Niente più niente al mondo. Annina Pedrini e il delirio di una madre

La classe operaia non va in paradiso ma dritta all’inferno in “Niente più niente al mondo”, parabola noir di una famiglia proletaria della periferia torinese raccontata da Massimo Carlotto e messa in scena da Fabio Cherstich al Franco Parenti di Milano.

Un monologo di 45 minuti per quasi trent’anni di storia italiana, quella che forse i manuali scolastici non racconteranno mai: l’Italia dei licenziamenti di massa, del lavoro nero, dei servizi sociali inesistenti, del fallimento delle lotte operaie degli anni Settanta, della rassegnazione o della rabbia da sfogare contro i nuovi ultimi, gli immigrati.

A dar voce a questo affresco cupo e contemporaneo è Annina Pedrini nei panni di una donna di mezza età che ha appena ucciso la figlia ventenne. Attraverso la sua delirante confessione emergono i contorni di una vicenda tragica e realistica che rivela la miseria economica e soprattutto umana e culturale dei nostri giorni.
In questo fiume ininterrotto di parole, di prezzi di beni di largo consumo, di marche alimentari, c’è il dolore per una vita da discount, in cui l’orizzonte dei sogni si è accorciato nel giro di pochi anni.


La protagonista è una donna che vive di frustrazione e rabbia. Da giovane ha sposato un operaio della Fiat, immaginando un futuro di soddisfazioni: lui avrebbe fatto carriera in fabbrica, avrebbero tirato su per bene la loro figlia, insieme sarebbero stati felici. Immaginava “il cielo in una stanza”, proprio come la canzone da cui è tratto il titolo dello spettacolo, e sulle cui note per qualche momento lei si lascia andare ai bei ricordi, avvolta da luci stroboscopiche.

Ma la vita a volte distrugge sogni e speranze. Il declino della prima azienda automobilistica italiana è la fine di un’epoca. Nelle case degli operai c’è prima la crisi, poi la rassegnazione, infine il risentimento.

Un’epopea scorre attraverso l’evocazione di alcune immagini significative: il marito proletario che straccia la tessera della Cgil, la protagonista costretta ad andare a servizio come donna delle pulizie tutti i giorni da due ricche signore per cui prova una profonda invidia, la rabbia da sfogare verso gli immigrati, rei di “aver portato via il lavoro agli italiani”. Uno scenario da cui la donna cerca di evadere guardando al mondo patinato delle riviste, della tv del disimpegno e dell’illusione. Un mondo culturalmente vuoto e meschino, che alimenta la speranza di riscatto delle periferie e della classe operaia, mostrando l’approdo in televisione come punto di arrivo. Per la scalata sociale che una volta si conquistava attraverso lo studio, il sacrificio e l’impegno, oggi può bastare una comparsata in uno studio televisivo.
Diventare velina, soubrette o semplicemente “tronista”: proprio verso questo riscatto la donna vuole incamminare la figlia. Invece la ragazza è felice di lavorare come pony express, e si fa bastare i piccoli svaghi che la loro condizione consente.

In questa miseria spirituale e morale di disillusioni e falsi miti, queste persone sono veramente colpevoli dei crimini che compiono? La pièce sembra porre questo interrogativo, restando fedele alla fonte letteraria (il romanzo di Carlotto del 2004) raccontando, attraverso una storia privata fulminante, un capitolo di storia italiana.

Su una scena semplice ed essenziale, composta da un tavolo rettangolare verde scuro a cui siede la protagonista, e su cui è ben visibile l’arma del delitto, un coltello affilato, si consuma il monologo di Annina Pedrini. Il suo personaggio diventa simbolo di una fetta del nostro Paese: non di una minoranza silenziosa, ma di una maggioranza ferita e dimenticata.
Nel gesto velleitario ed estremo della protagonista c’è l’epilogo di un periodo tragico, in cui il confine tra vittime è carnefici è labile e sfumato.

L’attrice porta addosso le sofferenze e l’amarezza della protagonista. Il suo volto è solcato dalle rughe del dolore e il corpo reca i segni del tempo e della fatica. C’è pesantezza e livore in quella fisicità un tempo prorompente e disinibita.
L’interpretazione di Pedrini è generosa e coraggiosa, anche se il tono teso e concitato tenuto per così troppo tempo rischia di stancare, così come quell’inflessione torinese eccessivamente posticcia.
Accompagna la protagonista con due camei Marina Occhionero, proiezione della figlia appena uccisa, che all’inizio dello spettacolo si muove sulle note di Emi Skilla, mentre sul finale compare silenziosamente a tormentare la coscienza e i ricordi della madre.

NIENTE PIÙ NIENTE AL MONDO
di Massimo Carlotto
con Annina Pedrini
e Marina Occhionero
regia e spazio scenico Fabio Cherstich
luci Gigi Saccomandi
costumi Sarah Grittini
produzione Teatro Franco Parenti

durata: 45’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 20 gennaio 2017

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