Nel regno di Orfeo per mano di un Lemming

Cantami Orfeo (photo: Marina Carluccio)
Cantami Orfeo (photo: Marina Carluccio)

“Cantami Orfeo” è una ulteriore dichiarazione di poetica del Teatro del Lemming, da sempre incentrata sulla ridefinizione dello spazio e sul ruolo dello spettatore come parte integrante della drammaturgia.
In questo caso il lavoro è destinato a una ventina di partecipanti, scelta che riconferma una sorta di rituale a cui la compagnia si è affidata in passato, privilegiando un numero limitato di pubblico (fino ad uno spettatore, come nel caso di “Edipo”) al fine di renderlo sempre più cosciente e partecipe all’azione performativa.

Per il Teatro del Lemming accorciare le distanza significa condividere l’energia, costruire un ponte tra l’introspezione e la catarsi attraverso un percorso evocativo in cui le distanze non sono più tra spettatore e attore, ma tra ciò che siamo e ciò che eravamo.

La compartecipazione inizia ancora prima di accedere allo spazio scenico, quando Massimo Munaro ci accoglie in una sala di entrata dello Spam di Porcari (Lucca), nella penombra di qualche candela, e a bassa voce ci chiede di lasciare scarpe, giacche e borse per seguirlo in fila indiana, tenendosi per mano.

E’ l’inizio di un’esperienza sensoriale che, attraversando morte, rinascita e metamorfosi, vuole condurci alla consapevolezza. Un viaggio che fa un po’ eco a quello del Lemming – il roditore da cui la compagnia prende il nome, che il mito vede morire in un suicidio collettivo –, sottolineando l’irrazionale che a volte irrompe nelle nostre vite, apparentemente tranquille, quando perdiamo qualcosa di importante.

L’allestimento scenico è composto da un grande materasso su cui gli spettatori dovranno sdraiarsi in circolo, testa al centro, osservando l’azione da una prospettiva insolita. L’attrice è infatti sospesa su un piccolo ponte da cui a volte si sporge guardando gli spettatori, mentre uno specchio al di sopra di lei riflette sia la sua immagine che quella degli stessi spettatori.

Euridice/Chiara Rossini, visibile quasi interamente attraverso lo specchio, ci appare lontana, già nell’aldilà, e simboleggia tutto ciò che abbiamo perduto, o ciò che abbiamo desiderato senza ottenere. E’ lei ad accendere nello spettatore la scintilla da cui dovrebbero scaturire la memoria, i desideri e il riconoscimento di un sé/Orfeo che, dal basso, guarda l’irraggiungibile.
“Mai voltarsi indietro” ripete Euridice più volte, incluso nel momento in cui il pubblico abbandona la sala, sempre per mano e in fila indiana, a sottolineare l’importanza del qui e ora.

Con una narrazione intima che assume quasi i toni di un diario, Munaro (non visibile in scena) affronta il mito di Orfeo accompagnando la voce con il pianoforte, e incanalando nel racconto una sorta di memoria collettiva che ripercorre i fatti salienti dell’ultimo decennio: il millennium bug, le torri gemelle, la guerra del golfo…

La musica, che costituisce un ulteriore elemento drammaturgico, proviene in stereofonia da ogni lato e completa il disegno di una stanza / spazio scenico che rappresenta un’esperienza nuova per lo spettatore (non più di fronte alla scena ma al di sotto di essa, in uno spazio circoscritto dal suono).

Lo spettatore viene congedato dallo stesso Munaro con una lettera (in realtà il programma di sala) in cui viene anche invitato ad esprimere il proprio giudizio.
Perplessità e incertezza sono le sensazioni prevalenti che restano, forse anche traditi dalle aspettative, sicuramente alte per una delle realtà più indomite nel panorama del teatro di ricerca.  La parte del racconto che coinvolge il contemporaneo e la modernità rimane poco focalizzata e troppo separata dalla storia di Orfeo, ed è questo forse il punto poco centrato della scrittura drammaturgica.

Anche il mito di Orfeo, pluri-affrontato in innumerevoli versioni teatrali (di recente quella proposta dalla Tosse e Michela Lucenti), musicali (incluso il jazz) e poetiche, viene ripercorso piuttosto fedelmente, con alcuni accenni alla poesia di Maria Rilke e Alda Merini.

Il mito, se portato nella contemporaneità, dovrebbe però generare più interrogativi, fondersi con le nostre inquietudini, ma qui questo impatto non si genera: anche ascoltando le reazioni degli altri partecipanti resta la sensazione di una performance in cui la forma prevale sicuramente sul contenuto.

Cantami Orfeo
Con Chiara Elisa Rossini e Massimo Munaro
Assistenza tecnica Alessio Papa
Elementi scenici costruiti da Luigi Troncon
Musiche e regia Massimo Munaro
Una produzione Teatro del Lemming 2015

Durata: 1 h circa

Visto a Porcari (Lucca), Spam, il 21 maggio 2016

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