N.N. I Figli di nessuno nelle generazioni di Teatro i

N. N. è in scena fino al 27 a Milano

N. N. è in scena fino al 27 a Milano

A pochi metri da Porta Genova, affacciato sui Navigli, Teatro i, spazio indipendente di Milano gestito dal 2004 dal regista Renzo Martinelli, dall’attrice Federica Fracassi e dalla dramaturg Francesca Garolla, sin dai suoi primi sipari ha privilegiato la drammaturgia contemporanea, la sperimentazione e le voci teatrali più giovani, intrecciando una fitta rete di collaborazioni e percorsi pedagogici.

Dietro la porta nera del teatro, fino al 27 aprile, il sipario si alza su “N.N. Figli di nessuno”, primo atto di un trittico della Garolla diretto da Martinelli.
In scena lunghe tavole di legno, luci al neon, credenze di salotti buoni, una sedia a rotelle. Solo due figure umane, quelle di Giovanni Battaglia e Matteo de Mojana.

N. N. sta per Nomen Nescio, nome sconosciuto, come quello che ci si porta dietro dalla nascita, ereditato per caso da genitori sconosciuti, per volontà di burocrazia.

Messo in scena per la prima volta nel 2010, “N.N. Figli di nessuno” è stato poi tradotto e rappresentato in Francia, in tre celebri teatri a Saint-Nazaire, Nancy e Lione; e sarà presto tradotto anche nella Repubblica Ceca.

Al primo atto del trittico di Garolla sono poi seguiti altri due testi, “Solo di Me – Se non fossi stata Ifigenia sarei Alcesti o Medea”, in cartellone a maggio al Teatro i e fra i testi che rappresenteranno l’Italia al prossimo Festival d’Avignone, e “Non correre Amleto”, in programma il prossimo settembre, entrambi ancora incentrati sul rapporto tra l’io e l’altro e l’esigenza del presente di comprendere il suo tempo, rifacendosi alle figure archetipiche del mito e dei classici della letteratura.

Sul palco di “N. N.” un padre e un figlio, l’uno davanti all’altro eppure irriconoscibili, legati solo da un cognome e da una lieve somiglianza somatica.
Potrebbero anche restare da soli sul palcoscenico e continuare ognuno il proprio monologo, ma è un soliloquio che non ha ragion d’essere senza l’altro che ascolta, che cerca di capire.
Il primo racconta delle piccoli grandi rivolte degli anni Settanta; l’altro resta sordo alla nostalgia. Appare un passato, e il suo immaginario, quello delle lotte giovanili, degli slogan, dei cortei, sì nazionale ma forse non universale, incapace di resistere al tempo e coinvolgere chi non l’ha vissuto in prima persona. Una storia che forse, triste ma vero, oggi non ha più molto da dire.

Il dramma, più che storico sembra intimo, familiare. L’incomunicabilità tra due generazioni è come uno stato di famiglia, una tragedia da camera che si consuma nella sala d’attesa di un ospedale, in un vecchio salotto ormai spento e silenzioso, durante la veglia funebre di un corpo già diventato altro dalla persona a cui è appartenuto. La storia è un’ospite discreta, entra in punta di piedi, resta velata sullo sfondo. I suoi slogan e le sue battaglie scivolano come un filmato d’epoca. Il suo ritmo si mescola a quello immobilizzato nel momento successivo al dolore della morte del padre, nella quiete del funerale, quando il dramma inizia a infiltrarsi nelle pieghe della vita quotidiana, il passato prossimo si diluisce e quello remoto si avvicina vertiginosamente.

L’una davanti all’altra ci sono due generazioni, ma soprattutto due persone: Saturno, il padre, il pianeta ombroso, il divoratore dei propri figli, e Claudio, il figlio, il magnanimo, l’imperatore, ma anche il claudicante, insofferente agli obblighi e ai doveri da prole. E, in questo caso, il nevrotico, fagocitato dall’angoscia quando il padre è in ritardo e ora quasi sollevato perché il padre è morto e la guerra è finita. Saturno, come Claudio, intimorito dal ruolo di padre, dalle responsabilità, dalla prospettiva di finire rinchiuso in uno stereotipo; allora diventa egoista, assente, narciso, sparpaglia le sue foto per casa, dissemina autoritratti e primi piani. La sua faccia è indimenticabile e, ora che è morto, Claudio se la ritrova stampata sulla sua.

Simili ai propri genitori eppure inevitabilmente diversi, perché se è vero, come diceva Zola, che è l’ambiente a determinare la propria personalità, i figli degli anni Ottanta o Novanta sono per natura incapaci dello stesso furore dei padri, o per lo meno per gli stessi motivi.
Ma poi, se il passato avesse dato alle marce sessantottine un’aura di rivoluzione ben più grande di quella reale? “Avanzavamo senza coraggio” ammette il padre, e forse il coraggio è venuto dopo, nei ricordi, nei fotogrammi, negli articoli di giornali. All’epoca, forse, si era solo trascinati l’uno dall’altro, si andava in strada perché non si poteva fare altrimenti, perché lo facevano tutti.
Inscatolato in un’eredità incomprensibile, il figlio si ritrova con la stessa faccia del padre, gli stessi lineamenti, forse anche gli stessi vizi del linguaggio, le stesse movenze, condannato a restare sempre figlio, fino alla morte, metaforica oppure no, del padre.

In scena la disposizione degli spazi sembra seguire cronologicamente l’evoluzione dell’intreccio. Le luci al neon, le tavole di legno, il gioco di chiaroscuri alimentano il rincorrersi temporale. La scenografia sembra fare da sostegno alla memoria, i ricordi si appoggiano sulle assi, sul legno delle credenze e sul timbro degli attori.
Di per sé evocativo, il testo è amplificato, a volte anche troppo, dai personaggi, spesso un po’ troppo carico e poi improvvisamente diluito tra silenzi e pause sceniche. L’impressione è quella di assistere ad un testo che scivolerebbe anche con meno artifici teatrali ma la bravura degli attori, il riconoscersi nella sensazione di estraneità alla propria stessa famiglia, aiutano la sospensione dell’incredulità richiesta allo spettatore.

Il lieto fine non esiste, ma un degno epilogo si profila forse, poco prima del buio. Accettare l’impossibilità di capire, di sentirsi animato dagli stessi sentimenti. Lasciare andare il passato, come si lascia affondare un sasso nell’acqua. Far deragliare metaforicamente gli effetti personali dei propri padri, come i tre fratelli di Wes Anderson nel treno per il Darjeeling, che decidono di lasciare in India le valigie del padre scomparso e la loro ossessione per lui. Abbandonare ciò che è stato. E, finalmente, non farsene più una colpa.

N.N. Figli di nessuno
di Francesca Garolla
regia di Renzo Martinelli
con: Giovanni Battaglia e Matteo de Mojana
suono e video: Fabio Cinicola
luci: Mattia De Pace
produzione: Teatro I con il contributo di Next – Laboratorio delle Idee

durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Teatro I, il 13 aprile 2015

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