Mythos: le radici della civiltà nella potenza del teatro greco

Mythos

Mythos – immagine dalle prove (photo: Umberto Favretto)

Elena Bucci e Marco Sgrosso avevano già affrontato la tragedia greca nella scorsa stagione allestendo per il CTB Teatro Stabile di Brescia un’apprezzabile “Antigone”, aperta nel linguaggio ad uno sperimentalismo forse troppo cauto, ma gravido di soluzioni interessanti e capace di esaltare i contenuti etici e civili insiti nel testo.

Alla luce del loro ultimo spettacolo, tuttavia, quell’“Antigone” risulta ora come un primo necessario passo per un percorso molto più lungo che porta fino all’attuale lavoro: “Mythos”, una messinscena curatissima, ben ragionata e, soprattutto, sostenuta da un progetto ammirevole e non comune.

Ciò che distingue “Mythos” da altre riproposizioni a teatro del mito greco è, infatti, il suo ambizioso obiettivo: non il mero racconto della storia della famiglia degli Atridi, quanto la riscoperta, attraverso la sanguinosa vicenda, della vera essenza della tragedia greca, per poter sperimentare l’impatto che nell’antichità doveva avere il teatro sull’individuo, sulla coscienza individuale e su quella collettiva, e comprendere magari la misteriosa natura sacrale che esso assumeva all’epoca e che oggi fatichiamo a capire. In un certo senso un’indagine sul teatro stesso e la sua genesi.


Questo proposito passa anzitutto dal ripristino della tragedia come trilogia, condensando, anziché troncando, i singoli capitoli, e riproponendo così l’intero percorso immaginato dagli antichi drammaturghi, dall’origine della vicenda fino al suo ultimo approdo.
Fondamentale è poi la scelta di recuperare almeno in parte la ricchezza di strumenti espressivi che caratterizzava in origine la tragedia greca: il canto, il suono, la musica, la danza e la voce del coro.

Il risultato è sorprendente: uno spettacolo coinvolgente in cui il teatro rivela una inaspettata capacità di estrarre dal petto dell’uomo un’emotività violenta, potente e realmente toccante. E questo insegna quanto si è perso oggi nella reiterata scelta della riduzione al minimo delle potenzialità del linguaggio scenico.

Oltre a questo si riscopre il senso autentico dell’“Orestea” secondo il disegno di Eschilo.
Non una morbosa rappresentazione fine a se stessa dell’odio, dell’incesto, delle passioni più torbide, ma un affresco molto più ampio che mira a riprodurre il difficile cammino dell’uomo da un’epoca primigenia, dominata da violenza, brutalità e da una divinità che si configura ancora – o forse si confonde negli occhi di un uomo ancora spaesato e privo di consapevolezza – come forza inconscia e trascinante dell’Es, portatrice non di salvezza e conforto, ma, al contrario, di una catena di orrori senza fine, guidata dalle promesse ingannatrici della sete di vendetta, alle soglie della civiltà, tramite l’acquisizione di una razionalità finalmente sovrana e l’istituzione, come atto di conquista finale, della prima assemblea democratica, vero atto costitutivo della polis.

Ecco dunque la natura epica della tragedia greca: in Eschilo si ritrae l’origine dell’uomo in quanto tale, quel passo decisivo da una condizione ancora vicina a quella animalesca, alla sospirata sublimazione delle passioni e alla conquista di una razionalità finalmente sovrana e di una dignità più alta, simboleggiata dalla trasformazione delle Erinni, creature grottesche nella loro furia, alle più posate e concilianti Eumenidi tramite l’intervento di Atena, icona per eccellenza della saggezza.

Le tormentate figure di Agamennone, Clitemnestra, Elettra ed Oreste non appaiono più, quindi, come protagonisti di riprovevoli vicende private, quanto emblemi universali di un percorso collettivo in cui la collettività deve dunque riflettersi.  
Ed ecco che risalta la dimensione civile della tragedia greca, perché comprendiamo finalmente che è proprio dalla contemplazione del dolore e soprattutto dell’afflizione dovuta ai nostri stessi errori che si origina la ricerca della giustizia, e l’etica ci appare finalmente necessaria per il raggiungimento della felicità e questa aspirazione ci guida inevitabilmente verso la scoperta e l’accettazione della democrazia.
Questo in definitiva il grande messaggio della tragedia greca: l’assetto civile democratico come indispensabile per l’esistenza umana.
Verità che, in un’epoca di grave declino dei valori democratici, sperimentiamo con dolore ogni giorno.

Da un punto di vista del linguaggio, la scelta di Elena Bucci e Marco Sgrosso è quella sì del recupero della danza e della musica, ma in modo scomposto, spezzato, mai completo, tanto che, paradossalmente, la ricerca dell’antico sfrutta gli strumenti del teatro contemporaneo.
Il risultato è un coacervo di suoni, rumori, urli, versi e movimenti convulsi e spasmodici che evocano efficacemente il mondo primordiale in cui i personaggi si muovono, rappresentando quella confusione soprattutto mentale che ben delinea una condizione ancora dominata dagli istinti e dalle passioni.

Il punto di svolta avviene poi con l’ingresso di Oreste, tratteggiato in questo allestimento quasi come una sorta di proto-Amleto. Il suo vero eroismo, infatti, sta nei lampi di lucidità raziocinante che, distaccandolo per brevi momenti dall’odio cui lo incita una appassionata Elettra ed elevandolo dalla condizione di passivo servilismo verso gli ordini di una divinità lontana e impenetrabile, lo porta a porsi delle domande. Non la sicurezza e il coraggio saldo che caratterizzano Clitemnestra, dunque, elevano l’uomo ad una autentica dignità, ma la sua capacità di interrogarsi, di esercitare il raziocinio anche e soprattutto attraverso il dubbio. Proprio il dubbio, infatti, è il sentiero che conduce verso la consapevolezza.

Ecco allora che l’atmosfera in scena si fa meno tetra, il gruppo corale degli attori disperde parte delle tensioni che opprimevano lo spazio e la vicenda di Oreste ed Elettra può svolgersi, facendosi ora più umana. Si scoprono così nuovi sentimenti: il sospetto di aver sbagliato al posto di una orgogliosa ostinazione e il pentimento come alternativa alla ferocia. La divinità si fa più composta, perde il suo lato selvaggio ed aggressivo e veste le sembianze della più serafica Atena: la ragione placa le acque delle violenza e della discordia e riporta finalmente la pace negli animi.

Se il merito più evidente dei registi sta nell’intelligenza con cui hanno saputo leggere e assemblare armonicamente brani di Eschilo, Sofocle ed Euripide, autori lontani tra loro anche cronologicamente, senza creare discontinuità nella narrazione, ma anzi mantenendo sempre alta l’onda emotiva della rappresentazione (senza peraltro rinunciare a inscenare momenti tecnicamente difficili, quali il saccheggio di Troia), notevole è stata anche la capacità di guidare il gruppo attorale composto da 17 giovani interpreti, trasformati nell’arco di un mese in un corpo corale affiatato, sempre molto vivo ed energico.
Il gruppo movimenta, definisce e trasforma lo spazio, reinventando e ricreando in chiave moderna l’antico coro greco e nello stesso tempo generando da sé gli stessi protagonisti della vicenda. A turno, dunque, emergono voci e corpi che vivono e raccontano i propri drammi.

La scelta del CTB è stata quella di selezionare solo giovani attori bresciani: se lo scopo era sondare e valutare il potenziale locale, il risultato più importante è stato probabilmente quello di aprire le porte di un teatro stabile troppo spesso chiuso a chi non provenga da accademie istituzionali. Si scoprono così talenti interessanti.
Nel gruppo spiccano in particolare Francesca Cecalo, efficace in ogni suo intervento e ottima anche nell’interpretare il vecchio Tindaro, Monica Ceccardi, che porta in scena una intensissima ed emozionante Elettra, Loredana De Luca, impeccabile Cassandra, e Fausto Cabra, notevole nella parte di Oreste e capace, nello stesso tempo, di intelligente leggerezza nella parte minore di un soldato semplice. Lo sostengono bene Matteo Bertuetti, nel ruolo di Pilade, e Alessandra Mattei, divinità primordiale e selvaggia che si muta gradualmente fino ad assumere le vesti di Atena.  

Eccellente, infine, il lavoro sul suono, e buono anche quello sulle luci, le scelte scenografiche e i costumi che, pur evocando l’antico mondo miceneo, attingono con oculata moderazione anche alla realtà contemporanea, in coerenza con l’assetto generale.
In scena fino al 23 dicembre.

MYTHOS
da Eschilo, Sofocle, Euripide
elaborazione drammaturgica, regia, impianto scenico e costumi: Elena Bucci e Marco Sgrosso.
con: Matteo Bertuetti, Fabrizia Boffelli, Fausto Cabra, Francesca Cecala, Monica Ceccardi Loredana De Luca, Lorenzo De Luca, Filippo Garlanda, Alessandra Mattei, Ermanno Nardi Marta Ossoli, Antonio Palazzo, Gianmarco Pellecchia, Silvia Quarantini, Gabriele Reboni Miriam Scalmana, Elena Strada
disegno luci: Cesare Agoni
drammaturgia del suono: Edoardo Chiaf
assistenti alla regia: Andrea Anselmini, Chiara Pizzatti
collaborazione alla scenografia: Andrea Anselmini
collaborazione ai costumi: Alessandra Mattei
durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 4′ 20”

Visto a Brescia, CTB Teatro Stabile di Brescia, il 9 novembre 2012


 

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