Nel lago del cor. Manfredini racconta e disegna i lager

Danio Manfredini
Danio Manfredini

“Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m’era durata la notte ch’i passai con tanta pieta”.
(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno)

Quel titolo che Danio Manfredini “ruba” dal primo canto dell’Inferno dantesco racconta, in pochi versi, tutto quel che serve. Non solo sulla performance, della quale sembra la più appropriata descrizione, ma anche sul campo di Auschwitz, nel quale lo spettacolo è nato. Sì, perché il progetto si origina proprio da una visita di Manfredini nel campo di concentramento polacco e da documenti fotografici e cinematografici sui lager trasformati dall’artista in disegni, ancor prima che in materia drammaturgica.
Un lavoro maturato e prodotto in diversi anni, che è arrivato sul palco del Teatro Astra di Torino nell’ambito del Festival delle Colline Torinesi in prima assoluta, ad un passo dal secondo lockdown.

L’incubo in cui l’artista ci trascina con “Nel lago del cor” è qualcosa di lontanissimo dagli stereotipi e, visto il tema trattato, di inaspettatamente nuovo. A farla da padrone è un bianco diffuso che pervade la scena, le quinte, il fondale, dove prenderanno vita i disegni dello stesso Manfredini, ingigantiti da una macro proiezione che si diffonde equamente anche sulle quinte. Una maledizione che costringe l’attore, suo malgrado, a relazionarcisi e a pagarne le conseguenze.

Tutto ciò che viene evocato sul palco prende vita quasi esclusivamente dal corpo, suggestionato dalle note composte ed eseguite dal vivo da Francesco Pini.
Il musicista è collocato su una pedana rialzata, anch’essa bianca, che rimanda senza scampo alle torrette di guardia dei campi di sterminio. Qui sono poste le chitarre, il pianoforte e il microfono. Un accostamento (anche cromatico) straniante e terrificante insieme.

Nell’allestimento, così come nella regia, sono presenti elementi di tremenda “rassicurazione”, che non lasciano dubbi. Il protagonista indossa la divisa a righe e il cappello tristemente noti, oltre ad una maschera, sempre creata dall’autore, che annulla i tratti somatici e rende il performer universale. Manfredini non incarna insomma un deportato ma tutti coloro che, indistintamente, hanno subìto quel martirio. La spersonalizzazione tanto ricercata dai nazisti diventa fulcro dello spettacolo e viene perpetrata con matematica perfezione. I movimenti compiuti sono quelli di un burattino in balìa degli eventi, di un clown che non fa ridere ma subisce. Le marce tornano come un mantra, facendo emergere la costrizione, l’obbedienza agli ordini, la fatica estrema.

C’è però, come fu perfino nei lager, il momento del conforto, della vicinanza, della speranza. Viene incarnato dal rapporto con la musica e con chi la produce. Un angelo che, come un vento leggero, ogni tanto sembra sollevare le membra stremate di chi subisce senza riserve.

In lontananza si odono testi di Primo Levi, Hannah Arendt, Zalmen Gradowki. Parole che ci siamo abituati a riconoscere, ma che questa volta vengono collocate in una prospettiva diversa, a cavallo tra sogno e realtà, vita e morte. La bocca di Manfredini, che le pronuncia, si fa fonte universale, capace di emanarle con un timbro quasi stridente. Vince la presenza inespugnabile di un corpo parlante raro.

NEL LAGO DEL COR
Di e Con Danio Manfredini
Musiche Francesco Pini
Aiuto Regia Vincenzo Del Prete
Disegni Danio Manfredini
Progetto Audio Marco Olivieri
Progetto Luci Giovanni Garbo
Pittore Scenografo Rinaldo Rinaldi
Costruzione Scena Alan Zinchi, Officine Contesto
Editing Video Ivano Bruner
Direzione Tecnica Guido Pastorino
Produzione La Corte Ospitale Con Il Sostegno Di Théâtre Du Bois De L’aune In Collaborazione Con Centro Di Residenza Della Toscana (Armunia Castiglioncello – Capotrave/Kilowatt Sansepolcro)
Presentato Con Asti Teatro

Durata: 1h 15′

Visto a Torino, Teatro Astra, il 24 ottobre 2020
Prima assoluta

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