Niguarda, l’epopea onirica del teatro popolare

Photo: Fabio Lorenzini
Photo: Fabio Lorenzini

L’etichetta di “teatro amatoriale” è spesso depistante. Per rendersene conto, bastava recarsi il terzo weekend di giugno al Teatro Argomm di Milano a vedere “Attenzione! Epopea dell’irrealtà di Niguarda”, spettacolo realizzato da Minima Theatralia, associazione di promozione sociale che punta all’innovazione attraverso un teatro sociale e interdisciplinare.
Argomm può accogliere solo 50 spettatori per volta. Di qui l’esigenza di tre repliche in due giorni, sotto una cappa d’afa che bottigliette d’acqua, ventagli e pinguini non bastano a sbaragliare.
Ma una surreale atmosfera di festa prevale su tutto.

Siamo a poche centinaia di metri dall’Ospedale Maggiore, imponente esempio d’arte razionalista fascista. Un enorme murales in via Majorana ci ricorda invece la vocazione antifascista, più autentica, del quartiere. Qui nacque e visse la partigiana Gina Galeotti Bianchi (nome di battaglia Lia), uccisa dalla Wehrmacht il 29 aprile 1944. A Lia sono dedicati il vicinissimo Teatro della Cooperativa e uno degli spettacoli memorabili del suo direttore artistico, Renato Sarti.

“Epopea dell’irrealtà di Niguarda” è un’opera onirica che riscrive in forma drammaturgica storie e testimonianze di un quartiere dalle lontane origini paleocristiane. Con la guida di Marta Marangoni e Alessandro Grima, con la supervisione drammaturgica di Francesca Sangalli, un gruppo d’attori dilettanti mette in scena personaggi dall’alone immaginifico, secondo stilemi che s’ispirano a Jodorowski e, in qualche modo, a Stefano Benni e Pupi Avati.

Un water-closet, un pianoforte a muro, una teoria di cornici vintage sono gli elementi scenici di questa sorta di spettacolo in trance, che racconta un quartiere attraverso storie e personaggi bizzarri. Il filo conduttore è il canto di Marta Marangoni, anima del progetto, inerpicata sul pianoforte nelle sue crinoline da bambola spoglia, in pericoloso equilibrio su un fazzoletto di centimetri quadri.
Anima progettuale, anima canora, la Marangoni. Sotto di lei il ciuffo negletto di suo marito, Fabio Wolf al pianoforte (insieme sono i Duperdu) per uno spettacolo squinternato e fantasioso.

Si parte dallo studio della storia di Niguarda. S’innesta un nugolo di personaggi uniti da un sottilissimo filo genealogico. Cronaca e leggenda s’inseguono. È una sfilata di spose, vedove, donne incinte, ermafroditi, clown tristi, santone e sciantose. C’è l’anarchico, c’è la donna luna, c’è l’uomo delle stelle. C’è l’ostetrico più impacciato e delicato del mondo.
Attori senza scuola. Il teatro come coesione e riscatto. Un’umanità che avrebbe mandato in solluchero Pippo Delbono e forse Pasolini.

La rievocazione della vita di provincia è proposta con toni grotteschi e caricaturali, visioni oniriche di grande suggestione. Sullo sfondo, leit-motiv altrettanto cronachistico e leggendario, il fiume Seveso, enorme serpente sotterraneo che puntella da sempre la storia di Niguarda con le sue esondazioni.

Marta Marangoni spiega il senso del progetto: «Siamo un gruppo di artisti di varia età e formazione che hanno deciso di convogliare le proprie forze e conoscenze (dal teatro alla musica, dalla clownerie alla drammaturgia più complessa, fino alla psicologia) in un’attività aperta alle storie e alle esperienze degli abitanti di Niguarda, grazie anche al sostegno teorico e alla supervisione del Dipartimento di Teatro Sociale dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Torino».

Il teatro sociale come partecipazione, formazione ed emancipazione, dunque?
Il tutto nasce come esperimento all’interno del master di teatro sociale e di comunità che ho frequentato dal 2008 al 2011 presso CRT Teatro dell’Arte, quando ancora c’era il prof. Sisto Dalla Palma. M’interessava la dimensione del teatro come strumento per ricreare quella socialità smarrita, in altre parole la “comunità” che non esiste più. Questo poteva dare un senso ai cittadini che potevano sentire legittimato il proprio diritto all’espressione, ma anche agli artisti che cercavano un senso per la propria ricerca. Nel 2009 è partito il primo gruppo e l’associazione Minima Theatralia è divenuta contenitore di sogni e di desideri che il mondo lasciava irrealizzati. Chi aveva un sogno ce lo raccontava e noi provavamo a elevare quel desiderio con il magico aiuto dell’arte. E dell’amore.

Dell’amore?
Lo so che divento melensa. Ma senza amore questo progetto non esiste. Amore per le persone. Amore per i loro difetti, che come insegna il teatro diventano pregi. Amore per la relazione, per la cura, per l’accoglienza, per il diverso.

E “diversi”, perché sfuggenti a ogni catalogazione, sono proprio gli attori coinvolti nel progetto.
Abbiamo tentato di creare un gruppo eterogeneo in controtendenza con i soliti metodi del teatro sociale, che articola laboratori per questa o quella categoria. In questo esperimento si vuole dimostrare che noi siamo una microcomunità in cui la convivenza fra persone e personaggi diversi – molto diversi – è possibile e anche fruttuosa.

Come ci siete riusciti?
Lavorando quotidianamente per realizzare qualcosa di molto pratico, cioè lo spettacolo teatrale. Le persone trovano, in questa logica del “fare”, le proprie affinità umane che superano le differenze. Inoltre nascono delle microeconomie basate sul baratto, sul prestito, sul riciclo dei materiali: il “teatro anticrisi”, come l’hanno una volta definito in un articolo. Queste pratiche ecologiche e anticonsumistiche creano del valore misurabile.

Voi avete misurato anche il coinvolgimento del quartiere.
Lo abbiamo ottenuto semplicemente chiedendo. Il principio è: “Mi serve qualcosa”. Se chiedo, instauro un circolo virtuoso di solidarietà. Nello stesso tempo, con il passaparola, la notizia dello spettacolo si diffonde. Quindi sto facendo anche promozione. Questa prima tappa è supportata dalla Cooperativa Abitare, dalle Pompe Funebri Turati e dalla sezione niguardese dell’A.N.P.I. Il lavoro sull’Epopea dell’irrealtà di Niguarda proseguirà con approfondimenti, interviste e lavoro di rete con le associazioni locali per sfociare, nel giugno 2018, con la Grande Festa di Quartiere, coordinata da Minima Theatralia, con la partecipazione di gruppi e associazioni del territorio che propongono concerti, coro, attività, installazioni, banchetti, buffet, nella splendida cornice delle Corti Ottocentesche Niguardesi.

E l’idea dei bottoni come oggetto simbolico che ritroviamo in costumi e scenografie?
Il format prevede azioni che operino a livello simbolico sulla comunità. Nel corso del laboratorio viene scelto come simbolo un oggetto quotidiano che costituisce l’elemento principale d’installazioni, scenografie e costumi della performance. Tale oggetto viene raccolto porta a porta fra abitanti, commercianti e associazioni del quartiere. Quest’operazione è vantaggiosa dal punto di vista economico, poiché si avvale del principio del riuso e del riciclo. È programmatica dal punto di vista comunitario, poiché ingaggia diversi soggetti che contribuiscono con passione e generosità al progetto, sia fornendo materia prima, sia producendo forme di volontariato. Infine è innovativa dal punto vista promozionale, poiché genera curiosità e aspettativa riguardo all’evento finale in cui ritrovare l’oggetto donato. Solo grazie a tale azione capillare la festa diventa espressione di un impegno di tutta la comunità, e non esclusivamente del gruppo dei partecipanti al laboratorio. Si crea qualcosa di grande, più grande della somma dei singoli contributi.

Photo: Fabio Lorenzini

Photo: Fabio Lorenzini

Che cosa resta di Niguarda nella realtà di tutti i giorni?
Il quartiere con radici storiche profonde, ma in via d’estinzione ahimè. Lo spirito del vecchio borgo, dove quando t’imbarchi sul tram 4 qualcuno dice ancora: “Vai a Milano?”. Il sostegno reciproco tra i commercianti locali. La rete delle associazioni.

Una storia particolare che diventa universale.
Il teatro apre la domanda sul senso dell’essere qui e ora. Tale dimensione esistenziale della teatralità spinge sempre più persone a voler essere attori e non solo spettatori. Di qui lo slancio a organizzare e condurre laboratori di teatro e a sfruttarne le enormi potenzialità di promozione delle reti sociali attraverso l’espressività. Dal 2010 portiamo avanti il progetto “Ascolto il tuo cuore, città” con un gruppo stabile eterogeneo (cittadini italiani e stranieri dai 21 ai 66 anni – che legittima in sé l’esperienza del diverso e del conflitto) con il quale dialoghiamo e ci interroghiamo proprio sui temi della cittadinanza consapevole. L’anno prossimo il Teatro della Cooperativa ci darà uno spazio nella stagione. Noi adoriamo questi interpreti, che hanno scritto di loro pugno con grande generosità pagine cariche di emozioni e poesia, fidandosi anche della guida di Francesca Sangalli e del suo adattamento alla scena.

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