Napoli e tutto il mondo nel circo di Viviani

Circo Equestre

Il Circo Equestre di Arias

Cosa non c’è nel “Circo Equestre Sgueglia” di Raffaele Viviani, e quanto si dimostra avveduto, presente al suo tempo, l’autore!
Nella storia degli amori e dei drammi di una bohème di strada, nei suoi tradimenti e nelle sue comiche rivalse sul peso della vita c’è tutto il multiforme immaginario circense: c’è il tendone tanto amato dalle avanguardie storiche e il melò sprigionato dalla contrapposizione uomo-clown, sentimento-finzione, che tocca la citazione quasi letterale della mascagnana “Ridi pagliaccio”.

C’è il lazzo da Commedia dell’Arte, di cui non mancano i temi tipici della fame, del sesso, della povertà, della servitù renitente, del rapporto alla rovescia tra marito e moglie, e i personaggi ne sembrano di tanto in tanto i tradizionali protagonisti, appena spogliati della maschera.
Vi si accompagnano i tratti patetici della sceneggiata: d’altro canto la virata di Viviani al teatro “serio” (il Circo è del ’22) aveva coinciso con la nascita del genere napoletano, nel clima moralistico della Grande Guerra.

E con la sceneggiata condivide la presenza di canzoni, dato che accomuna il Circo Equestre anche al varietà. Non poteva non comparirvi dunque la macchietta. Addirittura, e da un estremo opposto, a sentire bene l’aria non può non percepirsi un alito, un’ombra pirandelliana in certi accanimenti della volontà e dello sguardo dei personaggi contro la realtà delle cose.


Tutto questo in Viviani. Ma il Viviani di Alfredo Arias è anche di più. A collante di tutta questa eccentrica diversità si inventa una specie di capocomico “fuori”, oltre il capocomico “dentro” Don Ciccio: un narratore che tiene le fila della rappresentazione, canta e recita le didascalie. Una specie di Karl Valentin con tanto di seguipersona, né i tratti del contemporaneo Gastone petroliniano. Un Petrolini che occhieggia anche nella canzone paradossale del nano Bagonghi, “Titillo”, anche se rimane al di qua del paradosso, per citare un esempio, dei Salamini tanto amati dai futuristi – e il cerchio si chiude, tornando alle avanguardie!
Queste le ascendenze, e tante altre ve ne sarebbero, a cercare con un po’ più di calma, da rintracciare.

Nella pratica lo spettacolo, che ha esordito nel 2013 prodotto dallo Stabile di Napoli, dal Napoli Teatro Festival e dal Teatro di Roma è una messinscena generosa e, se si può ancora dire al giorno d’oggi, in grande stile.
Il circondario di un tendone, ambientazione dei primi due atti, è riprodotto in scena con tanto di carri. I costumi sono solidamente pensati e magnificamente eseguiti, così come l’illuminazione, sempre in movimento e mai indietro di un passo rispetto alle battute sentimentali ed emotive della rappresentazione. Tra gli attori, sicuri di un mestiere inattaccabile, ricordiamo l’eccellente Massimiliano Gallo, nella parte, creata da Viviani stesso, di don Samuele, il clown abbandonato dalla moglie, il Bagonghi di Tonino Taiuti, e Gennaro Di Biase ‘en travesti’ come Bettina.
Fra tutti spicca però Monica Nappo, dotata di una vocalità misteriosamente penetrante tanto nel parlato quanto nel canto, e gratificata dal personaggio più esemplarmente complesso di tutta la compagine, quello della Zenobia tradita dal marito cavallerizzo, di cui sa far emergere tutti i tratti: la bontà semplice e quasi ossessiva, l’amore indefesso per il marito, la rassegnazione ad una vita disegnata dai fallimenti e dall’abbandono.

Nel terzo atto la scena si assottiglia improvvisamente, tanto scenicamente quanto di contenuto: i due traditi si ritrovano (davanti a un fondale dipinto cittadino, steso subito dietro al proscenio a ridurre lo spazio agibile a non più che un corridoio) un anno dopo i disastri che li hanno colpiti, e decidono, non prima di aver ricostruito le vite di tutti i loro ex compagni, spesse volte caduti (chi muore e chi si fa puttana), di unirsi in un casto sodalizio senza più ambizioni o speranze, in una semplice attitudine di resistenza contro il mondo.

E se il patetismo passa il segno, l’equilibrio dell’intera messinscena non ne risente troppo: eccoci intenti a guardare qualcosa di semplicemente piacevole, che si mostra attuale nella commistione di generi e toni, qualcosa di elegantemente eseguito, distribuito in scena con sicuro mestiere e sensibilità.
A Roma fino al 23 marzo.

Circo equestre Sgueglia

di Raffaele Viviani
nell’acclamata messa in scena del regista Alfredo Arias
con protagonista Massimiliano Gallo
e la partecipazione di Mauro Gioia
coproduzione: Teatro di Roma, Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

durata: 2h 10′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 19 marzo 2014


 

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