Nell’intimo di una congiura. Videointervista sul Giulio Cesare di Andrea Baracco

Giulio Cesare - Foto di locandina

Giulio Cesare – Foto di locandina

Tre porte. Che si muovono, cambiano, quasi a confondere la possibilità di una via d’uscita, quasi a giocare al destino come con le tre carte. Porta vince, porta perde.
E’ questa la scenografia mobile di Arcangela di Lorenzo attorno a cui ruota la messa in scena del “Giulio Cesare” di Shakespeare nell’adattamento di Vincenzo Manna e Andrea Baracco, quest’ultimo anche alla regia.
Lo spettacolo è stato invitato a rappresentare l’Italia al Festival Globe to Globe per le celebrazioni delle Olimpiadi di Londra 2012, riscuotendo un buon successo oltremanica.

Il focus di tutto è spostato sui congiurati, sul profilo intimo e personale, angosce e paure di coloro che fanno da contorno ad una figura ingombrante, ma che, come tutti i padri della patria, assume poi a distanza una valenza ambigua e una statura ex post-inarrivabile, prima che la frammentazione e la faida seguente alla scomparsa del capo supremo non porti in luce l’incapacità dei proci di sedere sul trono di Ulisse, dei congiurati su quello di Cesare e così via.

Giandomenico Cupaiuolo (Bruto) e Roberto Manzi (Cassio) sono le figure colte nel dilemma del bene oltre il male.


L’allestimento gioca su tinte oscure: su luci, volti e mani che emergono dal buio, su porte del destino che non possono non ricordare, anche per alcuni movimenti, quelle che occupavano la scena nell’”Idiotas” di Nekrosius. Anche il grande maestro faceva in quello spettacolo saltare un attore in cima ad una porta, quasi a voler cercare un punto di vista diverso da quello della gente comune.
Ma forse è proprio questa velleità di ergersi ad un livello superiore che fa poi perdere il contatto, nel Giulio Cesare, con il senso comune, e che porterà alla disfatta totale di Bruto e Cassio, di cui il testo shakespeariano racconta. La sensibile riduzione drammaturgica operata da Manna e Baracco al fine di adattare il testo a pochi interpreti (i fratelli Taviani, per la loro versione cinematografica, avevano invece dato lavoro a mezzo carcere di Rebibbia…) concentra il focus sulle figure di Bruto, Cassio e Antonio, relegando le figure femminili, comunque ben interpretate da Aurora Peres e Livia Castiglioni, a bassorilievi non completamente scolpiti.

Il dialogo fra le tre figure maschili mantiene i vertici poetici originari, che lo spettacolo cerca di tradurre in una sorta di coreografia emotiva con movimenti studiati nei minimi dettagli, in un dialogo con le luci di Javier Delle Monache raffinato e non frequente per attenzione e calibro.

Nella seconda parte dello spettacolo ci pare manchi uno scarto, un’altra idea forte che si aggiunga alle porte, che sviluppi ancora oltre, aggiungendo linfa laddove il testo era stato ridotto.
Le dinamiche fisiche degli attori in scena, cui la regia affida il tentativo di risolvere il gioco fra i congiurati, si muovono verso un’interessante densità, ma nella memoria di lungo termine dello spettacolo si avverte che quella raggiunta non è forse quella sperata: come un vino gradevole, ma con una persistenza del gusto non ancora prolungata il giusto.

Abbiamo parlato con gli interpreti Cupaiuolo (Bruto) e Portoghese (Marc’Antonio) dopo una delle recenti repliche dello spettacolo a Cagliari, nell’ambito della stagione del CeDAC. Ve ne raccontiamo nella video intervista di oggi. 

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