“Non merita lamenti”, l’immobilità del dolore secondo Teatro di Legno

Non merita lamenti
Non merita lamenti

Non merita lamenti (photo: Ilaria la Volla)

La Napoli delle sigarette di contrabbando, degli avvertimenti malavitosi, della superstizione religiosa. La Napoli dell’eroina spacciata per strada, ma con un brutto fiore finto che faccia da copertura, dei quartieri-formicai illuminati solo dai flash dei turisti, quella dei panni sporchi di famiglia che non smettono di accumularsi. La Napoli buia, dove le parole te le sputano in faccia, così che l’ironia diventi derisione e la tragedia mera quotidianità.

Teatro di Legno condensa tutto questo in “Non merita lamenti”, storia della famiglia Colantuono, costruita sulla solida base degli abusi che l’uomo-padrone compie su moglie e figlia.

E’ una casa ad essere protagonista della scena, piccola abbastanza da non permettere di rialzare la testa e staccarsi da quelle radici malate. Davanti giacciono tavole di legno che all’occorrenza diventano tavolo, letto, strada, cimitero, luoghi da fare e disfare con la violenza di corpi non pensanti.
I personaggi appaiono spettrali, emergono dall’ombra come provenienti da un altro tempo che li ha impolverati e puniti ma non redenti.

Pascalina Di Gesù, coniugata Colantuono, è la madre, interpretata da Annamaria Palomba: maschera greca di dolore e indifferenza, imperturbabile nel rivelare la sua doppia professione di spacciatrice di droga e prefica, causa la morte altrui e poi la piange, a pagamento, riversando in quei lamenti le proprie disgrazie e le urla sopite per la dipartita di una figlia che, suicida, non ha avuto diritto a lacrime e degno funerale.
Carmela (Ilaria Cecere) le ha scritto una lettera, proprio prima di farla finita, un saluto disilluso a chi aveva sperato segretamente di generare qualcuno in grado di elevarsi: una speranza annientata da un padre (Fedele Canonico) autoritario ma inetto, ultima ruota del carro della sua potente famiglia, che la istiga alla vendita del suo corpo e al disfacimento della grammatica della sua lingua e della sua vita.
Neppure il dolore riesce a partorire un riscatto o una possibilità di salvezza per chi resta, anzi si aggiunge a tutto lo strazio del passato, generando nient’altro che una concezione della violenza come legge naturale  a cui non è possibile sottrarsi.

La drammaturgia originale di Luigi Imperato e Silvana Pirone non lascia spazio ai compromessi: la parlata è dura e sfacciata, mescola insulti e meschinità a tradizionali litanie, si sofferma su una realtà ben contestualizzata, eppure universale, senza giudicarla.

Il linguaggio scenico è diretto, il dialogo lascia posto ai monologhi dei protagonisti, e questa scelta, quando non c’è Annamaria Palomba a calamitare l’attenzione pur nell’immobilità, rischia però di creare un calo di tensione tra il primo piano e il controscena o dilatazioni temporali non sempre del tutto convincenti. Il testo è così ben strutturato da necessitare di una presenza attoriale coraggiosa, magnetica, sempre generosa.

Teatro di Legno è una realtà meritevole di attenzione e stima per il lavoro instancabile che dal 2003 compie sul territorio, sempre alla ricerca di un incontro fra la tradizione e l’innovazione del linguaggio teatrale, che ha già fruttato premi e menzioni (tra gli altri Nuove Sensibilità 2007, Premio Vittorio Mezzogiorno 2010). E anche questo “Non merita lamenti” è arrivato finalista al Premio Scenario 2009, confermando l’attenzione che il lavoro della compagnia merita.

Non merita lamenti
drammaturgia e regia: Luigi Imperato e Silvana Pirone
con: Fedele Canonico, Ilaria Cecere, Annamaria Palomba
scene: Monica Costigliola
luci: Paco Summonte
durata: 45’
applausi del pubblico: 4’

Visto a Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, il 17 marzo 2011