Motus: navighiamo verso i 50 anni di Santarcangelo

Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

Dal 1991 i Motus, compagnia nomade e indipendente – come amano definirsi i suoi fondatori Enrico Casagrande e Daniela Nicolò -, con i loro spettacoli che vedono spesso in scena Silvia Calderoni, vera e propria interprete-icona delle loro creazioni, hanno proposto una forma scenica riconoscibilissima di forte valenza teatrale e sociale, che si confronta sempre con i conflitti e le ferite dell’attualità, fondendo scenicamente arte e impegno civile.

Quest’anno saranno proprio Casagrande e Nicolò a dirigere la cinquantesima edizione del Festival di Santarcangelo.
Ci facciamo raccontare in anteprima alcune delle direzioni del festival e lo stato d’animo con cui lo affrontano, nella difficile situazione che sta vivendo il teatro italiano.

In che modo avete ripensato, alla luce dell’emergenza sanitaria, la nuova edizione di Santarcangelo?
Enrico: L’edizione 2020, così come era stata concepita nei mesi scorsi, era già fortemente orientata all’uso degli spazi pubblici, in particolare con il progetto Marea; ora, a causa dell’emergenza che ci troviamo a fronteggiare, questo cinquantennale pandemico sarà un viaggio in tre atti.
Non sarà un festival online: la sfida è implementare strategie per permettere l’incontro fra artisti e pubblico, in sicurezza, utilizzando a pieno le meravigliose potenzialità che offrono i grandi spazi aperti di Santarcangelo, immaginandoli come nuovi palcoscenici naturali. Alla fruizione dal vivo, contingentata, verranno poi combinate soluzioni per assistere in differita ad alcuni degli appuntamenti e accedere a contenuti aggiuntivi, grazie alla creazione di un palinsesto ospitato da canali televisivi e piattaforme di streaming. Sarà un progetto pilota, che parte dalle norme di distanziazione per inventare altre modalità di stare insieme, a un metro (o più) di distanza.

Quali saranno le principali linee tematiche? Avete già in mente artisti che lo caratterizzeranno?
Daniela: Quando ci siamo trovati a riscrivere il festival, avendo in realtà già completato il programma, avevamo già impostato una drammaturgia con tante ramificazioni tematiche collegate fra di loro, legate soprattutto al tema dell’inclusione, del superamento delle barriere e dei confini, artistici ma anche fra i popoli, e al dialogo con artisti di vari paesi del cosiddetto “global south” che pongono al centro del loro lavoro la questione postcoloniale e di rivendicazione della negritudine. Avevamo già l’idea di coinvolgere la cittadinanza locale con il progetto Marea (che vedeva tutto il centro storico disseminato da una serie di performance gratuite), ma anche con un progetto di interazione e ricerca su nuove tecnologie da parte di artisti sia italiani che internazionali…
Con il progetto “A school with a view” volevamo aprire un focus sulla questione della formazione del performer oggi, e con un altro progetto dedicato al cinema immaginavamo di trasformare Santarcangelo in un grande set cinematografico, anche in onore alle ricorrenze felliniane e di Tonino Guerra del 2020.
Quando ci siamo ritrovati a dover reimpostare tutto e a dover postporre tutta la sezione internazionale, abbiamo comunque mantenuto alcuni capisaldi: ad esempio quello di ripartire dagli spazi pubblici, concentrandoci sulle piazze e gli spazi aperti. Purtroppo la libera accessibilità che doveva avere tutto il progetto Marea non sarà attuabile, perché occorre contingentare il pubblico, ma cercheremo di avere comunque una politica sui biglietti il più inclusiva possibile.
Sin dall’inizio avevamo l’intento di calare molto di più il festival nel territorio, mettendolo in relazione con fasce di popolazione che solitamente non si avvicinano facilmente. Questo coinvolgimento della popolazione locale resta centrale, anche sul versante organizzativo.
Purtroppo non avremo la possibilità di far venire volontari da fuori come al solito, e dovremo contare su un personale ridotto e del territorio, ma anche questa è una risorsa da esplorare. Abbiamo poi deciso di incentivare alcuni progetti che indagano la comunità locale, come quello di Zimmerfrei, che con “Family Affair” va proprio ad indagare cosa è accaduto in sei famiglie del territorio nel periodo post-lockdown. Speriamo di dare un bello spaccato sulla comunità locale, che è fatta di tante nazionalità diverse e nuovi cittadini, per questo abbiamo lanciato una call.
Un’altra linea di lavoro per noi molto importante è quella legata a razzismo e ai nuovi fascismi che stanno manifestandosi in maniere sempre più inquietanti. Una delle domande che ci siamo fatti, anche sollecitati dalle riflessioni di Franco “Bifo” Berardi, è stata: “Come usciremo da questa pandemia? Ne usciremo più isolati, più competitivi, spaventati o si entrerà in una dimensione di maggior solidarietà e ascolto dell’altro?”.
Durante la pandemia abbiamo visto che si sono messe in atto entrambe le pratiche: sono emersi fenomeni inquietanti di razzismo e intolleranza verso gli stranieri, ma c’è stata anche un’enorme proliferazione di pratiche solidali e volontarie. Ovviamente ci auguriamo sia questa la componente predominante, ma siamo molto preoccupati. La crisi economica porterà ad un’accentuazione delle tensioni sociali, ma non è detto: vogliamo continuare ad avere fiducia nella capacità delle persone di auto regolamentarsi e mettersi a disposizione. Immaginiamo infatti questo festival come un esperimento sociale, volto a costruire delle nuove forme di condivisione del tempo e dello spazio comune.
Un’altra pratica che abbiamo messo in atto, dal momento che alcuni artisti non potranno essere presenti, è stata quella di chiedere dei concept a distanza ad hoc per la situazione di distanziamento che ci ritroveremo a vivere: abbiamo chiesto ad alcuni di mandarci, sotto forma di istruzioni, delle azioni performative da portare negli spazi pubblici, realizzate anche da persone del luogo e gruppi misti.

Enrico: Ci siamo chiesti se il teatro, come forma di spettacolo dal vivo, potesse slegarsi dalla presenza e dunque dagli spostamenti di attori e registi in un momento in cui non è più possibile viaggiare. Realizzare da remoto una pratica performativa è sicuramente qualcosa che, in questo periodo storico, ci può permettere di sperimentare, conoscere e verificare un’opportunità: una restituzione non digitale, live, ma che non prevede uno spostamento. Questo supera quello a cui abbiamo assistito finora, cioè il tentativo di racchiudere in una piattaforma digitale e bidimensionale l’esperienza teatrale, che normalmente avviene in contatto con un pubblico che assiste.

Photo: Ilaria Scarpa / Luca Telleschi

Photo: Ilaria Scarpa / Luca Telleschi

In che modo si collocheranno i festeggiamenti per il 50° anniversario del festival?
Quest’anno erano stati previsti diversi strumenti per festeggiare il cinquantennale: un volume curato da Roberta Ferraresi, un documentario a firma di Rossi e Mellara, ed un incontro ad hoc dedicato alla situazione del sistema teatrale italiano. Ora, dato che le celebrazioni per i 50 anni del festival dureranno un anno e il festival si articolerà in tre tappe, sia il libro che il documentario vedranno la luce nel 2021, anche per tenere conto di questa situazione extra-ordinaria che stiamo vivendo.
Siamo comunque in dialogo con i documentaristi Mellara e Rossi per Mammut Film, affinché presentino al festival il documentario in versione “work in progress”, con dei frammenti che verranno proiettati durante una serata in piazza.
Ospiteremo anche un incontro nazionale di apertura del festival dedicato alla situazione attuale e futura del teatro in Italia e dei festival in particolare, seguito da un secondo incontro che farà un focus sugli artisti; sono due fronti che ci riguardano da vicini, essendo – come Motus – sia curatori che artisti. La grande sfida sarà capire se, in questo 2020, saremo riusciti a scardinare alcune delle regole che ci impongono di sopravvivere in funzione di logaritmi, di repliche e di soli numeri. Vogliamo capire se la situazione cambierà una volta finita l’emergenza: si stanno già sperimentando iniziative per fare pressione affinché il sistema normativo del teatro italiano venga modificato. E’ necessario, perché il Covid ha sconvolto tutti i tempi, e questa sospensione impone necessariamente di rivedere anche i nostri stessi tempi di produzione. Se la situazione tornerà ad essere dettata dalle regole vigenti ci sarà un enorme e disastroso gap: dobbiamo cogliere quest’occasione per ridiscutere tutto!

Rispetto alla situazione della vostra compagnia, quali sono invece le strategie che dovrebbero essere messe in atto per superare le gravi difficoltà in cui è caduto oggi il teatro?
Enrico: Quello che sentiamo come compagnia, e che vorremmo anche mettere in pratica ora con il festival, è che, se si stanno riscrivendo tutte le regole tramite decreti, crediamo si debba coinvolgere in questo processo chi, questa trasformazione del teatro, la sta vivendo in prima persona.

Daniela: Parlare del sistema spettacolo così come è stato fino ad ora è fuorviante, perché la sezione spettacolo dal vivo va dalle grandi produzioni dei teatri nazionali alle compagnie più piccole e indipendenti. Per Motus si parla di una realtà sostenuta dal ministero, ma comunque sempre indipendente: non abbiamo un teatro nazionale che ci mette in produzione, e se siamo sopravvissuti fino ad ora è soprattutto grazie ad un network internazionale che ci valorizza e richiede il nostro lavoro. In Italia i nostri spettacoli sono quasi sempre programmati all’interno di rassegne indipendenti e festival, sono poche le scene nazionali che ci accolgono, anche se abbiamo un rapporto ottimo con ERT e con altri teatri importanti. Le nostre modalità di creazione però ci consentono di essere molto flessibili, più di quanto possano esserlo le grandi produzioni.
Noi possiamo reimpostare le nostre pratiche produttive perché le persone del gruppo di lavoro di Motus sono come parte di una famiglia e condividono tutto con noi da molti anni: questa grande flessibilità è una risorsa che in questo momento va utilizzata.
Quest’anno è stato un anno di sospensione, in cui gli algoritmi ministeriali sono stati congelati, ma se il prossimo anno tutto tornerà com’era, non tenendo conto del grande disagio che c’è stato, si può profilare un panorama disastroso, perché noi, come tante compagnie, per rimetterci in moto abbiamo bisogno di reimpostare tutto, cercare luoghi per le residenze, mentre i programmi dei teatri saranno impegnati per recuperare ciò che si è perso. Si è creato un grande sfasamento. Adesso c’è bisogno di più tempo, perché pensiamo sia vitale rimettersi in discussione e re-immaginare i propri processi creativi, ma questo deve essere fatto anche dalle istituzioni, altrimenti si rischia la sparizione (soprattutto per le compagnie più giovani e meno tutelate, che non hanno una struttura organizzativa alle spalle).

Se doveste pensare un nuovo spettacolo, quali suggestioni vi potrebbero rimanere di questi mesi? Cambierebbero i modi di proporre il vostro teatro, affrontereste nuove problematiche?
Daniela: Una delle riflessioni fatte durante il periodo di lockdown è stata quella di prenderci del tempo per poter guardare alle situazioni di difficoltà, che sono emerse in questi mesi nelle loro grandi contraddizioni. Il nostro teatro ha sempre cercato, nel bene e nel male, con progetti più o meno riusciti, di avere questa dinamica e di cercare, di mettersi in dialogo con l’esterno.
Ora sentiamo ancora di più la necessità di non rinchiuderci, ma di accogliere nei nostri progetti drammaturgici quello che accade intorno a noi.
Abbiamo idea di lavorare su una tragedia per affrontare “le tragedie” di oggi: sarà un lavoro che, a partire da “Le troiane”, guarderà ai nuovi schiavismi, alla tratta delle donne nigeriane in particolare. Il progetto era già stato scritto prima della pandemia, e anche se sarà più difficile portarlo avanti e mettersi in contatto con le associazioni di volontariato, lo troviamo oggi sempre più necessario.
Da questo punto di vista quindi non è cambiata molto nella modalità che abbiamo di rapportarci al teatro. Forse sentiamo ancora più legittimato il desiderio di fare un discorso politico e di inclusione sociale nelle opere che realizziamo per metterci in dialogo con situazioni di disagio.

Enrico: Continuiamo a porci delle domande mentre le cose accadono. È impossibile cercare di trasformare ciò che sta accadendo in qualcosa di “prevedibile” per il futuro. Bisogna entrare in un’ottica di osservazione del flusso; la trasformazione in sé deve diventare un possibile punto di riferimento. Non possiamo pensarci già “fuori” e voltarci per guardarci indietro: ancora non esiste un “dietro”, esiste un “mentre”. Da parte di molti c’è un atteggiamento di positivismo, considerando lo stato attuale come qualcosa che prima o poi finirà, ma questa fine non c’è ancora e non ci sarà per lungo tempo.

Daniela: E’ difficile indicare delle strategie, e non è giusto pretendere delle “ricette” in questo momento di trasformazione. Stiamo facendo dei tentativi, ma siamo in una situazione in cui dobbiamo essere flessibili e imparare a convivere con l’incertezza, anche a costo di perdere il consolidato e molte delle garanzie che abbiamo sempre avuto. Dobbiamo confrontarci con nuove modalità linguistiche (che per noi è il vero ruolo dell’arte e degli artisti), metterci davvero in crisi, in dubbio, e viverla positivamente, non come un accidente, ma come una risorsa.

Si ringrazia per la collaborazione Giulia Guiducci.

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