Nei discorsi amorosi di Santasangre. L’intervista

Konya - Santsangre

Konya (photo: Alessandro Rosa)

L’estate è finita, ricorda, con insistenza, la pioggia che batte fuori, sui vetri delle finestre, sull’asfalto delle strade romane.
Sembrano già lontani i fasti dei festival estivi, l’atmosfera di immortalità che produce l’esuberanza della rassegna, l’attimo di visibilità che sembra eterno, ma che si spegne col primo temporale, non solo meteorologico.
La lotta della programmazione, che per alcuni ha da tempo fatto dimenticare l’entusiasmo dei mesi recenti, si accompagna allo spauracchio dell’assenza di pubblico, o anche – negli incubi di ogni teatrante – di spazi accoglienti.

I romani Santasangre, Roberta Zanardo e Luca Brinchi, a dividersi tra Belgio, Jan Fabre e chissà chi altri, e i loro compagni in Italia, aspettano la nuova stagione del Romaeuropa Festival per la loro nuova creatura, “Harawi”, che dal 21 al 23 novembre sarà nella capitale.
Per la loro più recente creazione invece, “Konya”, di cui su questi monitor abbiamo già parlato e riflettuto, si prospetta, non ancora confermata, una data ad ottobre a Milano…

Oggi vogliamo andare a comprendere quell’oscuro oggetto del desiderio, che abbraccia un discorso amoroso, coi suoi creatori, Diana Arbid e Dario Salvagnini, che con un’unica voce hanno risposto con scienza e anima…

“Konya”: città santa, in Turchia, “teatro di un rito che affonda le sue radici nel mistero: il sama estatico dei dervisci mevlevi”, si legge dal web. Nel comunicato stampa dello spettacolo parlate di amore, in tutte le sue sfumature e gradazioni, fino ad arrivare all’incontro con Dio… Perché una scelta tematica e ideale del genere, in questo momento della vostra vita artistico/produttiva?
Il progetto Konya nasce da una personale riflessione sulla parola amore, ‘Amore’ inteso nella sua accezione assoluta e totalizzante, lontano dalla concezione di sentimento affettivo e ludico; un amore che tende all’ideale attraverso un processo di purificazione e perdita del ‘proprio’ fino al raggiungimento dell’Uno. Spesso siamo attratti da ciò che non riusciamo a comprendere, e che in qualche modo è lontano dal vissuto e dalla tradizione alla quale siamo abituati.
Lo studio dei Dervisci e della loro pratica è stato consequenziale e successivo, in loro esiste una peculiarità fondamentale a cui quest’ultimo progetto Santasangre si sente vicino e alla quale aspira: il raggiungimento della conoscenza attraverso la pratica, dove la città di Konya e la sua prima versione concertistica ne rappresentano il punto di partenza…

La bellezza del progetto Santasangre è quella di permettere a forme creative diverse di unirsi, trasformandosi in qualcosa di altro. In “Konya” quella video, per Diana Arbib, e quella musicale, per Dario Salvagnini, si fondono insieme…
Il lavoro Santasangre nasce dalla necessità di sviluppare idee e concetti; e anche per “Konya” è accaduto lo stesso. Questo primo sviluppo del progetto, realizzato e messo in scena a Roma a luglio, ha volutamente ricercato un respiro sonoro e visivo tralasciando momentaneamente il corpo. Per noi è stato questo il più congeniale degli inizi, poiché ci ha permesso di esplorare liberamente nuove forme compositive, slegate dalle necessità formali che spesso si incontrano nella progettualità di uno spettacolo teatrale.
Il continuo confronto con i professionisti coinvolti, Monica Demuru e Luca Tilli, ha permesso al lavoro di evolversi in un processo di stratificazione. L’immagine (video) è esposta su differenti livelli: quelli emotivi, che si delineano in forme offuscate e intangibili fino a dichiararsi in visioni definite e concrete, e quelli in cui l’immagine diventa evocativa di deserti e scheletri architettonici, che vengono sovrastati dalla pienezza sonora e fatti disgregare in sciami sincopati di farfalle.
Per la realizzazione di alcuni video ci siamo confrontati e avvalsi del supporto di Alessandro Rosa, già collaboratore in altre nostre produzioni.

Konya - Santsangre

Monica Demuru in Konya (photo: Alessandro Rosa)

Com’è avvenuto l’incontro con la performer vocale Monica Demuru e il violoncellista Luca Tilli?
L’incontro con Monica e Luca è frutto della conoscenza e della stima che nutriamo nei loro confronti; da subito abbiamo compreso come le loro caratteristiche e il loro approccio aperto e multidisciplinare ben si sarebbero legate con il progetto “Konya”, strutturato sul e nell’incontro tra forme espressive diverse, e tra culture iconografiche e musicali lontane.
Con l’aggiunta dell’elaborazione del suono tramite computer si è cosi creato un “terzetto” sonoro, dove il suo vivere di vita propria si collega con il video, in un processo di armonizzazione, nella ricerca di un globale discorso amoroso.

Il lavoro dei Santasangre sembra essersi proiettato sempre di più in una dimensione in cui il corpo è schiacciato da macchine teatrali, che l’hanno sostituito sul palco e, quando presente, perdendo la parola. È diventato dunque solo strumento, e con lui l’essere umano? Perché i tempi che corrono sembrano farlo temere…
Il corpo, nei nostri lavori, non è mai stato protagonista assoluto, né adesso crediamo sia stato schiacciato. Il tentativo è sempre stato quello di trovare un equilibrio tra tutti gli elementi espressivi… e tra questi anche il corpo. Se in alcune occasioni non è stato presente nella sua accezione drammaturgica, si è trattato semplicemente di una fase, in cui questo non era necessario. Il fine della rappresentazione è quello di comunicare degli interrogativi, delle idee, e in alcune occasioni non sempre è necessaria la presenza di tutti i media da noi solitamente usati per instaurare un dialogo con lo spettatore; si tratta semplicemente di una scelta.

C’è una precisa volontà politica che lega la scelta di “Konya” ai recenti atti di violenza che hanno condizionato la Turchia, o è semplice casualità?

La scelta della città di Konya all’interno del nuovo progetto Santasangre non è legata alla sua contemporaneità, anche se questa mette in luce ancora una volta la natura singolare e contraddittoria che la rappresentazione riflette e su cui vuole riflettere…

Com’è successo per i vostri precedenti lavori, “Konya” nasce per crescere ulteriormente, essendo questo un primo capitolo, esperimento, respiro…

In questo primo lavoro ci siamo concentrati sull’aspetto visivo e sonoro, mentre nel prossimo sviluppo ci concentreremo sull’elemento corpo…

E voci di corridoio sussurrano l’arrivo di una danzatrice in scena. Non resterà che aspettare e vedere.
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *