Nella vasca da bagno di Yann Marussicch, tra immobilità e movimento

Yann Marussich emerge poco per volta da sotto 600 kg. di vetro rotti
Yann Marussich emerge poco per volta da sotto 600 kg. di vetro rotti

“I corpi sono luoghi d’esistenza e non c’è esistenza senza luogo, senza un là, senza un “qui”, e un “ci” per il questo. Il corpo-luogo non è né pieno né vuoto, non ha né dentro né fuori, così come non ha né parti né totalità, né funzioni, né finalità. Afallico e acefalo in tutti i sensi, se così si può dire. Una pelle variamente piegata, ripiegata, spiegata, moltiplicata, invaginata, esogastrulata, orifiziata, distesa, tirata tesa, rilassata, eccitata, infiammata, legata, slegata. In queste forme e in mille altre il corpo dà luogo all’esistenza”.
(Jean Luc Nancy)

Siamo all’ex Asilo Filangieri, a Napoli, quando ci imbattiamo nella performance “Bain Brisé” (“Bagno rotto”) di Yann Marussich, artista e danzatore italo-svizzero attivo a Ginevra, il cui campo d’esplorazione si situa tra la body art e la bio art.

Nel vasto e suggestivo refettorio dell’ex Asilo, ad attendere il pubblico curioso e intimidito è una vasca da bagno stracolma di taglienti pezzi di vetro, dalla cui superficie, in un bagliore chiaro e soffuso, emerge un braccio nudo. Un braccio morbido e flessuoso che, nella sua immobilità perfetta, fa sentire la vibrazione sottile esistente sotto la sua pelle. Una vibrazione costante, che di lì a poco potrà tramutarsi in azione, mentre la costante e sottile energia si propaga intorno e avvolge il pubblico.

Quel braccio comincia a muoversi, ad estrarre il primo pezzo di vetro affilato e luminescente dalla superficie di quella massa informe di frammenti, in un flusso continuo e morbido di tensione. Raggiunto il bordo della vasca quel pezzo di vetro cade al suolo, e l’eco della sua frantumazione si propaga in mille rivoli di suoni, accompagnati dalla sonorizzazione dal vivo, psichedelica e introspettiva di Julien Semoroz.
Attraverso un ritmo cadenzato e imprevedibile nel ripetersi dello stesso movimento, pezzo dopo pezzo quel braccio ostinato e imperturbabile scava all’interno della vasca, fino a scoprire l’intero corpo nudo del performer, e sino a liberarlo da quella pesante e opprimente massa di vetri acuminati.

Con la leggerezza e fluidità dell’acqua, il performer nudo si tira fuori dalla vasca. Qua e là porta addosso il segno di una piccola ferita, o lividura.
In piedi, accanto a cumuli di vetri rotti, i suoi occhi cercano lo sguardo di ogni spettatore, testimone di quella prova dolorosa e intima. Poi, calpestando i frammenti riversi sul pavimento e immerso nel rumore del loro lento sbriciolarsi, si dilegua oltre una cortina scura, avvolto dalle luci tenui, fino a scomparire. Cala un silenzio che trattiene dentro una grande energia. L’eco della presenza del performer permane nella sala.

Marussich trasforma il proprio corpo in un luogo in cui accadono cose e in cui vengono risucchiate le vite degli spettatori. Quel braccio scava nello spazio interiore degli spettatori, attraversando e superando barriere, fisiche e non, esistenti tra il pubblico e lo spazio performativo.
Colpiti ed incuriositi dal suo lavoro siamo poi riusciti a scambiare qualche battuta con lui.

Dalla danza all’immobilità, un passaggio anomalo per un danzatore…
Ero stufo di danzare perché non c’erano coreografi che mi piacessero; ma quando ero io a creare le mie coreografie non trovavo movimenti che mi piacessero. Così sono tornato all’inizio del movimento, all’immobilità.
I codici della danza e del teatro sono limiti per me. Voglio aprire un altro spazio temporale che mi dia la possibilità di fare tutto ciò che voglio. La performance mi dà questa possibilità: non ha codici, e io posso creare i miei.

Cosa rappresenta per te l’immobilità?
È il punto iniziale di tutto. C’è il germe di qualsiasi cosa e questo mi piace molto; mi piace sentire la possibilità della germinazione. Dopo aver praticato l’immobilità per 10-15 anni ho cominciato a muovermi in “Bain Brisé”, trovando un movimento che nasce davvero dalla necessità, non è un movimento pensato. Non c’è un’estetica, solo un movimento necessario. La necessità di uscire da quella vasca non è un movimento pensato con la testa. Il corpo capisce e fa tutto.

Quanto è importante nel tuo lavoro la condizione di pericolo, del rischio?
Il rischio è molto relativo, perché è già calcolato. Io scelgo i rischi, ma sono misurati sempre in rapporto al mio corpo, non faccio cose che penso siano impossibili.

Questo rischio calcolato è una costante nel tuo lavoro?
Sì, ed è anche un’allegoria. Serve a far capire al pubblico che il rischio si può attraversare senza dolore, senza conseguenze, che esso è una possibilità dell’uomo, e che ci si può addentrare nel rischio e non subirlo, affrontandolo senza paura.
Il fattore della paura è un motivo importante. Quello che propongo è un lavoro senza paura. Se c’è un messaggio per il pubblico è di non aver paura.

“Bain Brisé” chiude quello che hai chiamato “Ciclo del vetro”. Cos’è?
Il “Ciclo del vetro” è nato dalla mia esigenza di conoscere tutti i modi di vedere il vetro, in tutti i suoi aspetti. Il vetro è una cosa che siamo abituati tutti a vedere ogni giorno. Ma il vetro rotto ti capita di vederlo solo quando c’è un incidente, o un evento extra-ordinario. E il pericolo del vetro è dappertutto, è una cosa familiare. A me piace lavorare con quello che è familiare e il vetro parla a tutti. Tutti hanno una storia che riguarda il vetro. Mi piace quindi parlare di una cosa che tutti possano capire, giocando col fatto che sia un elemento molto comune ma facendone una cosa che comune non è.

Con quali altri materiali ti piace lavorare?
Il ferro, lo zucchero… tutte cose che vediamo e tocchiamo nella quotidianità. In tutte le mie performance c’è sempre un materiale molto semplice.

E il corpo cosa rappresenta?
È principalmente la vita. È l’esternazione della vita. Il cervello fa parte del corpo. La cultura occidentale mette la testa da una parte e il corpo dall’altra. Bisogna fare un tutt’uno e ripensare il fatto che il corpo ha possibilità più grandi di quelle credute. Il duetto corpo- mente è molto più potente di quanto pensiamo.
Anche il corpo ha possibilità grandissime, e io voglio fare luce su questo. Mostrare che i limiti sono nella testa: la società cerca di limitare il corpo, e quindi l’uomo, per mantenere il potere. E la paura è uno strumento del potere.

“Bain brisé” non ha una durata definita ma variabile a seconda del tempo che impieghi per liberare il tuo corpo da 600 kg di frammenti di vetro, senza riportare ferite. Cos’è il tempo nel tuo lavoro di performer?
Penso che il tempo sia una cosa inventata dall’uomo. Esiste un tempo organico. Ognuno ha un tempo differente in rapporto alla vita del corpo, ed è questo che dà il tempo. Ogni corpo mostra il proprio senso del tempo, che non è un tempo cerebrale ma organico. Quando entri in questo tempo organico, il tempo fugge. È questo che mi piace. La cosa che sento dire di più dopo una mia performance tra gli spettatori è che abbiano perso il senso del tempo…

La motivazione più profonda che anima il tuo lavoro?
Andare contro il potere e tutte le sovrastrutture che crea.

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