Il Nano Egidio contro tutti. Quando il pop si fa risata

Nano Egidio (photo: Elena Consoli)
Nano Egidio (photo: Elena Consoli)

Da qualche anno, ormai, uno spettro s’aggira tra il cuore e le periferie della capitale. Ma non si veste di rosso. E soprattutto è un nano: si chiama Egidio. Marco Ceccotti (autore dei testi), Simona Oppedisano e Francesco Picciotti danno vita al Nano Egidio, collettivo di attori e marionette che, nato nel 2011, è già per molti (ma speriamo lo sia presto per molti di più) una garanzia di risate, gusto dell’assurdo e intelligenza.

La saga “Nano Egidio – La trilogia. Una retrospettiva prematura” ci presenta in successione il frutto del lavoro di questi anni, articolato in tre episodi: “Una storia vera. Season one”, “Batman Blues” e il finale (?) “Nano Egidio contro il male di vivere spesso incontrato” (che sarà ancora in scena a Roma stasera e domani, al Teatro Studio Uno).

È difficile far capire cosa sia il Nano Egidio a chi non ha mai assistito alle sue imprese, senza rovinargli troppo il gusto della scoperta. Immaginate un manipolo matto di pupazzi, giocattoli e attori che sembrano muoversi sullo stesso piano, nella stessa realtà e con la stessa dignità, anche se qualcuno più degli altri ha bisogno della voce (Simona Oppedisano è quella di Egidio) e di qualche movimento in prestito. Metteteli in uno di quei piccoli palcoscenici da teatro di figura, dove possono bastare una tenda, qualche asta, un tavolino e i giusti movimenti a creare stanze, oggetti, spazi e mondi. Centrifugate enormi quantità del vostro immaginario pop: film, serie televisive, cartoni, fiabe, stille (o stelle) intense degli anni Ottanta e Novanta. Più o meno ci siamo. Anzi no: manca un po’ di olio di palma.


Tutto nasce così: qualche malvagio vuole morto il Nano Egidio, la cui mise corporea è quella umile e plasticosa dei nani disneyani. Nel primo episodio un Batman più hard-boiled che mai (Ceccotti, con addosso la celebre mascherina) cerca di proteggerlo, e si trova ad indagare muovendosi tra uno stereotipo e l’altro del genere poliziesco. Il nano Dotto, che come il collega eponimo passa velocemente tra le mani degli umani, è il medico afflitto da crisi di coscienza e oberato da un passato misterioso, in una via di mezzo fra CSI e Grey’s Anatomy. Lo assiste Dottoressa Nuda, una Barbie particolarmente dinoccolata e con il gusto del teatro sperimentale; tra i sospettati interrogati da Batman, invece, c’è una Biancaneve ninfomane («Bagascianeve»). Ma l’ombra malvagia alle spalle di tutti è quella del Ministro, che nel primo episodio ha qualcosa di Harry Potter, e che invece nel terzo è a un passo dal cantare “Occidentali’s Karma”. Tutti i personaggi, infatti, come in una saga che si rispetti, tornano nelle tappe successive. “Batman Blues” lascia crescere quanto seminato nel primo, divertendosi a infittire i nodi della trama mentre divampano le trovate comiche e parodiche già sperimentate, e spingendo in particolare sul pedale dell’ironia verso il milieu teatrale: le battute sul teatro sperimentale strapperanno risate soprattutto agli addetti ai lavori, ma senza fastidiosi eccessi e ammiccamenti, perché sulla scorta delle piroette della Barbie-Dottoressa Nuda è semplicemente rigenerante pensare – senza maschere – al totem di Jan Fabre e agli spettacoli di 24 ore (con l’araldo di Carmelo Bene sullo sfondo).

Batman Blues (photo: Elena Consoli)

Batman Blues (photo: Elena Consoli)

La scrittura di Ceccotti ha una netta continuità di stile nei tre episodi, con una progressiva consapevolezza nei suoi mezzi: estrema facilità e brio nel raccordare in modo grottesco lo strumentario emotivo preconfezionato di serie tv e cinema (pathos verbale, musica, posture del corpo, luci…); irrisione bonaria, ma non indolore, verso tutte le mode intellettuali; piacere impudico per la semplice e insensatissima freddura.
Niente paura, cioè, di sembrare stupidi: e non è poco, perché nel mondo culturale sovraffollato in cui abitiamo l’intelligenza si rivela, non di rado, soltanto una costruzione lessicale e retorica. Ma Ceccotti ha soprattutto una forsennata e spietata capacità di giocare con tutti gli stereotipi e le frasi fatte della nostra lingua.
Quelle che i linguisti chiamano «collocazioni» per lui diventano nomi propri, meme drammaturgici (CittàGrande, ArrotinoEombrellaio…); le domande retoriche possono innescare tic di ogni tipo, o semplicemente essere prese alla lettera (secondo la lezione di un maestro dell’umorismo, Achille Campanile); modi di dire usuali esplodono in lapilli paradossali (soltanto per dirne una: dopo aver visto il terzo episodio, per voi non sarà più così scontato sentire dell’astio nelle parole altrui). In effetti, per rimanere nell’immagine, la scrittura di Ceccotti sa essere, in qualche modo, vulcanica e dimessa allo stesso tempo: per farsi un’idea, basta leggersi la biografia del gruppo sul sito.

Ma soffermiamoci un attimo sull’ultimo capitolo della saga, il montaliano “Nano Egidio contro il male di vivere spesso incontrato”.
Dopo una cornice iniziale meno efficace degli incipit dei lavori precedenti, il Nano Egidio non tarda a ingranare. Il Nano eponimo ha fatto carriera e stavolta non si presenta come vittima, ma come Presidente del mondo della Fantasia. A Ceccotti, Oppedisano e Picciotti basta un sacco di tela per erigere un palchetto presidenziale, da cui Egidio propone alla massa una suprema legge contro le prese in giro e le discriminazioni. Batman si è apprettato, e nemmeno una confessione col suddetto ArrotinoEombrellaio sembra capace di distoglierlo dalla dimensione mistica: è deluso perfino dalla quotidiana pratica gesuitica del #jesuis. Ma ciò che lo convince a tornare a compromettersi col mondo è la morte di Dio, di cui legge sul giornale. La Dottoressa Nuda ora è la (sempre slogata e sperimentale) Ministra Nuda: con estrema attenzione a non discriminare nessuno, per evitare le pesanti sanzioni della nuova legge, questo «kolossal intimista» viaggia spedito nella solita e brillante irriverenza del Nano Egidio: c’è il consesso degli dei (un Bob Marley peluche, un Buddino dal capo mobile, un Krishna ugolante…), animato in più lingue da un bravissimo Picciotti; c’è la chiamata via Skype col Ministro-Gabbani, direttamente dalla sua base segreta (laziale), con tanto di adsl difettosa e problemi di ritorno audio (e il modo in cui viene resa scenicamente l’eco è il punto esatto in cui artigianalità e genialità si toccano); c’è l’ineffabile slancio deduttivo di Batman, assieme a una verve grillina che fa interrompere al nostro pipistrello tutti i discorsi con mini-invettive d’antipolitica; ci sono le frecciatine sempre aguzze verso le categorie-tiritera della critica teatrale, le logiche dei bandi e dei finanziamenti pubblici, la moda dell’ostilità ai vaccini; ci sono le bacche di goji, che sono antiossidanti ma non bastano a difendere il mondo da un magniloquente finale nel solco della cinematografia catastrofica.

La saga si conclude, insomma, confermando tutte le qualità del Nano Egidio. E non ha risparmiato niente e nessuno lungo il suo percorso. Dal punto di vista tecnico, gli anni hanno portato maggior tranquillità e malizia. Sarà molto interessante, ora, vedere come il collettivo deciderà di sfruttare l’abilità e la fantasia drammaturgica messe a punto fin qui.

Senz’altro i lavori del Nano Egidio hanno il grande pregio, com’è stato già osservato da altri, di poter parlare ad un pubblico vasto e trasversale, anche nient’affatto abituato al teatro. Ma il messaggio, il messaggio qual è? Se lo chiede lo stesso Egidio, ovviamente irridendosi. Il messaggio è semplice, e suona quasi come un proverbio: con poco si può fare moltissimo. Perfino nella Roma di oggi, in questo rogo inesausto, si può trasformare il teatro in un gioco contagioso, come quando da bambini, anche senza nessun pupazzo, potevano bastare due stanze di casa o un cortile per tracciare avventure, storie, personaggi negli spazi.

Se mai avrò la fortuna d’incontrare di persona il Nano Egidio, me lo immagino che mi guarda fisso negli occhi e, parafrasando Groucho Marx, mi dice qualcosa del tipo: “Lo so che sembro stupido, che rido come uno stupido, che faccio e dico cose stupide. Ma tu non farti ingannare: sono stupido”. Poi sorriderà tronfio, si metterà le mani corte nelle sue tasche di polimeri e se ne andrà, facendomi sentire abbastanza scemo da cominciare a rifletterci su.

Nano Egidio – La trilogia. Una retrospettiva prematura
di Marco Ceccotti
con Marco Ceccotti, Francesco Picciotti e Simona Oppedisano
regia Nano Egidio
luci Giacomo Cappucci / Camila Chiozza

Visto a Roma, Teatro Studio Uno, il 18 marzo 2017

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