A 20 anni dalla morte di Strehler, la Scala ripropone il suo Ratto dal Serraglio

Photo: Brescia & Amisano
Photo: Brescia & Amisano

E’ un’esperienza emozionante partecipare per la prima volta ad uno spettacolo di cui hai sempre sentito parlare in maniera entusiasta da chi lo vide molti anni prima di te, e che nel narrarlo mescolava i particolareggiati ricordi dell’evento con lodi incondizionate.

E’ successo così al Teatro alla Scala nell’assistere al leggendario allestimento de “Die Entführung aus dem Serail” di Mozart con la regia di Giorgio Strehler e le scenografie di Luciano Damiani, presentato per la prima volta nel 1965 al Festival di Salisburgo con la direzione di Zubin Mehta, che aveva allora 29 anni, e ripreso nello stesso festival per otto volte e alla Scala nel 1972, ‘78 e per l’ultima volta nel ‘94 con Wolfgang Sawallisch sul podio.
In occasione dei 20 anni dalla morte del suo regista e a 10 da quella dello scenografo, il teatro milanese ha deciso di rimettere in scena quell’esemplare allestimento sotto la direzione di Mehta.

“Il Ratto dal serraglio” (K 384) è uno Singspiel (termine nato in contrapposizione all’opera italiana che significa letteralmente “recita cantata”, caratterizzato dall’alternanza di parti recitate e parti cantate) in tre atti composto da Mozart su libretto di Gottlieb Stephanie il giovane, tratto da un libretto del 1781 di Christoph Friederich Bretzner. L’opera venne rappresentata per la prima volta al Burgtheater di Vienna il 16 luglio 1782.

Al centro i questa “Turcheria” (genere assai in voga a quei tempi), vi è il contrastato amore di due coppie, quella nobile, formata da Belmonte e Kostanze, e quella popolana, composta da Blonde e Pedrillo.
Il giovane Belmonte giunge in Turchia alla ricerca di Konstanze, venduta dai pirati come schiava, e qui incontra l’amico Pedrillo, anche lui rapito insieme alla fidanzata Blonde, ancella di Kostanze, che lo avverte che la donna è diventata la favorita del Pascià Selim, mentre Blonde è stata offerta in dono a Osmin, il capo sorvegliante del Pascià.
Sia Konstanze che Blonde, però, fiere e innamorate dei propri uomini, rifiutano le profferte d’amore dei due turchi. Intanto Pedrillo fa assumere Belmonte alla corte di Selim, facendolo passare come un architetto desideroso di servirlo.

Con l’aiuto di Pedrillo, Konstanze riesce a ricongiungersi con Belmonte e i due uomini si mettono d’accordo per rapire le due ragazze, riuscendo a far ubriacare Osmin, sempre pronto a rovinare i piani dei quattro innamorati.
Giunta l’ora, Pedrillo canta una serenata dando il segnale per la fuga. Ma le due donne vengono scoperte da Osmin, che conduce i fuggitivi davanti a Selim, il quale viene a conoscenza del fatto che Belmonte è figlio del suo peggior nemico, che gli ha rovinato la vita, e annuncia una morte terribile per tutti.
Il Pascià tuttavia non è così cattivo come sembra, e alla fine rinuncia alla vendetta (“ben superiore ricambiare con opere di bene un’ingiustizia subita, piuttosto che rendere male per male”), liberando le due coppie, che possono così tornare a casa, con grande rabbia di Osmin, sconfitto sotto tutti i fronti.

“Il Ratto dal serraglio” rappresenta il capolavoro comico del genio salisburghese, capace di infondere nell’atmosfera tipica della “turcheria” tutta la soave leggerezza paradisiaca della sua musica, mescolata alla briosità farsesca, inserita soprattutto nel personaggio di Osmin.
Molte le pagine da ricordare dalla celeberrima e virtuosissima aria di Konstanze, “Martern aller Arten”, in cui la donna mette la fedeltà innanzi a tutto (“Supplizi d’ogni sorta m’attendano pure mi beffo di tormento e pena. Nulla mi scuoterà, ma tremo solo d’essere infedele”) al “duetto del vino” tra Pedrillo e Osmino, dal coro dei Giannizzeri sino al bellissimo finale.

Su tutto riecheggia il quartetto finale del secondo atto, dove il ricongiungimento delle due coppie viene coniugato in modo sublime da Mozart, con la consapevolezza della caducità dei sentimenti amorosi, richiamando in questo modo l’estremo capolavoro del “Così fan tutte”.

Dal punto di vista registico e visivo, di questo leggendario allestimento rimane intatta
l’estrema geniale semplicità streheleriana del gioco del ‘teatro nel teatro’: i personaggi si muovono in una scenografia dichiaratamente falsa, nella quale viene ricostruita tutta l’ambientazione e l’atmosfera orientaleggiante dell’opera, mentre i personaggi esplicitano i loro sentimenti direttamente al pubblico, con cui spesso dialogano. Bellissimi anche i costumi disegnati da Damiani, che ricostruiscono un Oriente biancoazzurro, carta da zucchero, strabiliante per leggerezza e godibilità.

Splendidamente perfetti tutti gli interpreti, da Lenneke Ruiten che, sola in proscenio, in modo impeccabile interpreta la stratosferica e difficilissima aria “Martern aller Arten”, alla Blonde di Sabine Devieilhe, al debutto scaligero, al Belmonte del giovane tenore Mauro Peter. Divertentissimo il basso Tobias Kehrer nel ruolo di Osmino e Maximilian Schmitt come Pedrillo, compagni di bevute nel famoso duetto del vino “Vivat Bacchus! Bacchus lebe!”.
Nella parte parlata del saggio Selim è in scena il basso Cornelius Obonya, che in veste di regista sarà nuovamente alla Scala nel 2018 per “Die Fledermaus” di Strauss.
Che dire di Metha! L’ottantunenne direttore indiano dirige l’orchestra della Scala riconsegnandoci la scintillante partitura mozartiana in tutti i suoi mutevoli aspetti.

Die Entführung aus dem Serail
Wolfgang Amadeus Mozart
Singspiel in due atti
Libretto Christoph Friedrich Bretzner, rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie d. J. (edizione Alkor-Baerenreiter, Kassel. Neue Mozart Ausgabe a cura di Gerhard Croll; rappr. per l’Italia Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali)
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Teatro alla Scala
Direttore Zubin Mehta
Regia Giorgio Strehler
ripresa da Mattia Testi
Scene e costumi Luciano Damiani
Scene riprese da Carla Ceravolo
Costumi ripresi da Sybille Ulsamer
Luci Marco Filibeck
CAST
Konstanze Lenneke Ruiten
Blonde Sabine Devieilhe
Belmonte Mauro Peter
Pedrillo Maximilian Schmitt
Osmin Tobias Kehrer
Selim Cornelius Obonya
Servo Muto Marco Merlini

Durata spettacolo: 3 ore e 15 minuti inclusi intervalli

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 27 giugno 2017

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