Mystery Magnet: Miet Warlop alla Biennale Teatro 19

Mistery Magnet (photo: labiennale.org)
Mistery Magnet (photo: labiennale.org)

Dopo aver esordito nel 2012 al KunstenFestivaldesArts ed essere stato premiato al Stuckemarkt Theatertreffen nella sezione dedicata a “nuovi modi di teatro”, “Mystery Magnet” sbarca in laguna, alla 47^ edizione della Biennale Teatro.

L’artista visiva Miet Warlop compone la scena quasi come se disegnasse, mettendo in sequenza svariate vignette a costruire una striscia dal sapore fumettistico. Coerente con la sua formazione artistica, la Warlop non contempla la parola, ma lascia alla sola fisicità dei performer la possibilità di scrittura scenica.

Il pubblico è accolto dall’assordante battito di un cuore, che all’inizio – così come alla fine – racchiude in una parentesi sonora il delirio visionario e immaginifico che è lo spettacolo.
Dopo un lunghissimo tempo di attesa, in cui un corpo anomalo – un uomo? una donna? è grasso? è un costume? – tergiversa attraverso micro azioni già in grado di suscitare un fremito di sorriso sconcertato nel pubblico, inizia un défilé di insolite figure. Una donna senza volto, la cui testa è un palloncino fluttuante, una e poi più figure dalle esagerate parrucche colorate, azioni di trasformismo di corpi che si fondono, fino a diventare cavalli e poi super umani giganti, creature fatte di sole interminabili gambe. Tutto condito da fumogeni colorati e da tempere che, progressivamente, imbrattano la scena di schizzi arcobaleno, rimandando quasi all’action painting. Le azioni che si susseguono, prive di una drammaturgia, non sembrano raccontare nulla, né avere la forza visionaria di suscitare qualche sentimento.


Nella figura del primo corpo in scena, che resta a lungo protagonista delle vicende, si può forse ravvisare una sorta di guardiano, seduto su un seggiolino troppo piccolo a protezione di un muro bianco. Uno sconfortato guardasala in una situazione ribaltata: gli avventori provengono da dove non ci si aspetterebbe, ossia al di là di quel muro che è chiamato a proteggere.
I demoni dell’arte prendono vita e si ribellano al mercato capitalistico? L’interpretazione è avventata, poiché non sorretta da indicazioni chiaramente decifrabili. Ciò che avviene sul palco pare più una sequela di gag di figure impacciate; l’ostacolo è infatti un elemento costumistico che riunifica tutti i performer, ognuno limitato nel movimento da qualche oggetto.

Nel superamento della difficoltà di agire così costretti dagli abiti sta indubbiamente una qualità eccelsa degli artisti, che vantano una spiccata precisione e pulizia in ogni movimento. Ma la loro abilità non è sufficiente a reggere un fragile costrutto fondato su una comicità un po’ spicciola.
Le risate scattano, ma hanno la stessa matrice di quel riso che nasce quando si vede qualcuno cadere. L’ironia è tutta basata sulla goffaggine, e benché venga rielaborata con un linguaggio scenico sicuramente insolito, con una grammatica fatta di svariati oggetti – colori che esplodono a contatto con reagenti chimici, diversi macchinari bizzarri, perfino una macchinina elettrica da bambini – il risultato si dimostra alla fine un po’ misero. Priva di un intento comunicativo, l’azione sembra bastare a sé stessa e al riso che suscita. Scelta legittima, ma monotona se protratta per cinquanta minuti.

L’aspetto interessante ed indiscutibile della performance (che tuttavia non sembra essere colto dal pubblico, soffocato dalle risate) è la progressiva violenza che pervade la scena. I personaggi sembrano impossessati da una comune frenesia, un’isteria omicida che li porta a ferirsi, pugnalarsi, inchiodarsi, investirsi. Un’efferatezza cruenta e morbosa, che conduce ad una distruzione totalizzante, tanto da sventrare perfino quella parete mobile che costituisce l’unico elemento scenografico.
Quando orinano gli uni sugli altri, quando si colpiscono, quando rigettano presi da spasmi, i personaggi lasciano fuoriuscire fluidi inconsuetamente colorati. Ma adottare lo spostamento dal sangue alla tempera non intacca la crudeltà delle azioni, le rende solo – apparentemente – buffe.

Miet Warlop vuole forse mostrarci come, in un mondo assoggettato al dogma dell’apparenza, del lusso e dello sfarzo, non siamo più in grado di riconoscere la violenza che si esercita quotidianamente sotto i nostri occhi?
Se fosse così, a giudicare dall’entusiasmo del pubblico, il suo intento sarebbe veramente riuscito.

Mystery Magnet
ideazione Miet Warlop
interpretato da Kristof Coenen, Sofie Durnez, Ian Gyselinck, Wietse Tanghe, Laura Vanborm, Miet Warlop, Gilad Zloto Ben Ari
sostituti Christian Bakalov, Erik Nevin, Artemis Stavridi, Ondrej Vidlar, Paola Zampierolo
scenografia Miet Warlop
assistita da Sofia Durnez, Ian Gyselinck
musiche Stefaan Van Leuven, Stephan De Waele
outside eye Namik Mackic, Danai Anesiadou
team tecnico Mathias Batsleer, Koen Demeyere, Matthieu Vergez
produzione Elke Vanlerberghe
produzione originale CAMPO
produttore esecutivo Irene Wool
coproduzione Kunstenfestivaldesarts (Brussels), Göteborgs Dans & Teater Festival
progetto in coproduzione con NXTSTP
con il sostegno di The Culture Programme of the European Union
con l’assistenza di Vooruit Art Centre (Ghent)

durata: 50’
applausi del pubblico: 2’ 50’’

Visto a Venezia, Teatro alle Tese, il 23 luglio 2019
Prima nazionale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *