Netmage 11 – International Live Media Festival: le derive di un linguaggio

Barokthegreat - Russian Mountains
Barokthegreat - Russian Mountains

Barokthegreat – Russian Mountains (photo: netmage.it)

Il pregiudizio non permette di vedere. È banale a dirsi; ma è ormai da qualche tempo che proprio le banalità, tutto ciò che ormai si dà per scontato, mi sorprendeno nella loro ovvietà. Riguardo al pregiudizio, nello specifico, si può fare poco: non è qualcosa che si sceglie davvero, è piuttosto qualcosa che “succede”. Però lo si può limitare, lasciando un discreto margine alla possibilità di sorprendersi.
Prendiamo un evento specifico per allargare un discorso.

Ammetto di essere andata alla prima serata di Netmage 11 – International Live Media Festival, rassegna svoltasi di recente a Bologna, con una buona dose di pregiudizio, rivolto non tanto all’evento in sé, molto curato sotto tutti gli aspetti, quanto piuttosto alle derive della performance contemporanea. Il non territorio in cui dilaga mi lascia talvolta perplessa, quasi sempre indifferente. Trovo che il concetto di ibrido e quello di mutevolezza si prestino a mistificazioni che finiscono per avvitarsi su se stesse, aumentando la produzione artistica, ma lasciando inalterata la produzione di senso. Quasi che l’eredità di tanti, penso tra gli altri a Debord e Deleuze, sia rimasta un’ottima base teorica, poco realizzata nella pratica artistica contemporanea.

Parlo da un punto di vista assolutamente personale, esercitando un diritto al pregiudizio che trovo fondamentale, forse perché inevitabile. Allo stesso tempo mi sembra però completamente inutile partecipare a un evento solo per confermare il suddetto pregiudizio, che quasi mai ha bisogno di conferme per esistere: gode già di buona salute nel suo isolamento, forte di convinzioni che difficilmente possono essere messe in discussione. Meglio non partecipare, allora, non fosse altro per evitare di rimpiangere quella che, a posteriori, verrà considerata solo una perdita di tempo.

Decidere di andare perciò è stato, di fatto, una sospensione di quello stesso giudizio, un provare a vedere.

Il primo evento è “Life Kills”, un’installazione di Massimiliano Nazzi, artista multidisciplinare e componente del Teatrino Elettrico, un progetto multimediale che insegue le possibilità espressive di oggetti meccanici. Quattro aspirapolveri appesi nel cortile di Palazzo d’Accursio, in moto circolare perpetuo e accompagnati da sonorità industriali, meccaniche: questo il primo punto di vista dello spettatore sull’installazione. Con la possibilità di accedere al sottotetto del palazzo, il punto di vista si è ampliato e allo stesso tempo frammentato. Passando attraverso varie stanze, le componenti visive e sonore dell’installazione erano percepibili non più in una visione unitaria, ma singolarmente e da diverse prospettive. Un effetto straniante: gli oggetti erano sempre gli stessi, l’azione era ripetuta, solo cambiava il punto di vista; la frammentazione, unica forma di vitalità, era data unicamente dal movimento fisico dello spettatore. Quasi una rincorsa in cui i ruoli erano ribaltati, come se l’installazione potesse vivere, e davvero lo facesse, indipendentemente dalla presenza di uno sguardo a cui rivolgersi, che poteva esserci o non esserci, indifferentemente.

A seguire, quasi senza soluzione di continuità, “Russian Mountains” del duo italiano Barokthegreat, in collaborazione con il musicista olandese Michiel Klein. Un altro spazio, questa volta all’interno del palazzo. Il punto di vista era focalizzato su un triangolo rovesciato, pulsante: attraversato dalla luce, era proiettato su dei veli; la variazione luminosa interagiva con delle frequenze sonore. A terra due figure incappucciate che, dando le spalle agli spettatori, ne rappresentavano una sorta di estensione, pur essendo parte integrante della performance: con impercettibili movimenti guidavano il variare di luce e suono, in crescendo. Fino a un ribaltamento della visione: del triangolo diventava visibile il solo perimetro, in una prospettiva moltiplicata e leggermente sfalsata. Una negazione della centralità costruita fino a quel momento, per poi arrivare al buio; un punto di nuova partenza, per ri-costruire e ripetere il processo di unità e frammentazione.

A concludere “Criptofonia”, concerto per sette fruste e farfisa di Zapruderfilmmakersgroup. Nella splendida sala Farnese di Palazzo d’Accursio, sette suonatori di frusta ascoltavano in cuffia una polka di cui restituivano la sola partitura ritmica. La parte armonica della polka, rievocata da una farfisa, diventava un tessuto di note fisse, prodotte in sequenza. Di ritmo e armonia originari restavano tracce che, in un gioco di sovrapposizione tra suono dal vivo e suono registrato, arrivavano a una saturazione tale da generare una disgregazione completa: una deflagrazione di rumore.

Ecco quanto “sono riuscita a vedere” della prima sera di Netmage 11. Senza dubbio ci sono spunti di riflessione e direzioni d’indagine, certo senza approdi sicuri, senza risposte. Ma questo è apertamente dichiarato dagli organizzatori: l’obiettivo è di dare una temperatura della ricerca nel campo dell’audiovisuale.
Il punto, e qua nello scrivere torna a mordere il pregiudizio di cui sopra, è che forse questa ricerca, pur ponendo questioni tutt’altro che banali, rischia di cadere nell’autoreferenzialità del linguaggio. Una riflessione/domanda che emerge spesso in questo nostro contemporaneo artistico, non certo solo in occasione della rassegna bolognese.
Personalmente credo che un ragionamento sul linguaggio sia inevitabile in un tempo di proliferazione di mezzi d’espressione; ma occorre stare attenti a non fossilizzarsi in un momento che è semmai da superare. O il rischio potrebbe essere l’esaurimento del fine nel mezzo: la composizione ossessiva di un alfabeto che tuttavia non sa costruire una lingua.

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