Ne Veryu di Egidia Bruno, elogio del metodo Stanislavskij

Photo: Camilla Piana
Photo: Camilla Piana

Certo il metodo Stanislavskij è diventato proverbiale. Konstantin Sergeevič Stanislavskij (1863-1938) detestava gli attori dallo stile innaturale. Moscovita vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, stigmatizzava quel modo di recitare calcato e artefatto che spopolava alla sua epoca: le pose impostate, la rigidezza stereotipata delle maschere che rappresentavano i diversi tipi umani, la recitazione stantia di attori che riproducevano sempre le stesse scenette, gesti e battute perfettamente prevedibili per il pubblico.

«Ne veryu»: «non ci credo», ripeteva di fronte a certi attori il maestro russo. Questa sua esigenza verso la semplicità, l’ordine razionale, il buon gusto e la spontaneità è anelito ormai condiviso tra gli attori, e permea anche lo stile dell’artista lucana Egidia Bruno. Che propone il celebre metodo nel monologo intitolato proprio “Ne veryu – Non ci credo. K. S. Stanislavskij”. Il lavoro è di scena fino al 2 febbraio al Teatro Franco Parenti di Milano, dopo il debutto di fine 2018 allo spazio No’hma che l’ha prodotto.

Di Stanislavskij, Bruno porta in scena non solo l’insegnamento, ma anche l’uomo con la sua passione per le arti sceniche e la cura maniacale del dettaglio: la drammaturgia, la scenografia, le luci, i costumi, persino i camerini, che pretendeva perfettamente lindi e attrezzati, uno per ogni attore.
Stanislavskij fu tra i primi a violare la quarta parete e a far recitare anche di spalle. Mirava a scolpire l’attore così perfettamente da sviscerarne l’essenza. Il personaggio doveva travasarsi nell’attore, oltrepassare il palcoscenico, arrivare al cuore dello spettatore.


Egidia Bruno, avvezza all’acribia dei filologi, scolpisce il ritratto di Stanislavskij con l’aiuto della fisarmonica di Vladimir Denissenkov e l’ausilio di luci e immagini di Vincenzo Vecchione. A fare da contrappunto alla sua voce femminile, gli intermezzi fuori campo di Alessandro Rivola, a riprodurre pensieri e aforismi di Anton Čechov, sodale per eccellenza di Stanislavskij. Quest’ultimo si materializza a sua volta, attraverso la voce di Davide Enea Cesarin.
Vite straordinarie. Sullo sfondo appare la metamorfosi della Russia, tra guerre e rivolgimenti politici.

Spiritata, perfettamente calata nella parte, Egidia Bruno incarna quel modo di recitare che fu definito «naturalismo spiritualizzato». Lo fa un istante dopo essersi disattesa, cioè dopo aver ridicolizzato la recitazione reboante, innaturale dell’epoca appena antecedente. Ecco pertanto la proposizione lambiccata di brani tratti da Racine e Shakespeare, in una dimostrazione pratica di come non si debba recitare.
Stupisce che ancora adesso la scena contemporanea, anche in Italia, sia calcata da figure tuttora prigioniere di quegli stilemi: non si accorgono di essere la caricatura di sé stessi.

“Ne veryu” riconosce invece la particolare sintonia tra personaggio e attore. Rimarca il flusso che coniuga palcoscenico e platea. Postula l’alchimia spirituale che trasforma una drammaturgia in opera d’arte.
Lo spettacolo è un saggio del mestiere dell’attore. Lo è nel momento in cui diventa biografia di un maestro. Vi troviamo citati i vari mestieri dell’arte scenica così complessa, la capacità dell’attore di rivelare la propria sfera interiore scongiurando ogni deriva narcisistica. La performance, anche fisica, della protagonista contribuisce a liberare la visionarietà dello spettatore. Non manca un cenno al ruolo maieutico del regista, essenziale per sprigionare l’istinto e la fatica demiurgica di chi sale sul palco.

La Bruno coniuga talento naturale e formazione intransigente. Nei suoi occhi e nei gesti si armonizzano il retaggio viscerale del Sud di provenienza e la razionalità calibrata del Nord d’approdo. E intanto sfilano, nella sua carrellata, gli attori-feticcio di Stanislavskij, tra cui gli italiani Ernesto Rossi, Tommaso Salvini e l’eterna Eleonora Duse.
Su tutto, la disciplina ferrea che portò Stanislavkij a lavorare persino il giorno dei funerali della madre. E la cura inflessibile del dettaglio, lo studio continuo, come fattori irrinunciabili per acquisire una professionalità e intravvedere nel lavoro ordinario le possibilità di un’opera d’arte.

NE VERYU – NON CI CREDO – K.S. STANISLAVSKIJ
Interpretazione, testo e regia: Egidia Bruno
Musiche: Vladimir Denissenkov
Luci: Vincenzo Vecchione
Voci registrate: Alessandro Rivola e Davide Enea Cesarin

durata 1h 20’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 28 gennaio 2020

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