Non andrà tutto bene. Intervista ad Antonio Rezza

Rezza in Anelante (photo: Flavia Mastrella)
Rezza in Anelante (photo: Flavia Mastrella)

In questi mesi ci siamo tutti ritrovati più o meno disorientati. Cosa possiamo aspettarci dal futuro, in generale e per quanto riguarda le arti performative? Il periodo del lockdown è stato senz’altro un lungo, talvolta estenuante, momento di confronto, inevitabile e violento, con un presente minaccioso, quasi a confermare la prima battuta di “Fratto X” della inossidabile coppia Rezza / Mastrella: “La spensieratezza va stroncata sul nascere”.
Abbiamo parlato di questo periodo con entrambi. Oggi partiamo dalla chiacchierata con Antonio Rezza, cui seguirà quella con Flavia Mastrella.

Nella puntata dei Troppolitani sul Teatro Valle Occupato, firmato da te e Flavia, a un certo punto fai riferimento ad alcune idee per migliorare il teatro. Queste idee, alla luce di quanto accaduto in questi mesi, possono migliorare il futuro del teatro?
Quanto è successo non può modificare in meglio il futuro del teatro, non rappresenta un progresso né per la cultura, la gestualità, né per la comunicazione in generale. Io credo che il miglioramento sia il ritorno ad una normalità: quello che era vecchio era più nuovo di quello che ci accadrà. Noi proponiamo il ritorno a quattro mesi fa, a quel tipo di gestualità.

Credi possibile un ritorno a teatro proprio nei termini in cui era?
Ma ci mancherebbe, scusa, perché non dobbiamo tornare quelli che siamo? Perché uno deve essere trattato come un criminale solo perché abbraccia una persona in mezzo alla strada? Perché bisogna ridursi in questa maniera? Hanno fatto una multa a due ragazzi che si sono abbracciati per strada. Parliamo della sessualità allora: non ci è riuscito nemmeno l’Aids, e invece ora? I rapporti occasionali ad esempio in questo momento sono proibiti. Se incontro una persona e mi piace non posso starci perché se lo faccio divento un criminale. Cerchiamo di vedere tutti gli aspetti di questa situazione, perché sembra che la sessualità sia vincolata ora solo alle quattro mura domestiche: manco fossimo nel Medioevo!
Se si vuole riconquistare quello che avevamo bisogna ritornare a quello che era. Ciò che proponiamo noi, danneggiandoci da soli, è che l’artista deve fare un’obiezione di coscienza e non fare spettacoli fino a quando non verrà ripristinata l’esatta normalità di affluenza. Noi siamo pronti a non andare in scena.

Sapendo che questo potrebbe causare anche un’assenza lunga?
Per noi sarebbe la fine, perché non abbiamo sovvenzionamenti statali. Però questa è la nostra risposta, a costo di rovinarci, ad uno Stato che ha ignorato chi vive per le sue emozioni. Sappiamo che non verrà accettata. Chi non ha pubblico, col distanziamento sociale nei teatri non vedrà cambiare la sua situazione e passerà pure per paladino, perché ha collaborato in un momento del genere, con i soldi ministeriali.
Se nessuno dovesse accogliere questa nostra istanza, ci riserviamo di decidere per l’anno prossimo se andare in scena o no, non vorremmo essere gli unici due coglioni a restare fuori da ogni meccanismo. Noi proponiamo una risposta radicale a chi ha ignorato i problemi di chi si esprime, se l’idea non passa e nessuno aderisce poi ci riserviamo di decidere, perché non si vive di eroismo, ma di cose reali. Rispondere con un rifiuto collettivo ad andare in scena sarebbe sublime: “Stato, tieniti i soldi, tanto non ci riconosci”. Lo Stato non riconosce la cultura perché se l’è comprata.

Eppure eventi importanti, nell’estate musicale, si stanno ipotizzando, come il festival Time In Jazz di Paolo Fresu.
Ne sono contento ma, attenzione, facendo questa proposta noi dobbiamo essere chiari. Noi vogliamo fare alcuni spettacoli estivi all’aperto anche con le distanze, se necessario, perché se non inizi a camminare, poi non inizi a correre. Si tratta di un gesto di buon auspicio, anche prevedendo sconti per gli organizzatori. Non ci vuole molto, è semplicissimo. Per l’estate abbiamo avuto delle proposte ma ad ora non si sa nulla, brancolano tutti nel buio. Riapriranno i teatri il 15 giugno perché sanno che staranno chiusi! Lo Stato diventa drammaturgo ed impone le distanze sul palco: lo Stato non deve permettersi, io non faccio la legge di bilancio perché non la so fare. Tra l’altro, io abito al mare, gli ombrelloni stanno alla stessa distanza di prima, ho le foto, il colpo d’occhio nei ristoranti è quello di prima. Io non guardo a questo dicendo: “Criminali!”, ma piuttosto come ad un tentativo disperato di non morire di fame.

Perché il teatro e la cultura non vengono tutelati?
Perché si sono lasciati comprare e quindi non hanno nessun diritto. Voglio dire delle cose tecniche senza fare analisi di merito. Se tu mi impedisci di fare le prove, con regole assurde (se ho la mascherina la distanza è un metro, senza mascherina due metri, in un’azione performativa quattro metri), mi devi proibire allo stesso modo ogni tipo di sport che si svolge in ambiente chiuso.
Queste contraddizioni tecniche vanno abbattute, perché uno poi, oltre ad essere trascurato, si sente anche preso per il culo. Proibiamo ogni tipo di vicinanza. Io allora penso che questa malattia si trasmette attraverso ogni minimo respiro. Se invece alcune cose le autorizzi ed altre no mi sembra una presa in giro; la mia non è un’analisi livorosa o legata ad antipatie, è semplicemente un’osservazione tecnica. Non si può spingere per un teatro di monologhi, di reading. Non si può instillare il germe della pigrizia produttiva, soprattutto nei giovani che cominciano adesso.

Sarebbe un po’ come darla vinta a quello che, in varie occasioni, hai definito il teatro dei morti?
Ho criticato per anni, sempre da un punto di vista tecnico, il teatro di narrazione, che però ha una sua dignità, e in questo lo sto rivalutando, soprattutto rispetto alle letture, che sono davvero la metastasi della nostra espressione. Non vedo perché devi leggere a teatro. Il palco, per come lo vedo io, può essere sudore, sangue, contusione, dolore. La lettura la fai a casa tua.
Il teatro nasce per persone che si muovono, per la messa in scena, non per le letture. Adesso io sento dire che potrebbero essere ammessi soltanto monologhi e reading. E che significa questo? Che chi ha una visione diversa deve morire? Non mi posso muovere perché sudo? Non ci saranno più lotta libera, karate, judo? Se non esiste più niente, vuol dire che questa epidemia è davvero pericolosa, ma se qualcosa esiste e qualcos’altro no, io mi sento preso in giro. Si lotta contro un nemico invisibile e poi sai pure chi è. I set cinematografici nel Lazio possono riaprire: se due attori hanno una scena romantica si baciano e possono farlo. L’attore di teatro è il lebbroso? Ha più bacilli di quello del cinema? Sarebbe una scoperta rivoluzionaria per la medicina! Ovviamente ci dispiace molto per le persone che sono morte, ma non è possibile sentirsi presi per i fondelli in questo modo.

Antonio Rezza e Flavia Mastrella

Antonio Rezza e Flavia Mastrella

Com’è andato questo periodo di lockdown?
A malincuore; sicuramente va detto che la qualità della vita di chi non muore è migliorata, se non si pensa all’economia: diventi padrone del tuo tempo, gli altri sono fermi e quindi hai una maggior corrispondenza con te stesso Io, chiaramente da solo, non ho smesso un momento di fare: ho scritto, ho creato delle musiche con la bocca, ho visto le prove, ho imparato a memoria il nuovo spettacolo.

Musica con la bocca?
Si tratta di una cosa che avevo in mente da un po’: sto facendo delle musiche solo con la voce, sembra musica elettronica, certe volte è sorprendente; l’ho fatto perché sapevo di avere questa cassa di risonanza dentro che può essere trattata. Nessun effetto, solo voce naturale ed un programma di montaggio audio. Mi sono divertito a trovare combinazioni matematiche e sovrapposizioni della stessa traccia per trovare un ritmo. Il tempo è migliore, si lavora nello stesso modo.

Non hai patito la solitudine?
No, non mi importa, sto bene con gli altri e sto bene da solo.

All’inizio del lockdown non ti hanno fatto impressione le strade deserte o il clima cupo che si respirava?
No, mi facevano molto più impressione le persone al supermercato che si riempivano la macchina di acqua: la famiglia come avamposto da tutelare e gli altri che muoiano pure di sete. Mi fa tristezza che uno possa pensare solo in funzione dei quattro stronzi che vivono con te.

Com’è finita la storia della Divina Provvidenza (lo spazio a Nettuno dove Rezza e Mastrella hanno provato i loro spettacoli per una vita, e dal quale sono stati cacciati, ndr)?
Abbiamo fatto richiesta di usucapione, in modo da ottenere lo spazio per poi farne una fondazione e donarlo allo Stato, ma il processo al momento è sospeso. Ora non ci si può andare. Il Tg1 ci voleva intervistare sul teatro al tempo della pandemia, volevano inquadrare un simbolo di Nettuno, ho rifiutato e l’abbiamo fatto ad Anzio. La guerra contro l’amministrazione di Nettuno, sia maggioranza che opposizione, è frontale, ed in ogni intervista io denuncio il loro abuso. Non ci hanno nemmeno chiesto dove proviamo, da quando ci hanno cacciato. Quello che mi ha fatto più ribrezzo sono il 90% dei consiglieri di opposizione, che non hanno fatto nulla per difenderci. Il potere corrompe il giorno dopo che lo acquisisci ed ha lo stesso colore, indipendentemente dalla forza che esercita.

Che ne pensi di questo fiorire di hastag, a partire da #la culturanonsiferma?
La cultura si ferma nel momento in cui impedisci alle persone di andare a vedere quello che stanno facendo gli altri. Il distanziamento sociale l’hanno ottenuto perché, anche se tu riapri tutto ad ottobre, credi che la gente pensi di tornare a teatro? In Francia mi pare ora stiano proponendo di tornare a teatro nelle condizioni di prima ma con la mascherina. Il distanziamento non deve essere ordinato, lo hanno ottenuto con il terrore esercitato e ci dovremo convivere spero per un anno, un anno e mezzo; poi, quando questa pagliacciata del vaccino andrà in porto, chi si vaccinerà starà più tranquillo e torneremo a come eravamo prima. La malattia è esistita, non ci sono dubbi, ha ammazzato persone che sono state mandate a morire per inefficienze sanitarie, ma non è che chi la pensa diversamente allora viene declassato a complottista. Una parola che tra l’altro non mi piace, perché i complotti non sono mai senza macchia: uno la pensa diversamente su certe cose e basta. Non sto negando l’epidemia.

Tu, a livello personale, non hai paura della malattia?
Sinceramente no perché penso che il mio corpo, come quello di tante persone, possa arginarla. Se uno è segnato da altre patologie, una cosa del genere che attacca i polmoni può invece essere compromettente. Non abbraccio i miei genitori da tre mesi, li vedo da fuori, per rispetto delle loro paure, che chiaramente – e mi fa abbastanza schifo dirlo – si trasferiscono anche su di me. Cerco di vedere meno persone possibili perché tante volte dico, se la prendessi io, potrei essere asintomatico ed attaccarla ai miei genitori. Qualche giorno fa ho fatto per la prima volta, dopo tanto tempo, una prova con altre persone per il nuovo spettacolo: non riuscivamo a toccarci, e sono persone che conosco da anni. Non sapevo fino a che punto potevo dare fastidio e viceversa. Ci hanno fregato lo stesso, anche chi è più illuminato resta fregato.

Dicci qualcosa a proposito dello spettacolo nuovo.
Sono quattro mesi che non proviamo, diventeranno cinque fin quando non si saprà che cosa si può provare o no, sei quando ci ritroveremo tutti e nove con la paura di entrare in contatto l’uno con l’altro. Lo spettacolo è finito, ma non credo lo manderemo allo sbaraglio con un debutto; abbiamo una tournée già pronta, ma è tutto da verificare, per noi come per tante altre compagnie.
Produttivamente siamo tagliati fuori se facciamo uno spettacolo con cinque – sei persone, perché non possiamo fare i grandi teatri nelle grandi città, che sono quelli che ci danno l’ossigeno economico per essere indipendenti. Non possiamo fare Roma un mese, Milano due o tre settimane. Se a gente come noi togli il pubblico togli tutto, quindi dobbiamo lottare. Non siamo diventati San Francesco, lottiamo per i nostri problemi perché non possiamo estinguerci.
Abbiamo fatto con Flavia qualcosa di profondamente singolare e dobbiamo lottare per noi, ma lottando per noi lottiamo anche a tutela delle compagnie piccole, non sovvenzionate, in difesa di quell’humus, di quella base, che tiene in piedi anche chi ha iniziato da più tempo. Se crolla quella base, crolla anche chi sta sopra.

Quando avete iniziato immaginavate che sareste durati così tanto tempo?
Sicuramente. Quando avevo diciotto anni (ora ne ho 54) sapevo che sarei diventato popolare (all’epoca non lavoravo ancora con Flavia) intorno ai 35. Sapevo che sarebbe stata una cosa che durava, con tempi di gestazione lunghissimi, non da abbaglio televisivo. Ed ancora resistiamo perché la vita coincide con quello che facciamo. Sappiamo benissimo che se faremo qualcosa di brutto nessuno lo vedrà, non è presunzione, anzi, è una resa incondizionata: questo è un patto mai sottoscritto con chi ci segue, saremo noi stessi ad impedire che il nostro fallimento venga alla luce.

“Siamo inferiori alle cose che facciamo”. Sei convinto che ciò che fate sia meglio di voi?
Certo, pensa che rottura di scatole sarebbe questa conversazione, se ripetuta. Questa chiacchierata, seppure intelligente, ha un’unica direzione, e muore dove finisce. Un’opera, se fatta bene, ha più linguaggi. Non possiamo pensare che un’opera non sia più importante delle parole di chi la fa. La nostra cultura predica invece purtroppo l’opposto: gli autori sono più importanti delle opere che fanno. Questo significa che quello che fanno non vale nulla.

Resta dunque il problema del, come dici tu, restare impiccati al filo del discorso.
Certamente, attraverso la comprensione.

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