Napoli Teatro Festival 2011: si chiude o si riapre?

La manifestazione di Galleria Umberto - Napoli

La manifestazione alla Galleria Umberto (photo: videocomunicazioni.com)

Lo abbiamo sentito tutti nei giorni scorsi. Il mondo teatrale e culturale napoletano è stato scosso dal terremoto del Napoli Teatro Festival 2011.
Se alla fine dello scorso anno si era in procinto di presentare il programma quasi ufficiale, ecco ora arrivare la notizia bomba: il festival fondato tre anni fa mobilitando grandi risorse della città, ospitando produzioni nazionali e internazionali, rendendo il giugno napoletano un appuntamento fondamentale per chi vive il mondo teatrale contemporaneo, quest’anno rischia seriamente di chiudere i battenti.
Il video NTFI 2011 che gira da giorni su YouTube ripercorre le tappe di questi tre anni con una certa malinconia e rabbia. Quella di chi all’evento non ha partecipato solo da spettatore ma da co-autore.

Tra giornalisti, registi, attori e compagnie – anche straniere, magari in procinto di partire per Napoli – regna lo sgomento. E se la notizia è emersa in sordina non solo negli ambienti partenopei ma anche nel resto dell’Italia teatrale, scatena adesso una mobilitazione più ampia: non solo di tutti coloro che lavoravano al NTFI da anni, artisti e maestranze, ma anche dei lavoratori di uffici, redazione, ufficio stampa, dai box office agli stand. Oltre ad uno stuolo di “colleghi” non direttamente coinvolti ma partecipi emotivamente della questione.

Tecnicamente, la causa del maxi-taglio si può riassumere in poche parole: la Regione Campania (in deficit) deve rispettare il decreto legge 78/10 che impone, alle società partecipate che sforano il Patto di stabilità, la revoca dei contratti a tempo determinato. Esattamente quei cinquanta posti di cui viveva il festival. Risultato: l’intera organizzazione si ritrova con soli sette dipendenti. E nella lista dei congedati compare perfino il direttore artistico Renato Quaglia.

Rachele Furfaro
, direttrice fino a dieci giorni fa della Fondazione Campania dei Festival, a pochi giorni di distanza annuncia di unirsi al gruppo e propone per sé le dimissioni. Applaudite da molti. In conferenza stampa, affiancata dai consiglieri d’amministrazione Riccardo Satta Flores e Giancarlo Santalmassi, specifica: «Nutrivamo un dubbio sul fatto che la Fondazione potesse essere oggetto di quelle disposizioni, per questo abbiamo fatto i ricorsi. Mi dimetto perché ho scelto dall’inizio di essere accanto ai lavoratori. Un festival vive di contratti a tempo determinato, abbiamo chiesto più volte di parlarne con la Regione ma non ci hanno mai risposto, siamo stati abbandonati nel silenzio». Un caso politico, come sempre in simili occasioni. Si sarebbe potuta trovare una soluzione alternativa?

Furfaro nel frattempo accusa la giunta Caldoro poiché, dopo il suo insediamento, il festival non ha più ricevuto fondi: «Aspettiamo i tre milioni di euro del Programma operativo regionale, che abbiamo rendicontato da un anno e che dovrebbero invece essere pagati in 90 giorni; un milione e duecentomila euro per il progetto Punta Corsara e i 750mila euro dal bilancio regionale ordinario, ridotti rispetto ai due milioni che ci erano stati destinati. Compagnie e fornitori del 2010 – continua la ex-direttrice –  attendono ancora il saldo. Siamo andati avanti grazie alla fiducia delle banche e agli sponsor. Un mese fa abbiamo saputo che non avremo neanche il contributo del ministero per i Beni e le attività culturali perché non sono più disponibili i due milioni di euro di Lottomatica».
La Regione Campania, alle strette, deve creare un team per sorreggere il passaggio dalla precedente organizzazione del festival. E mentre la Furfaro si dimette, si prega Renato Quaglia di restare. Il programma è pronto: perché non farlo partire anche se in forma ridotta?

Il governatore Caldoro sottolinea come il licenziamento di Quaglia rientri in quello dei 50 dipendenti di cui sopra: un gesto obbligato, insomma. E si premura subito di sottolineare come nessuno abbia voluto deliberatamente cacciare il direttore artistico, visto che “il suo lavoro è stato prezioso”.
Nell’atmosfera di fermenti e disordini organizzativi, emerge il nome dell’assessore regionale alla cultura Caterina Miraglia. Il nuovo Cda risulta quindi composto, oltre che da Miraglia, anche da Graziella Pagano e Luigi Crispello, riconfermati come consiglieri, e da una new entry: lo storico Paolo Macry.

Ma Quaglia non ci sta e nega ogni speranza di rientrare nell’organizzazione del festival. Di fatto il suo è un licenziamento ufficiale: se ci fosse anche stata la minima possibilità di ritornare a lavorare, con un programma già pronto per debuttare il 9 giugno e pur con doverose limitazioni economiche, questa viene smentita dalle sue stesse parole: «Considero definitivamente conclusa questa esperienza e non intendo collaborare con un Cda rappresentativo di comportamenti e modalità che non condivido. Devono solo dirci a chi dare le carte; se la Regione vuole, i tempi tecnici per fare il festival ci sono». Quaglia consegna il programma nella mani della Regione. Come esortando l’ente a “fare da sé”.

E certo la burrasca politica ha risvolti soprattutto sugli artisti, che lo scorso 10 febbraio sono scesi in strada manifestando con performance e slogan presso la Galleria Umberto di Napoli. “Io ho fatto il Festival”: questo il motto che si è diffuso per la città e che compare nel giro di e-mail circolate come invito all’appuntamento.

Cosa ne sarà di questa edizione è ancora incerto. Le riunioni del Cda fervono. Nel frattempo sono numerosi, in questi giorni, gli artisti che covano il progetto di organizzare un contro-festival indipendente, ribadendo non una volontà disordinata e banalmente “rivoluzionaria”, bensì l’idea di un Napoli Teatro Festival organizzato “dal basso”.
La difficoltà nel reperire fondi, spazi e meccanismi pubblicitari, problemi non di poco conto, non fermano questa dilagante idea. La speranza è viva e la partecipazione attiva.
Intanto le polemiche e gli scontri (anche tra i semplici cittadini) continuano parallelamente a tener banco. In scena due schieramenti: chi gioisce per l’eventuale débacle di un festival troppo dispendioso e intellettual-chic che “la grande massa non si fila”; e chi si dispera per le opportunità (lavorative ed artistiche) sottratte ancora una volta a una città splendida ma in forte agonia.

I primi messaggi di solidarietà arrivati dagli artisti stranieri