L’idiota. Nekrosius affonda le mani nel ‘pericolo’ Dostojevskji

L'idiota
L'idiota

photo: culturelive.lt

Ci sono spettacoli che si possono raccontare e spettacoli che è impossibile raccontare. Spiegare perché dopo una recita di cinque ore e mezza (intervalli esclusi) ci sia una platea stretta nelle fauci di una tensione emotiva feroce, o perché alle due e mezza di notte i trecento presenti facciano partire un applauso che dura quasi cinque minuti, con standing ovation a un gruppo di attori straordinario, e perché il connubio fra il regista Eimuntas Nekrosius e gli attori del Meno Fortas Theater di Vilnius sia un equilibrato esito magico è complicatissimo.

Dopo la prima mondiale nella tre giorni di Villa Adriana a Tivoli, in cui il nuovo lavoro del regista lituano è stato presentato prima diviso in due serate e poi il 19 tutto intero, il 24 e 25 giugno il festival mantovano Arlecchino D’Oro ha nel programma due repliche integrali di “Idiotas”.

La riduzione per la scena del secondo dei grandi romanzi di Dostoevskij sfronda la storia di molti dei personaggi che ne affollano le prime pagine, concentrandosi sulle figure principali: il principe Myskin, erede di una famiglia decaduta, reduce da una malattia che lo costringe ad una forma di sottile idiozia che si sostanzia in una eccessiva generosità d’animo e fiducia nel prossimo, la bella Nastasja Filippovna, donna capricciosa e tormentata che si sente indegna della purezza del principe e gli preferisce il rozzo Rogojin, provando anche a spingere il primo verso un’altra (Aglaja Epancin) pur di dimenticarlo. In realtà né Nastasja né il principe riusciranno ad allontanarsi dal sentimento che li lega, scatenando la folle gelosia di Rogojin, fino al tragico epilogo.


La scena ideata, come per l’Anna Karenina, da Marius Nekrosius è buia. Al centro, in fondo, due battenti appesi con delle corde al soffitto del palco. Gli altri elementi sono già tutti lì, come in un magazzino, pronti per essere coperti e scoperti da lenzuoli all’occorrenza: un pianoforte, tavoli, sedie, letti-culle con le protezioni alte di ferro, a metà tra infanzia e manicomio, qualche tavola e un panno nero per un tavolo.
Basta. Di tutto quello di cui si può fare a meno, si fa. Nekrosius sopperisce al resto con la sottile manovra del corpo umano, macchina simbolica attraverso voce e gesti, messa in moto da una chiave estetica che sì, ricorderà pure un tipo di regia degli anni Settanta e magari in alcuni frangenti potrebbe essere più blanda nell’uso costante del gesto-simbolo, ma resta formidabilmente coerente da inizio a fine, e serve a dare una sua formalità integra.

Le musiche originali di Faustas Latenas sono un loop che dura per tutto lo spettacolo, sottolineandone solo occasionalmente, con volume più alto, alcuni momenti. Altrimenti restano complemento di un meccanismo-orologio, in cui gli attori dialogano per cinque ore senza nessuna benché minima forma di quel primadonnismo che ammala il teatro nostrano. Anzi, è la grandezza di tutti a far grande lo spettacolo. In Italia invece è meschinamente facile vedere qualche attore di media fama preferire attorniarsi di comparse scadenti per spiccare come un “prim’attore” nella commedia dell’arte.
“Idiotas”, invece, è la prova della potenza irraggiungibile della democrazia orizzontale fra gli elementi in scena, ciascuno essendo incarnazione di un livello poetico, mimico, vocale, acrobatico della rappresentazione del proprio essere performativo, che non è in gara con gli altri, ma insieme agli altri verso il cuore drammatico di un’indagine, di una ricerca, di un avvicinamento all’arte per mezzo dell’arte.

Raccontare uno spettacolo in cui nel quarto atto, dopo cinque ore, si resta incollati con gli occhi al gesto-singulto di due giovani interpreti trentenni, che sono lì per qualche minuto esitanti sul darsi o non darsi la mano, è prova di una capacità straordinaria di creare la tensione scenica, e che si concretizza in gesti, emozioni, movimenti mai banali. Si vedono la cultura, la passione e lo studio che stanno dietro ma che non vengono ostentati.
Basta guardare alle straordinarie prove di Daumantas Ciunis nella parte del principe, di Salvijus Trepulis (Rogojin), di Elzbieta Latenaite (Nastasja) e Diana Gancevskaite (Aglaya) per avere conferma di un tipo di impegno (prove di mesi, lavoro fisico fin dalle scuole, rigore della prassi scenica) che in Italia è un sogno. L’attività fisica strutturata, nelle nostre scuole di teatro, è un miraggio lontanissimo, la disciplina e la modestia materie da tempo non insegnate più. Proprio questo non permette di arrivare da noi a risultati di perfezione fra la mano del regista e la capacità dell’attore di colorire il suo personaggio di una forma personale e distinguibile.
L’equilibrio fra interprete marionetta e mattatore, fra regista assente e dominatore tirannico risiede nella disciplina. “Idiotas”, oltre ad essere un’ottima riduzione teatrale di uno dei più grandi romanzi russi, è dimostrazione di un artigianato appassionato che, proprio perché vissuto come tale, arrivare a stupire, a fare centro.

Il linguaggio registico di Nekrosius può poi, come legittimo, trovare maggior o minor adesione estetica da parte del singolo spettatore, ma è indubbio se ne esca con la consapevolezza di aver assistito ad un kolossal, filato via senza un attimo di respiro, formalmente coerente e compatto in ogni sua parte, recitato e diretto in modo ineccepibile. Qualche parte del testo avrebbe potuto essere alleggerita, qualcun’altra inserita: è l’eterno dilemma di chi porta i grandi romanzi sul palcoscenico. Quali parole scegliere, quali togliere; dove siano i rischi, dove le trappole, e volutamente sceglierne alcune da affrontare, farsi sfiorare dall’abisso delle parole e delle azioni, portando tutto in scena.

Luigi Ronda, direttore artistico di diversi festival teatrali fra Mantova e Cremona, mi racconta di quando, tre anni fa, chiese a Nekrosius perché non avesse mai portato in scena Dostojevskji. La risposta pare fosse stata: “No, mai! E’ pericolosissimo, specie per i giovani”. Già. E’ pericolosissimo. Una messa in scena così rischia di far venire una voglia inestinguibile di teatro e di rileggere il romanzo.
Il principe porta con infantile ingenuità la mano in tasca, ne estrae qualcosa, lancia un nulla verso un mare che non c’è, di qui, in platea, lo segue con gli occhi, e poi sillaba un “pluc!” che racconta il tuffo del sasso nello stagno della coscienza.

L’IDIOTA
di Fedor Dostoevskij
con: Daumantas Ciunis, Salvijus Trepulis, Elzbieta Latenaite, Diana Gancevskaite, Margarita Ziemelyte, Vidas Petkevicius, Migle Polikeviciute, Vaidas Vilius, Vytautas Rumsas, Ausra Pukelyte, Vytautas Rumsas junior, Neringa Bulotaite, Tauras Cizas
regia: Eimuntas Nekrosius
scene: Marius Nekrosius
costumi: Nadezda Gultiajeva
musiche originali: Faustas Latenas
luci: Dziugas Vakrinas
Coproduttori: Vilnius – European Capital of Culture 2009, Fondazione Musica per Roma, International Stanislavsky Foundation – Moscow, Dialog Festival – Wroclaw, Baltic House Festival – St. Petersburg
in collaborazione con: Ministero della Cultura Lituana e Aldo Miguel Grompone
durata: 5 h 30′
applausi del pubblico: 4′ 37”

Visto a Mantova, cine-teatro Ariston, il 24 giugno 2009
Festival Arlecchino d’Oro

No Comments

  • invidiosissimo ha detto:

    uffa… mi hanno sbattuto fuori da villa adriana per il tutto esaurito… 🙁
    bravo renzo!
    Sergio

  • Maria Vittoria Bellingeri (Klp) ha detto:

    La rara magia del teatro di trasformare lo sguardo dello spettatore prende vita sul palco del Teatro Franco Parenti. Le quasi cinque ore di spettacolo di Eimuntas Nekrosius e del suo cast di bravissimi attori riesce a trasportare il pubblico in una dimensione dove la comunicazione segue forme altre e in cui le immagini si compongono con lentezza e sorpresa nella mente.
    Quello che rende unico questo teatro è proprio il risveglio dei sensi.

    La vicenda del noto romanzo di Dostoevskij non avviene infatti sul palco per narrazione realistica ma per mezzo di una partitura di azioni, corporee e sonore, tutta particolare, nata dall’improvvisazione su tema degli attori del gruppo lituano Meno Fortas. Non il racconto di una storia ma la vita che c’è dietro a questa è ciò che vogliono raccontare.

    La difficoltà al primo incontro con un linguaggio così destrutturato a livello narrativo è ovviamente quella di lasciare che le immagini facciano il loro lavoro. Ci si trova faticosamente impegnati a trovare un sistema di codifica, a leggere tutti i segni presenti in scena finendo inevitabilmente col perdere ciò che realmente sta accadendo. Solo quando il cervello cessa di cercare e ci si abbandona fiduciosi ai propri sensi ecco che una dimensione parallela si apre ed una comunicazione più sensoriale svela il sedimento affettivo-psicologico del racconto.

    Morto il naturalismo mimetico non servono più i sovra titoli perché sono i suoni, le movenze tutte particolari, i numerosi oggetti di cui è costellato il mondo degli attori a raccontarti una storia. E l’idiota acquista un senso ed una vita che quasi prescinde dal romanzo da cui è tratto,illuminandone però il tema in ogni sua scena. Non va contro il testo né tenta di raccontarlo nella sua pienezza, non si poggia su effetti registici o virtuosismi attoriali ma vuole irradiare il senso profondo del racconto. L’Idiota di Nekrosius è la storia di un essere sincero e ostinato in mezzo ad un mondo di uomini sperduti, in un “piccolo mondo di una Russia remota che recita Puskin e punisce le serve innocenti, che accumula intrighi e si fa sconvolgere dalla dolorosa bellezza di una donna, dalla sua durezza sfrontata che è anch’essa fragilità”suggerisce il libretto di sala. Amore e passione come forze distruttrice nella feroce solitudine umana.

    Sulla scena del regista lituano sono i personaggi che popolano il mondo del principe Myskin a muoversi in modo grottesco, con acrobazie, strane camminate ed espressioni strane, mentre lui, il diverso, è l’unico normale. La sua figura, piccola di fronte a questi esseri assurdi, ha una postura timida, dalle spalle incassate e un passo strisciato ma questo suo infantilismo non è immaturità ma amore per il mondo dell’infanzia e degli animali -di cui spesso imita suono e posture- . La tonalità ludica non investe solo lui, aleggia piuttosto su tutta lo spettacolo, a partire dalle culle di ferro che invadono la scena per passare alle sorelle Epancin e la loro madre, la generalessa Epancina, bambina per eccellenza, vittima dei suoi umori e caratterizzata qui da movenze dispettose e irruente. Tratto infantile quindi come topic dello spettacolo, contrapposto al senso di morte che pervade la scena e che Nastas’ja Filippovna, altro personaggio fulcro della vicenda, porta con se. La sua figura irrompe in scena come una tempesta, folle e seducente, forza distruttrice che coinvolge la sua stessa persona. L’attrice dona al personaggio movenze ferine, una energia che la rende polo attrattivo fortissimo per gli altri personaggi che in sua presenza si trasformano in cani ansimanti e bestie feroci. Stretta nel suo abito blu Nastas’ja danza, raccontando la sua passione in una reiterazione dei gesti che ricorda il mondo della danza contemporanea. Molte sono infatti le partiture fisiche create dagli attori; una coreografia di corpi che si poggia su una potente partitura sonora che accompagna tutto lo spettacolo e su cui gli attori lavorano in contrapposizione o adesione. Questo registro sonoro, lavorato dal bravissimo Faustas Latenas, svolge quindi anch’esso ruolo drammaturgico e si inserisce nella grande orchestrazione d’ensamble della compagnia con grande maestria.

    Tutte le componenti dello spettacolo lavorano insieme, con l’unico scopo di portare la vita in scena, senza sconti e trucchi, col risultato di uno spettacolo di altissimo livello e forza rara.

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