Nell’essenzialità di Beckett. La nuova ricerca di Brook al Napoli Teatro Festival

Lo Spopolatore di Beckett visto da Peter Brook

Miriam Goldschmidt alla prima de Lo Spopolatore (photo: Salvatore Pastore ag. Cubo)

In una afosa serata napoletana, l’emozione di assistere al nuovo spettacolo di Peter Brook, “Lo spopolatore”, mi pervade. Lontano dai social network e dalla frenesia dilagante della città, mi appresto a riscoprire un modo più ‘vero’ di fare teatro.
E ripensando alla domanda posta proprio dal regista, una settimana fa davanti alla numerosa platea in occasione della sua conferenza al Suor Orsola Benincasa, su “che cos’è il teatro” cerco di trovare una seppur minima risposta attraverso la visione matura di un uomo che ha fatto la storia del teatro, e ancora ci apre generosamente le porte a mondi che intellettualmente crediamo di conoscere, ma di cui a stento fruiremo finché non ne avremo fatto veramente esperienza.

La scena ci fa immergere subito nell’universo beckettiano del testo: un palco vuoto, solo tre scale di legno lunghe fino al soffitto; sul proscenio uno sgabellino girevole di legno, e sul pavimento un semicerchio di terra nera granulosa. Un’atmosfera gialla, “quasi come lo zolfo” la descrive Miriam Goldschmidt, attrice storica di Brook e unica protagonista della scena che, con la sua presenza ammaliante, leggerà per un’ora intera il testo di Samuel Beckett integrandolo in maniera sublime al suo fare e sentire.

A tratti udiremo dei suoni, riprodotti dal vivo dal musicista Francesco Agnello, che mai vedremo, richiamando il rumore dei tunnel e delle nicchie rappresentate nell’opera.


Il luogo immaginato da Beckett, in questo testo della metà degli anni ’60, è un cilindro di cinquanta metri di circonferenza e sedici di altezza, internamente rivestito di un materiale simile alla gomma. Lungo la metà superiore, descrive Beckett, si aprono una ventina di nicchie, alcune delle quali collegate fra loro da gallerie. Qui dentro, nel grande cilindro, esseri umani di entrambi i sessi e di tutte le età cercano di salire verso l’alto.
Sono le scale l’unica possibilità per far arrampicare le persone di questa comunità-formicaio ‘costretta’ nel cilindro, con la speranza di uscirne e liberare la propria esistenza.
Ogni tentativo risulterà però inutile: chi si accorge dell’impossibilità di arrivare fino in cima si fermerà ancor prima, restando immobile, adagiato ai muri.
Immaginiamo allora duecento persone che vivono un senso di smarrimento e una sete di fuga per raggiungere l’ipotetica salvezza, quando dal racconto ritorniamo alla realtà: siamo noi, come i personaggi immaginati da Beckett, a vivere in balìa della ricerca esasperata di una libertà che probabilmente non raggiungeremo mai.

Una madre stringe tra le braccia il proprio bambino che non ha più latte da bere. Gente corre freneticamente nello spazio, si affretta, probabilmente invano. E c’è chi si arrampica per raggiungere la cima delle scale, dove non troverà altro che tunnel e nicchie.
Il linguaggio scelto da Beckett per raccontare queste speranze vane è sadicamente distaccato, quasi scientifico, da narrazione documentaristica.

Ma nel racconto, forte e primitiva è la presenza di Miriam Goldschmidt, che catalizza a sé parte del pubblico con uno sguardo sincero, di chi il teatro lo vive con l’anima. Dalla sua fisicità trapela il timore, la paura di essere in quel luogo, in quel vuoto che Brook è capace di portare in scena restituendo al teatro la sua dignità di esistere.

“Lo Spopolatore” proposto dal regista disorienta però il pubblico napoletano, tediato o poco abituato ad ascoltare il silenzio e l’essenzialità di un teatro che è molto più vicino a noi di quanto forse non pensiamo. In molti escono scontenti, per non avere assistito ad un teatro “diverso”. Ecco allora riemergere un insegnamento del regista: non riusciremo mai a chiudere il teatro in una semplice definizione o categorizzazione; potremo parlare di teatro d’intrattenimento, teatro di parola, teatro di rottura e così via, ma se non faremo di questo teatro qualcosa che sia vicino alla nostra vita allora ogni tentativo di definizione sarà spazzato via dal tempo.
Finito lo spettacolo ascolto i commenti del pubblico, domandandomi quale fosse l’aspettativa delle persone, e più in generale cosa si aspetta oggi la gente dal teatro.

L’intento dichiarato di Peter Brook è risvegliare le coscienze e aprire le menti, facendoci per un attimo allontanare dalla limitata condizione esistenziale in cui siamo immersi o, proprio come alcuni personaggi beckettiani, da cui siamo assuefatti. Se non abbandoniamo la presunzione di afferrare il senso del teatro con il solo intelletto, probabilmente non ne gusteremo mai completamente la bellezza.

«Beckett infastidisce sempre per la sua onestà – ha dichiarato Peter Brook a proposito dello spettacolo – Il pubblico arriva ancora a teatro con la pietosa speranza che prima della fine dello spettacolo, il drammaturgo gli avrà dato una risposta. Non accetteremmo mai la risposta che potrebbe proporci, e tuttavia, per un’illogicità incomprensibile, continuiamo ad attenderla».

LO SPOPOLATORE
di Samuel Beckett
una ricerca teatrale di Peter Brook
regia: Peter Brook
in collaborazione con: Marie-Hélène Estienne
con: Miriam Goldschmidt
luci: Philippe Vialatte
percussioni: Francesco Agnello
coproduzione: Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Ruhrfestspiele Recklinghausen
con il sostegno di Centre International de Recherche Théâtrale de Paris
e di Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea
Lingua francese con sottotitoli in italiano
durata: 1h

Visto a Napoli, Teatro Sannazzaro, l’8 giugno 2013
Prima mondiale


 

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