: Marzia Maestri
Aiuto
regia:Andrea Macaluso
durata spettacolo: 1h 20′
applausi del pubblico: 2′ 30”

QUANTO MI PIACE UCCIDERE (storia di un politico toscano)
testo e regia: Annalisa Bianco e Virginio Liberti
con: Tommaso Taddei

una
produzione: Egumteatro/Gogmagog e Festival Metamorfosi La Città del Teatro
 Spettacolo sostenuto da Regione Toscana – Sistema Regionale dello Spettacolo
durata: 30’
applausi del pubblico: 1’ 50’’

Visti a Cascina (PI), Metamorfosi Festival, il 3 giugno 2010

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