Nella Cupa dei Teatri: dall’omaggio a Carmelo Bene ai pensieri di donne

Una serata a I Teatri della Cupa a Campi Salentina (photo: Eliana Manca)
Una serata a I Teatri della Cupa a Campi Salentina (photo: Eliana Manca)

Una seconda edizione feconda per I Teatri della Cupa, il festival che ha portato a consuetudine l’atto di radicare e consorziare il teatro nei non-teatri di un piccolo territorio.
L’area è quella che comprende alcuni comuni a nord di Lecce: Campi Salentina, Trepuzzi e Novoli, dove Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro abitano in residenza il teatro comunale.
Per una decina di giorni palazzi, case, chiese e piazze si sono trasformati in palcoscenico, animati da artisti locali e non. E in un paio di occasioni siamo andati a sbirciare da vicino.

La prima è quasi tutta dedicata a Carmelo Bene, non solo per la contingenza geografica — nato a Campi – ma anche per quella temporale — il primo giorno del primo mese d’autunno se ne celebra il compleanno. Una duplice iniziativa particolarissima e finalmente insolita ha portato un buon numero di attenti visitatori nelle stanze di Casa Prato: una mostra — “CB, Variazioni su un ritratto” curata da Mauro Marino e Santa Scioscio, e una conferenza spettacolo, “La biblioteca impossibile di Carmelo Bene” di Simone Giorgino e Simone Franco.

In due ambienti separati, l’esposizione ha allineato le copie originali delle variazioni: quelle ‘cucite’, stampate su carta e cartoncino, e le copie libere o ‘scucite’, stampate su tessuto non tessuto in dimensione più ampia. Le due fotografie che originano l’allestimento sono i due scatti di una medesima posa realizzati da Sandro Becchetti.
Un segno essenziale sostanzia le 27 tavole. Un segno molto pratico, innamorato dell’agire e dell’uso di materiali semplici: forbici, carta, cartoncino, colla, filo da sarto, matite, pastelli. Una strumentazione mobile che produce una composizione contemplativa.


Quello specifico ritratto è, per i due curatori, l’immagine emblematica della personalità di Carmelo Bene. Lo mostrano nel suo essere “coatto, malandrino, armato di crocifisso e di coltello. Un palese atteggiamento di sfida che contrasta però con la luce degli occhi, con la piega della bocca – raccontano – La sua genialità e il suo istrionismo sempre puro, lontano dalla retorica, profondo, umanamente popolare nel suo inseguire il volo dei santi, la materia liquida dell’esserci, il potere della voce”.

La mostra omaggio a Carmelo Bene (photo: Eliana Manca)

La mostra omaggio a Carmelo Bene (photo: Eliana Manca)

Nella collaborazione fra i curatori si sposa una duplice ricerca sull’immagine: l’una maturata nell’esperienza della copy art in seno al gruppo Motus dagli anni Ottanta, per promuovere l’idea della comunicazione grafica come atto poetico; l’altra formatasi attorno al figurino di moda e al fashion design. Per entrambi il ‘segno’ muove una complessità che va oltre il rappresentato. Una comunione ermeneutica che porta parola.

Ed è proprio la parola ad esplodere nel secondo momento dedicato a Carmelo Bene, attraverso l’erudizione di Simone Giorgino e la “beniana voce” di Simone Franco. Un jukebox umano capace di attivare in un caleidoscopico movimento tutte le immagini del Maestro appese alle pareti. I Led Zeppelin su Dino Campana, Buddy Guy su l’incipit dell’Ulisse di Joyce, Claire de Lune su La Forge… quasi a sostanziare quel desiderio, per l’appunto beniano, del ‘copiare’ cinetico e infinito.

La seconda occasione offerta dal ‘festival del teatro e delle arti nella Valle della Cupa’ è tutta femminile e suddivisa in tre incontri.

Il primo è quello con Daniela D’Argenio Donati in “Tutte le cose per cui vale la pena vivere” per Tri-boo in collaborazione con Sotterraneo. Una esperienza di teatro parzialmente condivisa con il pubblico che, se all’inizio destabilizza, finisce con il conquistare definitivamente e convincere che quel milione di ragioni hanno effettivamente un senso.

Il secondo è quello con Miriam Fieno in “Else Andante, cantabile con brio” per Bottega degli Apocrifi. Uno spettacolo per attrice che ‘liberamente e surrealmente’ attualizza “La signorina Else” di Arthur Schnitzler e perturba il pubblico con sapiente energia attraverso l’immersione in una camera d’albergo dentro cui assistere, voyeuristicamente, ai pensieri della protagonista.

Il terzo incontro al femminile è quello con Licia Lanera di Fibre Parallele in “Licia legge le fiabe”, ospitato nei giorni scorsi anche a Roma per Short Theatre. Una parentesi notturna per 10 lettini, neon e tempo-r(e)ale. Una favola per non dormire, un mare che non è madre ma matrigna, non per sognare ma per deglutire a fatica, in un horror senza più voce…

Licia (Lanera) legge le fiabe (photo: Eliana Manca)

Licia (Lanera) legge le fiabe (photo: Eliana Manca)

Tre momenti che si sono offerti per riflettere sul senso della relazione in altrettante modalità, diverse ma affini, che nel cuore hanno tutta la paura di essere (donna) nel contemporaneo.

E sono “Cuori” anche quelli dell’intermezzo circense con Giorgia Basilico insieme a Dario Cadei e Giuseppe Semeraro. Una performance insieme atletica e poetica che conquista e porta in alto questi Teatri della Cupa.

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